ayin

16. Ayin. L’Occhio e la Sorgente

Ayin è la sedicesima lettera dell’Alfabeto Ebraico, e dell’alfabeto proto-semitico.

Presente in molti abjad semitici come l’aramaico e l’arabo, risulta ventunesima nel nuovo alfabeto persiano e diciottesima nell’ordine hija’i.

Il glifo Ayin in queste varie lingue rappresenta, ovvero rappresentava, una fricativa faringale sonora, o una consonante articolata allo stesso modo,

che non ha un sostituto equivalente o approssimativo nei suoni della lingua italiana. Ci sono molte possibili traslitterazioni

 

Lettera Ayin E’ la quinta lettera incisa nella gola.

E’ la decima delle lettere semplici.

Non ha corrispondenti nelle lingue latine.

Forma Radici che entrano in profondità.
La radice comune di tutte le anime.Vau+Nun: ha la giustizia di Vau e l’umiltà di NunZayin a sinistra e di Yod a destra = 17 
Valore Ghematrico forma Vau+Nun = 56 = 5+6= 10

Yod+Zayin= 17 il valore della parola Tov che significa Buono 

Nome Ayin+Yod+Nun = 130

Occhio. Simbolo della sapienza. Vedere è una funzione di Chokhmah, sentire è una funzione di Binah.
L’occhio dell’anima che cerca la visione pristina di Dio.L’occhio di Dio, sempre aperto a proteggere la creazione.

Sorgente. Simbolo della capacità di entrare nel profondo della realtà, alla ricerca delle acque di vita.

Valore ghematrico nome Ayin = עין = Ayin+Yod+Nun =

rivelato 70 + segreto 60 = 130 

Valore numerico: 70 Numero della collettività: discendenti, nazioni, lingue etc

Membri del Sinedrio, suprema autorità giudiziaria.

Volti della Torà.

Età della vera sapienza.

Valore di posizione: 16 E’ il quadrato di 4 (4×4)
Mese Tevet (dicembre-gennaio)
Festività
Zodiaco Capricorno
Tribù
Organo Luria: fegato  –  Donnolo: mano sx
Senso Luria: rabbia  –  Donnolo: riso-pianto
Tarocchi Inglesi: Il Diavolo  –   Francesi: La Torre

 

 

Forma

 

Geroglifico. Il geroglifico egiziano disegna un occhio, riportato come un cerchio nell’alfabeto fenicio, che è diventato la Omicron dell’alfabeto greco e la nostra “o” latina.

 

 

Occhio.

I due punti in alto raffigurano gli occhi, mentre le linee convergenti sono i nervi ottici. I due occhi della Ayin guardano l’uno verso l’alto (quello destro) e l’altro verso il basso (quello sinistro). L’occhio destro è rivolto verso la lettera precedente, la Samekh, il cerchio della trascendenza divina; quello sinistro invece osserva la lettera successiva, la Peh, che rappresenta la parola di Dio.

La Ayin è l’occhio, della percezione oggettiva e profonda, necessaria per emettere un giudizio equilibrato. 
Infatti questa lettera ha a che fare con la capacità di giudizio, che presuppone la massima obiettività possibile. La Ayin, nella sua forma, ha due occhi: Zayin a sinistra e di Yod a destra. Insieme, Zayin e Yod, hanno valore numerico 17, come la parla “tov” che significa buono. L’occhio deve diventare “l’occhio buono”, cioè il saper vedere soprattutto bene e positività intorno a noi. Nel Cantico dei Cantici si dice: “I tuoi occhi sono come delle colombe”. La colomba è l’animale più fedele, il più innocuo, il simbolo della pace. Dobbiamo avere queste qualità nei nostri occhi.

Secondo la Cabala l’occhio è una “sorgente” di energia, che si proietta sugli oggetti o sulle persone osservate. Tale energia riflette le qualità
dell’anima di chi sta osservando. Di qui il pericolo del “malocchio”, che consiste nell’emissione di gelosia, invidia e negatività. Inoltre vi è anche la Legge dello Specchio, secondo la quale abbiamo la tendenza a proiettare sugli altri le nostre frustrazioni, i nostri contenuti rimossi e inaccettabili.

Ayin simboleggia l’occhio interiore, implica una una visione di sé, la conoscenza del Sé che è la sorgente del nostro Io. Il segreto della lettera sta nel senso della sorgente, nella visione della profondità. L’uomo può vedere soltanto dopo essersi immerso nelle tenebre delle proprie radici, della sua sorgente. Sceso nel più profondo del suo essere, nella più fitta tenebra, emerge alla coscienza pura.

Vediamo solo per quanto noi siamo in grado di sopportare la luce. La qualità della nostra visione dipende dal campo di coscienza in cui siamo: al livello di coscienza ordinaria vediamo solo un parte infima della realtà, l’evento parziale che procede dall’evento totale ci cui è solo un segno.

Infine, Ayin è lo stesso Occhio divino, chiamato Peqicha, “apertura”, in quanto è un singolo occhio che non si chiude mai. Rappresenta la visione unificata e l’attenzione continua.

In Cabala l’occhio è il simbolo della sapienza, dunque Ayin è la lettera che, più d’ogni altra rappresenta, trasmette il desiderio di conoscere e sapere.  Raggiungere la sapienza è la più alta e nobile delle ambizioni umane, così Ayin, nell’individuo, riguarda da vicino le ambizioni della personalità, e naturalmente esistono, a livello umano, ambizioni meno nobili che sfruttano la conoscenza per fini puramente egoistici e a scapito di altri.

 

Radice.

La forma della Ayin ricorda delle radici che, nel profondo, sono unite in un ceppo comune. Ciò rappresenta la radice comune di tutte le anime e di tutti i popoli. Ogni Essere che nasce a nuova vita corrisponde agli Esseri che l’hanno preceduto in una catena infinita di creazione. Tutto corrisponde a tutto fino a giungere all’origine, alla sapienza unitaria.

Tuttavia, da un’unica radice, si sviluppano rami separati. Dunque questa lettera ha a che fare con lo sviluppo del senso di collettività, e del problema del come conciliare le tendenze individualistiche o gli interessi di parte con i bisogni collettivi. Sul piano individuale, Ayin rappresenta la radice, l’essenza, della propria personalità, da cui si sono sviluppati vari frammenti, talvolta persino contradditori. Lo sviluppo di una personalità evoluta consiste proprio nel riunificare i vari frammenti e scoprire la propria radice.

 

Vallata. 

La forma della Ayin ricorda quella di una valle posta tra due ripide pendici. Questa analogia apre il varco per una meditazione particolarmente interessante.

Chi si impegna nella scalata della vetta della conoscenza finirà col ritrovarsi solo, rischiando di diventare egli stesso arido e distante, guarderà il mondo dall’altro ma non ne farà parte. Chi invece scenderà nelle profondità della conoscenza interiore, troverà la sorgente sotterranea. Ciò 

Il Sèfer Yetzirà collega la lettera Ayin al segno del Capricorno, simbolo dell’animale che si arrampica fino a raggiungere le vette più alte, fin sopra le nubi che nascondono il Sole. In ebraico nube si dice “ab”, Ayin+Beth, mentre padre si dice “ab” Aleph+Beth. Dunque la nube è il velo che nasconde il Padre. 

La lettera Ayin viene associata dal Sefer Yetzirah, oltre che al Capricorno, al senso dell’ira, e a quello della saggezza. Questa è una delle tante contraddizioni che si incontrano spesso, rappresentate dalla dualità espressa dalla lettera Beth, la dualità che domina tutta l’esistenza da noi conosciuta. 
Il Sefer Yetzirah associa la lettera Ayin al segno del Capricorno, che notoriamente tende all’irascibilità, e ha dunque bisogno di controllare la rabbia mantenendo il controllo dei propri impulsi, e ciò può avvenire solo mediante la saggezza.

Mediante questo connubio, quest’accostamento tra ira e saggezza, è possibile acquisire la Ayin, cioè l’occhio della coscienza superiore (terzo occhio), ed è possibile elevarsi oltre il livello materiale. Il livello materiale è espresso dall’ira, il livello superiore è espresso dalla sapienza, colta dal terzo occhio, dall’occhio della coscienza. Nella Torah il superamento dell’irascibilità viene considerato tanto la condizione quanto il mezzo per la conquista della Saggezza.

Il Capricorno, per evitare l’ira, deve trovare non solo il contatto con l’occhio della coscienza superiore, la Saggezza, ma anche il contatto con le acque rinfrescanti della “sorgente”, che in ebraico si dice e si scrive proprio come “occhio”, ovvero Ayin, che significa “acqua sorgiva”; solitamente le acque sono “mayim”.

L’acqua sorgiva ha qualità di interiorizzazione, diversa da quelle riferite alla lettera Nun. Infatti, anche la lettera Nun si riferisce all’acqua, ma intesa come concetto, per esempio l’acqua del diluvio, l’acqua della purificazione.

L’interiorizzazione intesa nell’acqua di sorgente della Ayin, aiuta a non essere aridi, a riportare nella propria vita il gioco, l’arte, l’amicizia, l’amore, la fantasia, all’interno di una sana dialettica tra produttività e gioco, solitudine e socialità, potere e amicizia, riposo e azione.

L’ira è banalmente intesa come due persone che litigano tra loro, e ciò accade perché sono delusi, hanno seguito delle illusioni, e tutto è
finito, c’è la delusione totale, il tradimento da parte dell’illuso dei loro progetti, per cui sono arrabbiati, e non riescono ad accordarsi. Chi si adira si sostituisce a Dio pretendendo di essere il regista della propria esistenza.
Nella visione teocentrica del mondo ebraico, tutto ciò che accade è colpa di Dio.

 

 

Nome

 

Ayin in ebraico significa “occhio”, “colore” e “sorgente”. La radice Ayan, supporta i seguenti significati: flusso, scrutare, guardare attraverso o oltre, piangere, occhio (con le lacrime che scorrono).

 

Occhio. 

Ayin in ebraico significa occhio. Basandosi su ciò che l’occhio vede, è possibile dare un’interpretazione unica del mondo circostante.

La sua facoltà di rifrangere o riflettere la luce è molto singolare in quanto basterebbe cambiare poche cose per alterare la realtà che ci circonda, come avviene per i daltonici e per molte specie di animali.

In pratica ciò che si vede non è esattamente ciò che è, e questa è la differenza tra autenticità e verità: ciò che è autentico perché lo vediamo non è necessariamente vero, ma può trattarsi di un’illusione che crediamo reale.

L’occhio fisico riceve la realtà attraverso una quantità caleidoscopica di colori. A volte, di fronte ai dolori della vita, diventa una fontana di lacrime.

 

Sorgente

Ayin come “sorgente” si riferisce alla capacità di entrare nel profondo della realtà, ricercando le fonti di acqua viva ivi nascoste. Come spiegato prima, le sorgenti si trovano in basso, nel fondo valle. Qui c’è un invito a non allontanarsi troppo dalla sensazione del basso e dall’umiltà, qualità indispensabili lungo la via di crescita spirituale.

Il senso di Ayin è anche “fonte”, quindi Ayin è la “visione della fonte”, ovvero la contemplazione diretta senza intermediario.

Le porte del tempio pongono le loro fondamenta nel cuore della terra, alla sorgente della vita.
Nell’Uomo la terra è la sua natura, il suo essere che deve essere attraversato nei suoi strati superficiali per giungere alle sue radici.
Ayin è la lettera del profondo delle tenebre, che segna l’oscuramento necessario attraverso cui si deve passare per poter vedere la luce della sorgente. Ayin porta necessariamente nella tenebra chi cammina verso l’Aleph.

La rivelazione consiste nel togliere il velo davanti ai nostri occhi che scopriranno quindi una nuova qualità di luce. Il velo è detto anche nube, la nube che oscura il Sole, cioè il Sè.
I veli sono fatti di energie non ancora integrate la cui incorporazione costituisce la dissoluzione, il sollevamento del velo, e il varcare la porta successiva. Ogni velo è una nuova terra che dev’essere lavorata affinché l’Uomo ne incorpori le energie. A livello psichico ciò significa integrare i frammenti della propria personalità. Di velo in velo l’Uomo va verso se stesso.

Ayin e Zayin hanno il compito di assicurare il processo di morte e rinascita del seme.
Insieme formano la parola Oz = forza. Soltanto nel profondo delle tenebre si attinge la forza.

 

 

Numero 70

 

Il valore numerico della Ayin è fondamentale nella Torah: 70 è l’elevazione del 7, che rappresenta il ciclo settenario della creazione, la completezza della creazione. 70 è, dunque, il numero della completezza. 

Settanta è il numero della pluralità collettiva: il nucleo originario di Israele era costituito dai 70 discendenti di Giacobbe che scesero con lui in Egitto.

La tradizione ebraica dice che la dispersione di Babele (Gen 11, 1-9) divise l’unica lingua in 70 idiomi diversi e il Talmud afferma (Talmud Shabbàt 88b) che la Torah venne data a Mosè in 70 lingue (una per ciascun popolo) e che Israele deve condurre alla reciproca comprensione.

Esistono 70 nazioni, che derivano dai 70 discendenti di Noè menzionati nel Genesi, dotate di 70 lingue diverse.

Durante il periodo del Tempio, ogni festa di Sukkot i sacerdoti compivano 70 sacrifici rivolti ad attirare benedizione e prosperità su di ciascuna delle 70 nazioni. Il primo giorno se ne offrivano 13, il secondo 12, e così via. La progressiva diminuzione del numero dei sacrifici rappresenta la progressiva eliminazione del male contenuto nei popoli, fino a che, nelle parole del profeta: “Io li trasformerò in gente dotata di una sola lingua, una lingua rettificata, affinché tutti servano Dio di comune accordo”. Viene qui profetizzato il ripristino dell’unità originaria precedente alla Torre di Babele.

Il Sinedrio aveva 70 membri, questo numero dunque rappresenta la piena capacità di giudizio. I 70 membri del Sinedrio erano infatti i saggi della generazione, e dovevano conoscere tutte le lingue parlate, dovevano intendersi di ogni fenomeno naturale e fisico, oltre ad essere maestri di tutta la dottrina religiosa, sia nella sua parte rivelata che in quella esoterica; dovevano inoltre conoscere le altre religioni, i vari rituali e credi dell’umanità, infine dovevano avere una buona comprensione psicologica degli esseri umani.

È dunque evidente come la sapienza sia composta dalla sintesi del meglio di tutto il conoscibile, e non rifiuti o rigetti nessun campo, nessuna informazione o punto di vista. Contemporaneamente a ciò, la sapienza deve saper estrarre da ciascuna idea ciò che è valido ed eterno, ciò che è in accordo con i precetti universali, e rigettare il resto senza rimpianti.

Infine, 70 sono: i saggi che tradussero la Torah in greco; gli anziani d’Israele che accompagnarono Mosè su Sinai; gli anni di esilio a Babilonia; le feste pubbliche del calendario ebraico. Secondo i saggi, coloro che studiano la Torah accuratamente potranno vedere “shivim panim”, i suoi 70 volti. Il suo valore numerico 70 è il grado più alto dello studio, indicando che la Torah contiene 70 livelli di letture.

70 è il numero del Tutto che è Uno.

Il numero 70 rappresenta l’età della vecchiaia. La sapienza vera viene acquisita soltanto nell’età più matura, poiché è la sintesi di conoscenza ed
esperienza, e presuppone il superamento degli istinti e delle tentazioni sensuali, che, finché la persona è giovane, sono sempre molto forti. La sapienza è la radice della vera vita, e può rendere la vecchiaia la più bella di tutte le età.

Nella sapienza c’è la forza necessaria per vincere i processi di decadimento intellettuale, di isolamento e di progressivo esaurimento dell’energia vitale.

 

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