qof

19. Qof. Morte e Rinascita

Qof o Qoph è la diciannovesima lettera dell’alfabeto fenicio e dell’ebraico, rappresentante una Q dura proveniente dal fondo della gola. 

La lettera fenicia è divenuta nel corso del tempo la lettera Q dell’alfabeto latino e la lettera Qoppa (Ϙ, ϙ) in talune varietà arcaiche dell’alfabeto greco.

 

 

Lettera Qof E’ la dodicesima delle lettere semplici

E’ la quarta lettera fissata nel palato

Forma Nel geroglifico era una doppia ascia o ascia bipenne;

Contenitore che rovescia un liquido;

Nuca;

Valore Ghematrico forma Resh + Zayin = 207
Nome

Qof – Vau – Peh

Scimmia

Movimento circolare, ciclo;

Valore ghematrico nome Il valore fonetico di Qof è 186 (Qof=100, Vau=6, Peh=80), lo stesso di MAKOM המקום, uno dei Nomi di Dio, che significa luogo, posto.

La lettera rivelata consiste di una Kaf ed una Vau, due lettere che hanno una ghematria di 26, la stessa del Tetragramma. La parte nascosta consiste di una Vau e una Peh, il cui valore ghematrico è 86, la ghematria del Nome ELOHIM.

Simbolo Nuca;

Contenitore che rovescia del liquido;

Valore numerico: 100 100
Valore di posizione 19: “CHAVA'” (Chet-Vau-He) è il nome ebraico di Eva. Lo stretto legame numerico tra Eva e la lettera Qof può venir interpretato alla luce degli avvenimenti del Giardino dell’Eden, e può far intuire come mai il serpente-scimmia (qof) si sia rivolto proprio a Eva.
Mese Adar
Festività Purim
Zodiaco Pesci
Tribù Naftali
Organo  Luria: milza; Donnolo: piede sx
Senso Senso: ridere; Vizio/Virtù: sonno, veglia
Sentiero Ebraismo: Hesed – Binah

Esoterismo: Malkuth – Netzach

Tarocchi  Inglesi: La Luna; Francesi: Il Sole

 

Forma

qofGeroglifico.

Il geroglifico egiziano traccia il disegno di uno strumento tagliente, che nell’alfabeto fenicio somiglia ad una doppia scure, ovvero ad un’ascia bipenne.

Il tracciato si pone in orizzontale nell’ebraico antico, per poi raddrizzarsi nuovamente per diventare l’antenato della nostra lettera latina “Q”, e della lettera Qoppa (Ϙ, ϙ) in talune varietà arcaiche dell’alfabeto greco.

L’ebraico quadrato adotta il segno di una scure semplice rivolta a destra. Questo segno dell’ebraico quadrato fa pensare ad una ciotola (lettera Kaf di  cui la lettera Qof sarebbe la piena realizzazione – Fabre d’Olivet) che versa un liquido (versando il liquido la lettera Kaf diviene la lettera Qof).

Appare anche la volontà di indicare la parte posteriore di una testa, ovvero una nuca.

Si ha così un significato di tagliare; versare; occipite, parte posteriore,  occidente.

 

L’ascia bipenne.

Il simbolismo dell’ascia bipenne, detta anche labrys in lidio, o pelekys in greco antico, si riscontra fin dalla media età del bronzo nell’arte e nella mitologia cretese, tracia, nuragica, greca e bizantina. La labrys compare anche nel simbolismo religioso e mitologico africano. Non compare invece nella cultura norrena, come vorrebbe far credere la moderna filmografia.

La labrys era un’arma molto pesante e tra le meglio affilate dell’età del bronzo, tuttavia non era un arma da guerra. Il suo utilizzo  era di tipo rituale e cerimoniale, compatibile con le pratiche sacrificali, in particolare con la necessità di decapitare in un sol colpo anche vittime di grandi dimensioni, come ad esempio i tori.

Diverse labrys sono state rinvenute negli scavi del palazzo di Cnosso, dove teseo uccise il Minotauro. E’ stato ipotizzato che il sostantivo “labirinto” attribuito a tale edificio, derivi proprio da labrys, e che quindi il palazzo di Cnosso fosse definito il “palazzo delle labrys”.

 

Contenitore che versa un liquido.

In questo simbolismo la lettera Qof viene considerata come la piena realizzazione della lettera Kaf, con cui condivide il suono. La Kaf è simbolicamente la coppa ritualistica, il Santo Graal, che contiene l’elisir che dona l’immortalità. La Kaf che dona il suo elisir diviene la Qof, dispensando la vita eterna.

Nell’Alfabeto Ebraico, il contenitore per definizione è rappresentato dalla lettera Beth, che significa casa. Quando la Qof incontra la Beth, abbiamo il fonema “Qab”, che indica sia un recipiente che un’unità di misura. Queste due lettere inoltre formano la radice della parola Qabbalah, che significa “ricevuta”, dal verbo qibbel “ricevere”, ed indica la trasmissione della tradizione.

 

Nuca.

La nuca è esattamente dove si abbatte la scure per effettuare il sacrificio di sangue. E’  la parte posteriore della testa, dunque è il retro dell’intelletto. La lettera Resh rappresenta la testa come pensiero razionale, mentre la lettera Qof rappresenta il pensiero intuitivo. Dunque Resh è il conscio, mentre Qof è l’inconscio.

Per traslato, indicando, la parte posteriore, il retro, l’occipite, la nuca ricorda anche l’occidente, dove il Sole (rappresentato dalle lettera Rseh)muore, per poi risorgere.

La nuca è la sede delle memorie ancestrali, la dimora del ricordo di antiche esistenze, attraverso cui la vita è passata per giungere fino a noi. Nella nuca è contenuto il ricordo di ogni vissuto, l’inconscio collettivo.

L’inconscio è collegato alla Sefirah Yesod, a sua volta correlata alla Luna, il nostro satellite che ha permesso ai nostri antenati di riconoscere i cicli della natura. La Luna rappresenta il momento in cui si decide se il seme cadrà nella Terra per fecondarla, oppure si perderà nell’Abisso.

La Luna è correlata anche al ciclo mestruale e con esso il potere di trasmettere la vita: la Luna piena e l’ovulo pronto ad accogliere il seme, la Luna nera è invece il sangue mestruale versato, simbolo della frustrazione del potere generativo.

 

La discesa agli inferi e la resurrezione.

La Qof è l’unica lettera ad estendersi al di sotto della linea orizzontale su cui poggiano tutte le lettere. Questa caratteristica della forma della  Qof palesa la capacità di compiere la famigerata discesa agli inferi e mettere in atto la capacità di risalire illesi.

Mentre la Nun rappresenta una fase di caduta spesso involontaria nel regno del male, la Qof denota una discesa volutamente compiuta, una scelta cosciente e decisa di inoltrarsi nell’oscurità.

La Qof mostra quindi una tendenza alla negatività maggiore rispetto alle altre lettere, e implica inoltre il venire a contatto con il veleno della morte.

Stabilendo un contatto con il mondo degli inferi, la Qof, più di tutte le altre lettere, deve confrontarsi col problema del dualismo e risolverlo.

Questa scelta volontaria di discesa si manifesta sia sul piano materiale che su quello psichico.

Nella vita di un individuo, può ad esempio rappresentare la decisione di lasciarsi andare ponendo il proprio piacere sensuale ed egoico al primo posto nella scala di valori, diventandone schiavo. Per soddisfare il proprio ego si ricorre a qualsiasi mezzo, utilizzando e calpestando tutto ciò che si incontra sul proprio cammino.

Un esempio eclatante di questa situazione individuale è il disturbo del narcisismo patologico, in cui l’individuo è davvero un guscio vuoto, non prova alcuna empatia ma soltanto una sete insaziabile di potere che ricava manipolando e sfruttando le persone che lo circondano.

La discesa negli inferi o nell’oscurità può anche rappresentare l’entrata nell’inconscio, in quella regione oscura dell’anima dove male e bene cessano di avere linee di demarcazione esatte, dove il senso del sé separato si confonde con la percezione di altre identità molto più misteriose e complesse.

In questo caso la discesa ha lo scopo di illuminare la propria parte d’ombra, ovvero di prenderne consapevolezza ed integrarla nella propria personalità cosciente.

 

Qof = Resh + Zayin.

Ci sono varie teorie sulle lettere che compongono la Qof. Una di queste ritiene che la Qof sia composta da una Resh in alto al cui  interno si trova una Zain, che costituisce il piede che scende in basso. Al negativo queste due lettere formano la parola Zar, “straniero o alieno”, un termine indicante la lontananza da Dio, la mancata conoscenza di se stessi.

 

Lo straniero.

Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei.

Lo straniero ci abita, è la faccia nascosta della nostra identità che cerchiamo di portare alla luce. E’ la ricerca di un’isola  sconosciuta quando tutta la realtà è conosciuta ed è sulle mappe; e quell’isola che non c’è fatta di progetti, alternative, utopie, idealità; è quell’isola che è essere se stesso. 

Si è allora lo straniero rispetto agli altri, tra l’irritazione e il dolore del confronto, perché si compie qualcosa di a-normale, si rompono gli schemi e i luoghi comuni, introducendo una novità e una discontinuità esistenziale, perché si è diversi da coloro che sono i normali/normalizzati della società del conformismo, perché si prova la necessità di rivendicare con orgoglio la propria diversità.

Si diventa stranieri quando sfidiamo noi stessi nell’ignoto della vita, pur sapendo che si può anche naufragare, avendo però bisogno di conoscere questo se stesso per poter essere se stesso, avendo cioè bisogno di una alterità radicale per cercarsi pur senza avere la certezza di trovarsi, perché l’importante è il viaggio. 

Si diventa allora come Odisseo, che viaggia nel mare nell’inconscio per tornare a se stesso. Un altro modo di rappresentare la discesa agli inferi e la risalita.

 

 

Nome

 

Scimmia.

Qof, vocalizzata con la “o”, significa “scimmia”.

Il rapporto tra essere umano e scimmia viene preso ad indicare la differenza tra la santità e il suo opposto. Stabilendo un contatto con il mondo degli inferi, la Qof, più di tutte le altre lettere, deve confrontarsi col problema del dualismo e risolverlo.

La Qof è la prima lettera della parola קדושה  qedushah (Qof-Daleth-Shin-He) che significa santità, e  קליפה qelipah (Qof-Lamed-Yod-Peh-He) che significa buccia o guscio, ed è il nome delle forze del male, indicante i gusci dell’impurità che circondano le scintille di luce come gusci che avvolgono un frutto, nutrendosi della loro energia a guisa di parassiti. 

La parola קדוש qadosh, che significa  santo, indica la condizione di essere diverso, separato. Separare le scintille di luce dai gusci che le circondano per permettere che ritornino alla loro sorgente, è il compito della Teshuvah.

Il male dunque si traveste, imita o “scimmiotta” il bene. Ogni menzogna contiene in sé  un po’ di verità.

La scimmia è un simbolo contradditorio: da una parte è l’animale che rappresenta l’essere umano allo stadio primordiale non ancora evoluto, dall’altra viene considerata in molte culture un simbolo della saggezza della follia. Presso i tibetani è venerata come antenata e si è anche meritata il titolo di bodhisattva, cioè “colui che ha raggiunto la dimensione del Buddha”. Rama, predecessore di Krisna, aveva come discepolo preferito proprio una scimmia: Hanuman. La tradizione stessa rappresenta questo saggio come una scimmietta seduta in tre diverse posture, ovvero con le mani che tappano prima la bocca, poi gli occhi e infine le orecchie. Naturalmente questi tre gesti si riferiscono ad una iniziazione: chiudere i sensi al mondo esterno per essere completamente ricettivo al mondo divino, al fine di riconoscere la vera saggezza.

Giocosa, maliziosa, furba, apparentemente insensata, questa è la saggezza che gli uomini credono follia.

Nella tradizione ebraica, l’uomo che entrò in tale saggezza fu niente meno che Re Salomone, a cui la Regina di Saba, venuta a metterlo alla prova con enigmi, si inchinò per la saggezza dimostrata. Da allora, ogni tre anni, Salomone ricevette dalla Regina dei doni: oro, argento, avorio, scimmie e pavoni.

Questa è l’unica menzione nella Bibbia di questi due animali che, nell’immaginario collettivo, vengono associate a Shaitan, Satana.

Va da se che, solo chi ha fatto esperienza della tenebra può aver acquisito la saggezza contenuta nei simboli della scimmia e del pavone.

A tale riguardo, posso solo far notare che la scimmia è assimilabile alla figura del trickster, lo spirito burlone.

Nella mitologia, nella religione e nello studio del folklore l’imbroglione (ingl. trickster “imbroglione, truffatore”) è un personaggio, uomo, donna o animale antropomorfo, vorace, abile nell’imbroglio e caratterizzato da una condotta amorale, al di fuori delle regole convenzionali.

Questa figura liminale e ambigua ha spesso nei miti un ruolo altrettanto importante di quello delle classiche divinità o personaggi, aventi invece una funzione precisa e determinata.

Lewis Hyde nel suo saggio Trickster Makes the World, definisce una divinità ingannevole che rappresenta la “paradossale categoria dell’amoralità sacra”.

Ed ancora «Ogni comunità ha i suoi confini, il suo senso del fuori e del dentro, e l’impostore (“trickster”) è sempre lì alle porte della città o alle porte della vita, facendo in modo che ci sia sempre scambio. Egli presiede anche ai confini attraverso cui i gruppi articolano la loro vita sociale. Distinguiamo costantemente giusto e sbagliato, sacro e profano, pulito e sporco, maschio e femmina, giovane e vecchio, vivente e morto, e ogni volta l’impostore varcherà la linea e confonderà le distinzioni. Egli incorpora dunque l’ambiguità e l’ambivalenza, la doppiezza e la duplicità, la contraddizione e il paradosso».

Le lettere Shin Qof Resh, prese nell’esatto ordine in cui sono alfabetizzate, formano la parola seqer שקר, che significa menzogna, inganno.

Qof rappresenta la “distruzione delle illusioni da parte della conoscenza”, la sua azione è come un’arma tagliente (l’ascia) che concede all’uomo il potere di distinguere tra il reale e l’illusorio.

 

La ciclicità.

La radice verbale קוף quph, si presenta nelle Scritture come tequpah הקופת, che significa girare intorno, un movimento circolare, e dunque un circuito di spazio o di tempo che può essere rappresentato dall’occhiello di un’ascia o dalla cruna di un ago.

Il segreto del ciclo dell’anno ebraico, è di anticipare l’esperienza dell’andare, cioè del passare da uno stato inferiore ad uno superiore:

mi chail el chail  =  da una forza all’altra

La più ovvia manifestazione della maestà di Dio è espressa nella natura e nei suoi cicli.  I cicli della natura – le stagioni, le lune, il ciclo solare – insegnano all’uomo che nell’universo c’è un modello ed uno scopo.

Nel’ebraismo, la lettera Qof è associata al mese di Adar (febbraio). Segue il mese di Nisan (marzo), cui è associata la lettera He. Marzo è il mese dell’Equinozio di Primavera, la rinascita del Sole, della Pasqua. 

La Qof  viene dunque associata agli abissi, agli inferi, ma anche alla capacità di uscirne. L’Abisso è l’abisso della vita, del dolore, della sofferenza, del male. Ad esso va associata la capacità di ridere del proprio personale inferno, di conoscere i propri demoni e schernirli. È questa triste e ironica ironia, una contrapposizione di  concetti, un dualismo: da un lato l’incontro con il male, dall’altro la capacità di ridere e di riderne.

La tradizione ebraica spiega questo partendo dalla festa dei Purim, che assomiglia molto al nostro carnevale, ed è la versione moderna della festa del rovesciamento delle sorti. In questa festa ci si maschera, ci si traveste, ma soprattutto ci si ubriaca, mettendo in atto il rovesciamento della persona.

Durante questa festa ubriacarsi è un mitzvà, ovvero è uno dei 613 precetti della cultura ebraica; dunque, è precetto ubriacarsi al punto da non distinguere il “benedetto = Mordechày” dal “maledetto = Hamàn”.

Hamàn voleva distruggere Israele, mentre Mordekày è la guida spirituale che salvò il popolo.

Le due espressioni: barùch Mordekày e arùr Hamàn, cioè benedetto Mordeckày e maledetto Hamàn, avendo lo stesso valore numerico, sono strettamente correlate; non bisogna però generare confusione tra benedire il bene e maledire il male.

Questo dubbio è precisamente ciò che il popolo di Israele si propone di distruggere con la festa di Purim, giungendo all’esperienza della fede assoluta e priva di dubbi attraverso la stato di coscienza alterato dall’ebrezza.

L’ironia non distrugge la sofferenza, gli dà un senso nuovo, ma rimane sofferenza. Lo scopo degli stati di coscienza “espansivi”, che la Cabala chiama “cervelli di maturità” è, secondo la tradizione esoterica ebraica, la comprensione del principio per cui il male è il trono del bene.

Ciò che oggi, con gli occhi dei “piccoli cervelli” (gli incapaci a contenere le contraddizioni e il paradosso) ci può apparire disastroso, può in realtà essere per noi il bene massimo che solo in futuro potrà essere percepito.

La capacità di ridere dentro la tragedia, e di superare il dualismo attraverso lo stato di ebrezza è rappresentato molto bene nella mitologia greca dal dio Dioniso, dio del vino e dell’ebbrezza, il cui nome significa “il nato due volte”.

qof
La Fenice, tratto da un bestiario medievale. Si noti la corrispondenza della coppa e del raggio verticale del Sole che coincide con la linea della Fenice stessa.

La discesa agli inferi e la successiva rinascita, vengono rappresentate nel simbolo della Fenice, uccello favoloso del quale si diceva esistere un solo esemplare, dunque un essere unico, separato, diverso da tutti gli altri, il quale porta la coppa dell’immortalità o coppa del Graal. Secondo la tradizione araba la fenice «non si posa mai a terra in altro luogo che sulla montagna di Qaf», che è la “montagna polare”, ed è da questa montagna che proviene la bevanda dell’immortalità, anche secondo le tradizioni indù e persiana. Anche nella tradizione egizia, la fenice – detta Bennu – risorgeva dall’acqua e non dal fuoco. 

Ed essendo colei che risorge per prima, venne associata al pianeta Venere, che appunto veniva chiamato “la stella della nave del Bennu-Asar”, e menzionata quale Stella del Mattino nell’invocazione:

«Io sono il Bennu, l’anima di Ra, la guida degli Dei nel Duat. Che mi sia concesso entrare come un falco, ch’io possa procedere come il Bennu, la Stella del Mattino.»

Nelle leggende ebraiche, la Fenice viene chiamata Khôl o Milcham.

Una leggenda ebraica narra che Eva mangiò il frutto proibito, divenne gelosa dell’immortalità e della purezza delle altre creature del Giardino dell’Eden, così convinse tutti gli animali a mangiare a loro volta il frutto proibito, affinché seguissero la sua stessa sorte. Tutti gli animali cedettero, tranne la Fenice, che Dio ricompensò ponendola in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere in pace per 1000 anni. Alla fine di ogni periodo di 1000 anni, l’uccello bruciava e risorgeva da un uovo che veniva trovato nelle sue ceneri.

 

La Cruna dell’Ago.

Il segno arcaico della lettera Qof, che abbiamo visto all’inizio di questo articolo, è assimilabile alla forma di un ago. Abbiamo trovato la menzione alla Cruna dell’Ago nell’articolo riguardante la lettera Tau, ed è giunto il momento di approfondire la questione. 

Il segno arcaico della Qof, simile ad un ago, è anche assimilabile alla croce egizia detta Ankh, e al simbolo del pianeta Venere.

L’ankh (☥), conosciuto anche come chiave della vita e croce ansata, è un antico simbolo sacro egizio che essenzialmente simboleggia la vita. Gli dèi sono spesso raffigurati con un ankh in mano, o portato al gomito, oppure sul petto. In funzione di geroglifico l’ankh, oltre che significare “vita”.

L’ankh ricorda la stilizzazione dei genitali umani nell’atto dell’unione sessuale, e si ricollega dunque alla simbolica unione mistica dei due principi maschile e  femminile.

Le due parti dell’ankh, la tau sottostante e l’ansa sovrastante, corrispondono infatti ai simboli di due delle divinità più importanti della religione egizia, Iside e Osiride.

L’ansa è il simbolo isiaco, probabilmente una stilizzazione dell’utero; la tau, ovvero una croce senza l’estensione superiore del braccio verticale, è invece il simbolo di Osiride, rimandabile al pene.

Come simbolo dell’unione dei due principi cosmici sta ad indicare anche l’unione mistica tra il cielo e la terra, ovvero il contatto tra il mondo divino e il mondo umano, nonché l’unione dei due principi intesa come generatrice dell’esistenza. La denominazione chiave della vita, oltre che un richiamo alla forma del simbolo stesso, sta ad indicare anche il significato escatologico del simbolo: l’ankh è anche infatti vita eterna, grazie alla quale l’uomo riesce a superare la morte, per giungere alla rinascita.

In quanto simbolo della vita e dell’immortalità, il suo significato è estensibile a quello di simbolo dell’universo, dato che il cosmo è pura vita, pura esistenza ed eterno alternarsi di cicli regolatori, oltre che costantemente generato dall’alternarsi di principi in eterna opposizione.

L’ankh appare di frequente nelle opere artistiche dell’Antico Egitto. Nelle raffigurazioni divine appare come caratteristica delle stesse divinità, ad indicare la natura ultraterrena e l’eterna esistenza di esse. In quanto è la vita il suo significato principale, abbinato agli dei ne indica la natura di forze cosmiche, generatrici dell’universo e dunque della vita.

Gli antichi egizi utilizzavano la forma dell’Ankh per le loro calzature: la parte circolare circonda la caviglia, il laccio orizzontale si collega alla tomaia e la parte verticale è collegata con la punta della scarpa.

Ciò può essere interpretata in senso mistico, tenendo presente che la saggezza egizia vedeva la vita come un sentiero da percorrere, ricco di negatività alternate alle positività, che ogni uomo percorre per giungere alla propria meta, alla propria realizzazione, intesa anche dal punto di vista spirituale: si collega al concetto di Andare, portato dalle divinità del pantheon in simbolo di energia eterna, si collega alla circumambulazione del Cerchio nella Magia rituale egizia;

L’ankh veniva utilizzato comunemente come amuleto, capace di infondere salute, benessere e fortuna. Spesso alla morte di una persona, che venisse mummificata o meno, l’ankh era un elemento fondamentale, con il quale il corpo doveva essere sepolto. Un altro uso frequente dell’ankh era quello che lo vedeva in funzione di specchio, nel quale il vetro riflettente era posto nell’ansa.

In epoca romana è probabile che l’ankh abbia influenzato il simbolo della mano di Venere (o specchio di Venere), simbolo della divinità, in seguito adottato come simbolo dell’omonimo pianeta nell’astrologia; come simbolo del rame nell’alchimia e come simbolo del sesso femminile nella biologia.

 

 

Numero 100

100. Segreto della bellezza. Yofi = 100 = 10×10. Ogni parte deve contenere tutte le altre (interinclusione); questo è il segreto del quadrato, e di ogni potenza del due.

Si dice che 100 sia la lunghezza della vita di un’aquila, simbolo della capacità di ringiovanire, come dice il verso “Possa la mia anima rinnovarsi come l’aquila”. L’aquila è il terzo animale della visione di Ezechiele, e corrisponde a Tifereth, la bellezza.

Questo numero ha quindi a che fare col segreto della bellezza,  dato che la stessa parola Yofi, יפי Yod-Peh-Yod, che significa appunto bellezza, ha valore 100. Queste tre lettere sono anche le iniziali della frase yod p’amim yud = dieci moltiplicato dieci = 10 x 10 = 100.

La Cabala sostiene che i numeri quadrati hanno la qualità animica particolare di espandere al massimo le potenzialità del numero alla base. Ogni quadrato è inteso come la somma manifestazione di tutte le qualità già inerenti nella base. Dieci è il numero-base di ogni associazione umana, è il numero della completezza; cento è dunque la sua espansione e attualizzazione.

Ogni numero quadrato contiene il segreto della “Inter-inclusione”. Non basta che un essere sia costituito da tutte le sue parti, ma occorre che ognuna di esse contenga un po’ di tutte le altre se si vuole che esista la possibilità di riconciliare le opposte tendenze.

100 è l’interinclusione dello stesso Albero della Vita, con le sue 10 Sefiroth. 

La riunificazione del maschio e della femmina è possibile solo quando il primo diventa consapevole della presenza dentro di sé di una parte “femminile”, e incomincia ad operare anche suo tramite.

Viceversa, la femmina deve poter sviluppare ed integrare il suo “lato” maschile. Solo così i due compagni si potranno capire e accettare a vicenda, superando la conflittualità degli opposti. L’unione tra uomo e donna è possibile solo se ciascuno dei due matura in sé la capacità di vedere, sentire, conoscere la realtà  come lo fa l’altro (empatia).

Questo fenomeno è noto in Cabala come “il segreto del due che diventa quattro”, e ha un accenno esplicito nelle stesse quattro lettere del Tetragramma.

Altre parole con ghematria 100, sono:

Nun Lamed Kaph = 21° dei 72 Nomi di Dio

Min מינ = Sesso, specie

Kaph כפ = cucchiaio, palmo della mano

Kelim כלימ = recipienti

Sam סמ = veleno, droga

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