resh

20. Resh. Il Controllo dei Pensieri e la Mente Silenziosa

Resh è la ventesima lettera dell’Alfabeto Ebraico, ed è in stretta relazione con la nostra mente. Attraverso il sentiero di Resh si apprende come controllare i propri pensieri potendo intervenire in maniera consapevole suoi contenuti inconsci; il controllo dei pensieri può anche giungere ad arrestarli completamente, permettendo la manifestazione del Sé.

 

Lettere corrispondenti R

E’ la sesta delle lettere doppie.

E’ la quarta lettera fissata nei denti

Forma Testa;

Una testa piegata; La testa piegata del Benedetto nella Verità;

Una curva: cambiamento di direzione

Nome Resh – Alef – Shin

Povero;

Capo: il principio che contiene tutto ciò che da esso procederà;

Inizio;

 

Valore ghematrico nome Resh-Alef-Shin = 501
Valore numerico: 200 200 zuzim = era l’ammontare di denaro che differenziava un povero da un ricco;

200 = etzem = essenza =  la testa contiene l’essenza della personalità, il segreto della sua unicità.

Valore di posizione 20
Festività Rosh ha-Shannà, il Capodanno ebraico
Zodiaco Luria: Saturno; Donnolo: Venere – Inglesi:Sole; Francesi: Saturno
Organo Luria: Narice sx; Donnolo: Orecchio dx
Virtù Luria: pace; Donnolo: grazia e bruttezza
Sentiero Luria: Yesod – Tifereth; Esoterismo: Hod – Yesod
Tarocchi Inglesi: il Sole; Francesi: il Giudizio

 

Forma

 

Geroglifico

 

L’ideogramma più antico, ritrovato in Egitto, rappresenta il profilo della testa di un uomo barbuto rivolto verso sinistra. Ai tempi della Stele di Mesha la forma diventa stilizzata.  L’alfabeto greco ribalta la lettera verso destra ρ (ro), quello latino vi aggiunge il trattino facendola diventare la R. L’ ebraico quadrato mantiene la testa rivolta a sinistra stilizzata nel profilo cranico.

 

 

La Testa

La forma della Resh evoca la forma di una testa,  e quindi il cervello ivi contenuto. La Resh rappresenta dunque il potere della mente e la forza del pensiero.

 

Uomo piegato

La curvatura della Resh ricorda un uomo piegato. Al livello di coscienza più basso, ciò viene interpretato come un uomo piegato dal peso di una schiavitù, come ad esempio il dipendere da altri per il proprio sostentamento fisico, emotivo e intellettuale; in questo caso il piegamento indica anche uno stato di rispetto ossequioso delle norme di comportamento sociale.

Tale servitù è la conseguenza del fatto che la testa ha perso il suo potere, è “povera”, priva di Da’at, o “conoscenza”, come dice l’espressione talmudica: “Non c’è povero se non di conoscenza”.

Sarebbe quindi utile “alzare la testa”. Ma per farlo realmente bisogna acquisire consapevolezza.

Abbiamo visto, nell’articolo relativo alla lettera Tau, che essa è la Porta del Cielo che nell’Albero della Vita apre la strada di risalita, da Malkuth a Yesod. Resh è uno dei possibili Sentieri che da Yesod conduce ad una Sefirah superiore (Hod o Tifereth, a seconda se si utilizza l’Albero classico o quello lurianico). La lettera Resh contiene dunque le indicazioni per compiere un ulteriore passo sulla scala della nostra consapevolezza.

 

Cambiamento di direzione.

La curva della Resh indica  un cambiamento di direzione, la forza di cambiare strada. Nell’ebraismo questo cambiamento è la chiave della Teshuvà che significa conversione, o meglio, metanoia, cioè un cambiamento dei propri pensieri. La Teshuvà è una delle più importanti esperienze che l’essere umano possa fare; la capacità di effettuare questo cambiamento è nella mente, nello sviluppo armonico delle sue facoltà cognitive, dato dall’unione dei due emisferi destro e sinistro.

Pur essendo la testa simbolo di dominio e potere (il “capo”), la Resh, che la rappresenta, è piegata, come in un gesto di umiltà. La testa viene dunque piegata in avanti, in direzione del cuore. Questo, può far pensare in primo luogo ad una presa di coscienza e alla gestione delle proprie emozioni, che altrimenti rimarrebbero l’espressione disordinata e confusa di una consapevolezza frammentata.

In secondo luogo, la testa in questa postura ricorda un atteggiamento di ripiegamento su se stessi, di introversione, riflessione, concentrazione. Concentrarsi significa centrarsi dentro, ed il nostro centro è proprio il cuore. Trovare il proprio centro, significa trovare il proprio equilibrio, e dunque la capacità di rispondere agli eventi senza sentirsi sopraffatti o in balia di essi. Imparare a concentrarsi è anche il primo passo per raggiungere stati di coscienza meditativi profondi. La concentrazione su un oggetto permette di alterare la percezione rispetto a ciò su cui ci concentriamo. Normalmente infatti, siamo identificati con la funzione conoscitiva, essendoci abituati a porre il conosciuto fuori di noi, sicché crediamo di essere altro dal mondo in cui ci muoviamo, e altro dagli oggetti che creiamo e usiamo. Mediante la concentrazione, questa “distanza” viene colmata, ed è possibile identificarsi con l’oggetto sul quale ci si concentra, acquisendo un nuovo stato di coscienza.  Infine, sempre mediante la concentrazione, è possibile ottenere una condizione di vuoto, in cui i pensieri si arrestano, e la mente diventa il recipiente perfetto per ricevere informazioni da una “dimensione sovracosciente”: il Sè.

 

 

Nome

 

Ereditare.

La parola “resh” significa ereditare, come disse Mosè ad Israele “alè resh” (vai ed eredita la terra – Deuteronomio 1:21). Ma le stesse lettere si possono leggere come “rash” (povero) come in “velarash en Kol” (il povero non ha niente – Samuele II 12:3).

 

Povero.

Nel suo livello più basso, la lettera Resh simboleggia il “povero”.Ciò richiama il concetto dell’uomo piegato, affrontato poc’anzi. Ci si riferisce dunque alla povertà del pensiero umano, se non è connesso con la sua radice trascendente.

Anche se ciò non rientra nell’ebraismo, è utile in questo caso citare una frase di Gesù, tratta dal Vangelo di Matteo, dal Discorso della Montagna: “Beati i poveri in spirito, poiché di essi è il Regno dei Cieli”. La povertà di spirito significa svuotare la mente dai propri pensieri che, se arrestati mediante la concentrazione, permettono il rivelarsi della propria vera personalità, il Sè.

Comprendiamo quindi la validità della citazione cristiana nei suoi significati più ampi, che implicano il non mettere il proprio Io al centro di tutto, spogliandosi anzi di tutti i falsi Io, cioè delle cose (emozioni, pensieri,..) in cui ci identifichiamo.

Per approfondire questo argomento, è utile la lettura dell’articolo relativo al  Purna Yoga. Non stupisca il fatto di “saltare da una tradizione all’altra”, ma piuttosto si approfitti per ampliare le proprie conoscenze.

 

Capo, inizio.

La parola “rosh”, significa capo, intesa come cosa principale, è il principio che contiene tutto ciò che da esso procederà. Il capo è dunque l’origine di tutto, l’inizio. E infatti “rosh” significa anche “inizio”. In Cabala si insegna che ci sono due inizi: il primo è nascosto e il secondo è rivelato. Nel calendario ebraico ciò corrisponde ai due giorni di Rosh ha-Shannà, il Capodanno ebraico. Si tratta di Keter (Corona) e di Hockmah (Sapienza). Il primo livello è superconscio, come dice il verso: “Poiché i Miei pensieri non sono come i tuoi, e neppure le Mie vie sono come le tue”. Si tratta dell’Estremità Inconoscibile, il più alto gradino di Keter. Il secondo gradino viene invece espresso dal versetto: “Cerca Dio mentre Egli può venir trovato, chiamaLo mentre è vicino”. Il riconoscimento dello stato espresso dal primo verso è il piegare la testa in segno di totale umiltà; il secondo verso indica come Dio stesso venga a risollevarcela, e a farci percepire come in Lui siano sempre presenti ogni coppia di opposti, perfettamente riconciliati.

La lettere Resh pronunciata “rosh” significa anche testa, in accordo con la sua forma.

 

 

Resh – Alef – Shin.

Il nome della Resh è formato dalle lettere Resh – Alef – Shin. Le lettere Alef e Shin unite, formano la parola “esh” che significa “fuoco”.

Se al posto della Alef (il soffio divino) mettiamo una Ayin, abbiamo la parola “ra’ash” (Resh Ayin Shin) , che significa rumore.

Il rumore è segno di confusione, di disgregazione. Il brusio assordante dei nostri pensieri incontrollati, non permettono all’Alef di fecondare la nostra mente con il suo Soffio e di accendervi il Fuoco.

Esercitando il controllo sui propri pensieri, è possibile fermare le rimuginazioni logoranti.

Tale rimuginare rientra tuttavia in uno dei due processi fondamentali attuati dalla nostra psiche: il processo analitico. Con questo processo utilizziamo l’intelletto per analizzare, e dunque scomporre in frammenti i concetti, gli avvenimenti e quant’altro condizioni la nostra esistenza, al fine di poterlo affrontare, assimilare, comprendere. I processi psichici analitici sono altresì complementari ai processi di sintesi, che permettono invece di sintetizzare, riunire e semplificare, fino ad assurgere una visione di insieme.

Con il “potere della mente” è possibile fermare l’assalto di pensieri e di immagini e compiere la sintesi. Secondo Allen Afterman nel suo libro “Kabbalah and Consciousness”: “La battaglia per la mente è la battaglia per i contenuti delle sue immagini, in realtà è la battaglia per l’essenza stessa della persona, che è là dove si trova la sua mente. E se la sua mente è dispersiva, anche la persona è dispersa, se la sua mente è sintesi, allora anche la persona si fa sintesi”.

La presenza di Dio, simboleggiata dall’Alef, l’Unico, in mezzo a Resh e Shin, permette di ricostruire in noi l’unità che il rumore distrugge. Nella testa che governa se stessa, c’è la presenza dell’Unico, dell’Alef, che ha valore numerico 1.  Il termine “monaco” viene da “monos” che in greco significa “unico”, cioè è fare unità interiore, non dividersi, non avere molti signori, non avere molti idoli, ma un unico Signore. L’essere un monaco non significa quindi fare una vita solitaria e casta, ma essere Uno, Unico, Unito.

La lettera Resh è l’iniziale della parola “rotzè” che significa volontà, e anagrammandola si ottiene la parolo “tzur” che significa roccia. 

Il ruolo della testa si esplica mediante la volontà dell’assoggettamento della mente allo spirito della sapienza, ed è riassunto in un rituale fondamentale della liturgia ebraica: la preghiera del mattino, soprattutto del sabato.

E’ interessante notare che la lettera Resh come abbreviazione indica la parola “Rabbi” , o Rav, Rebbe, Rabban, Rabbenu, e altre costruzioni simili. Si può riscontrare una Resh dopo il nome di una persona su una lapide tombale, per indicare che tale persona era un rabbino o anche un Rav, termine generico per indicare un insegnante, un maestro o una guida spirituale.

 

 

Numero 200

 

Il 200 è, come il 100, 300, 400, un numero composto da più cifre, per cui la sua valenza simbolica è il risultato dei vari aspetti delle singole cifre. Il 2 è simbolo della dualità, la differenza, il rapporto,  che viene portata a situazioni anche di completezza, di pienezza, una dualità molto importante, radicale.

Resh, rappresenta una dualità fondamentale: la gestione dei processi psichici di analisi e sintesi della nostra mente, il solve et coagula, la formula alchemica per eccellenza, che gli alchimisti usavano per evolvere e rigenerare se stessi.

Ecco perché Resh ha valore 200, due moltiplicato per il numero della pienezza (le Sefiroth moltiplicate per se stesse, elevate a potenza) 2 x 100, = 200.

Nella tradizione talmudica, 200 era il numero che differenziava un uomo ricco da un povero. Se una persona aveva meno di 200 zuzim (un’unità monetaria) era considerato povero.

200 membri della tribù di Issakar meritarono di diventare i capi, o le “teste” del Sinedrio. Si tratta della tribù più versata nella conoscenza della Torah, specie della sua parte esoterica. Essi erano anche esperti in astronomia e astrologia.

200 è il valore medio di tutto l’Alefbeth, dato che il valore massimo è 400 (la Tau). Dunque la Resh, o “inizio”, è la metà del tutto. Ciò ha un legame con quanto spiegato nella Creazione dal punto di vista della Cabala, e cioè che la Restrizione originaria (tzimtzum) ebbe luogo “nel mezzo della Luce”, lasciandone un residuo (Reshimo) all’interno del punto vuoto così generato. La Resh ha a che fare con tale Residuo di Luce, che è il nostro Sè.

200 = etzem = ayin-tzadde-mem = essenza, osso. La testa contiene l’essenza della personalità, il segreto della sua unicità.

200= qadmon = quf-dalet-mem-vau-nun = primordiale, anteriore. In Cabala significa “prima che esistesse ogni dimensione temporale”, “prima del computo del tempo”.

200= qesem = Qof-Sameck-Mem = magia. La magia è la forma ancestrale che ha preceduto ogni religione, così come il pensiero magico ha preceduto il pensiero razionale. La moderna psicologia ritiene il pensiero magico una forma mentale primitiva, ed anche i cabalisti ebrei mettono in guardia i praticanti dall’eventuale utilizzo magico della Cabala, considerandolo una distorsione della Cabala stessa. Tuttavia, si parla continuamente di armonizzare le facoltà cerebrali di entrambi gli emisferi, destro e sinistro.

Ebbene, il pensiero magico è proprio la facoltà peculiare dell’emisfero destro, come il pensiero razionale lo è dell’emisfero sinistro. Sarebbe dunque opportuno che si rivalutasse l’importanza delle facoltà intellettive evidenti nell’uomo fin dall’epoca arcaica, di visualizzare, immaginare, simbolizzare, intuire, sognare e, insieme ad esse, il pensiero magico e le sue funzioni e potenzialità psichiche. E’ pur vero che agendo volontariamente sui propri pensieri e sulla propria mente, intervenendo sui contenuti inconsci mentre ci si trova in uno stato alterato di coscienza, si possono generare importanti disturbi psichici, quali ad esempio ossessioni e deliri. 

200= qela = quf- lamed- ayin = pungiglione. 

200= qalah = quf-lamed-ayin = gridare, lanciare, colpire, scagliare.

 

Il Sentiero di Resh

Da Yesod a Tifereth, secondo la Cabala: arrestando il flusso dei pensieri si ottiene il silenzio mentale che porta alla manifestazione del Sé. Il tal modo si apre la Via che permette al divino che è in noi di manifestarsi.

Da Hod a Yesod, nel sistema esoterico: mediante il controllo del mentale (Hod) si modificano le forme immaginali di Yesod, che a loro volta si manifesteranno in Malkuth mediante la via di Tau.

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