samekh

15. Samekh. Il Sogno e la Vita

Samekh è la quindicesima lettera dell’Alfabeto Ebraico ed è in relazione con il nostro Sè e il modo in cui si manifesta attraverso noi stessi nella nostra vita.

Il Sentiero di Samekh permette di allineare il proprio Io (Malkuth), l’inconscio (Yesod) e il Sè (Tifereth), o anche di integrare la mente razionale (Hod) nel Sè. 

 

Lettera Samekh E’ la nona delle lettere doppie

E’ la seconda lettera fissata nei denti

Forma Cerchio; La fine è nel principio.

Albero

Serpente; Oroboro.

Nome Samekh+Mem+Kaph. Simka. Supporto, sostegno
Valore Ghematrico Nome 600
Valore Numerico 60
Valore di posizione 15
Mese Kislev
Festività Chanukkah
Zodiaco Sagittario
Tribù Beniamino
Organo Luria: Stomaco

Donnolo: Mano dx

Senso Luria: Dormire o sognare

Donnolo: Rabbia – Misericordia

Sentiero Ebraismo: da Hod a Tifereth

Esoterismo: da Yesod a Tifereth

Tarocchi Francese: il Diavolo  –  Inglese: la Temperanza

 

Forma

 

Geroglifico.

samekhIl geroglifico egiziano somiglia ad un piccolo albero con tre rami orizzontali; questa stessa forma appare stilizzata sulla stele di Mesha.

Nel greco arcaico conserva il disegno dell’albero ma la stilizzazione è diversa; diviene poi la lettera Sigma del greco moderno.

Nell’ebraico quadrato, la forma di Samekh è un quadrato con gli angoli arrotondati, la stessa forma che veniva tracciata per piantare un albero; diviene poi un cerchio perfetto.

Nell’alfabeto latino corrisponde alla lettera X.

 

Albero.

Samekh è l’albero inteso come immagine diretta dell’archetipo, come colonna vertebrale della creazione su cui poggia l’intera opera.

Nel disegno arcaico le tre linee orizzontali potrebbero rivelare i tre livelli dell’Albero Sefirothico, a sua volta archetipo dell’Albero dell’Eden, ovvero l’Albero della Vita, oppure l’Albero della Conoscenza e della Dualità.

Nella sua attualizzazione è l’Albero della Croce, nel suo compimento è l’Uomo risorto.

Il significato di questi simboli, il cerchio, l’albero e la croce, è il ritorno a sé, o al Sé, in un eterno movimento di rigenerazione e di autofecondazione, grazie al quale dopo il sacrificio viene l’armonia.

 

Cerchio.

Il cerchio vuoto si riferisce allo spazio generato dopo la Restrizione Originaria (Tzimtzum) avvenuta all’interno della Luce Infinita. Il cerchio è la memoria del Reshimo, l’Impressione di Luce rimasta dopo la Restrizione, il segreto dell’Anima dell’Universo, l’invisibile fondamento della creazione, il ricordo della pienezza e dell’abbondanza che agli inizi riempivano ogni possibile bisogno. E’ la Luce che circonda tutti i mondi.

Da questo cerchio nasce la visione dell’Universo come entità circolare, chiusa in se stessa e priva di uscite.

Di solito gli esoteristi occidentali interpretano l’Oroboro come un simbolo positivo, di circolarità e di rinascita. Infatti, al positivo,  il cerchio è l’invito a rendere “circolare” il proprio modo di pensare, imparando il senso della ciclicità della vita.

Il cerchio però è anche indice di potenzialità non realizzate, che generano frustrazione. Al negativo, il cerchio rappresenta uno stato di chiusura mentale, di eccesso di sicurezza nelle proprie idee. In filosofia ciò porta ad atteggiamenti nichilisti e pessimisti. Questa visione dell’Universo simboleggia il mito dell’eterno ritorno, che nella scienza è la legge dell’entropia, la mancanza di uno scopo superiore nella creazione. Ciò è rappresentato anche dall’Oroboro, il serpente che si morde la coda. A tale proposito ricordiamo un detto famoso:

“La fine dell’atto è già contemplato nel pensiero dell’inizio” oppure “La fine è nel principio”, che indicano lo stato di circolarità, senza inizio e senza fine.

Il verso biblico «Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole.».

(che in latino suona come: Nihil sub sole novum; o anche Nihil novum sub sole; Nihil sub sole novi, Nihil novi sub sole) si riferisce alla mancanza di significato di una vita passata all’interno dei cicli naturali: da millenni si ripetono le stesse situazioni e gli stessi fatti. Nulla è veramente una novità. Nell’uso corrente è usato per prendere atto, spesso con rammarico, che quello che si pensava diverso da certa realtà è invece uguale ad essa.

Ma i Saggi commentano: “Ma sopra il sole sì”; occorre cioè innalzare la propria consapevolezza al di sopra delle sfere naturali, per innestarci nell’infinito.

Il cerchio è simbolo della ruota che, oltre a rappresentare la ciclicità della vita, fu uno strumento la cui invenzione facilitò enormemente le comunicazioni e il commercio. C’è quindi un grande senso sociale in questo simbolo; così la circolarità diventa cultura ed ecletticismo, ampiezza di orizzonti e tolleranza.

Con la lettera Samekh, la consapevolezza viene messa in grado di scoprire le tracce di quell’impressione originaria detta Reshimo, cioè le prove dell’esistenza di una Essenza Divina, nascosta dietro le apparenze illusorie di questo mondo imperfetto e limitato.

Ciò genera nell’anima ottimismo, speranza, fiducia, gioia di vivere e di godere di ciò che la vita ha da offrire, e grazie a questo pensiero si diventa capaci non solo di consolare se stessi nei momenti di mestizia, ma anche di consolare gli altri e di condividere con essi la gioia.

Samekh rappresenta la capacità dell’anima di scoprire tracce e prove dell’esistenza divina nel mondo delle leggi naturali e del pensiero umano, e questa capacità stessa porta il sostegno e il supporto che donano anche la forza di vivere, oltre che la gioia. Ed in effetti si, sono i forti a sopravvivere, sotto il Sole.

Il cerchio rotola ma non cade. Anche nei momenti più difficili o tragici è possibile contattare una dimensione di appoggio stabile e sicura. Ed è così che taluni vedono nella circolarità della Samekh la rappresentanza simbolica del progetto evolutivo e salvifico dell’Universo, che sarebbe presente fin dagli inizi della Creazione.

 

 

Nome

 

Appoggio.

La parola Samekh (Samekh-Men-Kaf) significa sostegno, appoggio, rappresentando l’idea della protezione divina. Ma Samekh significa anche densità, spessore. Dunque questa protezione è come una sorta di spessore, di barriera morbida, di filtro, posto fra il nostro Essere e il mondo esterno. Questo spessore regola le influenze che il mondo esterno esercita su di noi, in modo da poter mantenere la nostra personale integrità pur interagendo con l’esterno.

Per fare un paragone con la fisica moderna, la Samekh sarebbe il cosiddetto “campo del punto zero”, ovvero un letto di grande attività di micro-particelle, anche in uno stato di zero temperatura, di assenza di materia e di assenza di energia.

Un esempio è proprio il cerchio che veniva tracciato per piantare un albero, è la zona circostante che separa, protegge e connette ciò che vi è all’interno e ciò che è all’esterno, come una sorta di zona neutra.

 

Miracolo. 

Samekh, unita alla lettera che la precede nell’Alefbeth, Nun, compone la parola “nes”, che significa miracolo. Dopo la “caduta” della Nun viene l’”appoggio” della Samekh. Ecco in cosa consiste un miracolo.

Come recita un verso biblico: Il Signore sostiene (somekh) tutti coloro che cadono. (Salmo 144,14).

I miracoli, che si sperimentano soprattutto con il superamento della caduta implicita nella lettera Nun, sono una vera e propria resurrezione per chi ha saputo accettare la sconfitta. In questo modo è possibile passare da shachor (nero), simbolo dell’oscurità, al shachar (aurora), simbolo della luce.

Nella parola “nes”, il seme (Nun) si appoggia al bastone della Tradizione (Samekh) così che il germoglio possa diventare un solido arbusto. 

In ebraico, arbusto si dice “seneh” (Samekh+Nun+He): esso è l’Albero che inizia a crescere ma che contiene già la totalità delle energie della Tradizione.

L’essere umano è la risultante della tensione continua tra questi due poli di fragilità (seme) e solidità (bastone) che la parola “nes” esprime.

Con la lettera Nun abbiamo un cadere che è anche immergersi nelle profondità di se stessi, nel proprio fulcro o seme, dove poter attingere nuove energie rimaste latenti per poi tornare alla luce, per rinascere.

Così la circolarità di Samekh rappresenta un ritorno a se stesso, alle origini, quindi il ritrovamento delle nostre forze istintive, creatrici, rigeneratrici, rivelate o di cui si ha preso conoscenza nella fase precedente (Nun).

Quando l’individuo raggiunge il suo equilibrio psichico mediante l’esercizio della sua volontà, può orientare queste forze verso se stesso o verso il mondo esterno. In entrambi i casi acquisisce un “potere magico”, una forza sugli elementi e sugli eventi della sua vita.

Samekh raffigura dunque un movimento circolare anche della coscienza, che ripassa e ritorna sempre al punto di partenza, proprio come l’Oroboro corrisponde all’eterno ritorno, al movimento perpetuo, quindi alla rigenerazione, all’autofecondazione.

E’ così che avviene il miracolo del sostegno divino, immergendoci dentro noi stessi e ritrovando il contatto con la nostra origine, con la nostra essenza, che ci rigenera.

Se si volesse considerare la lettera Vau come un agente maschile fecondante, Samekh sarebbe l’agente femminile di collegamento.

Vau e Samekh si autofecondano e copulano all’infinito, ossia un ciclo senza fine, nel Mem finale.

 

Ordinazione.

Samekh significa anche “porre”, “appoggiare”, specie nel senso dell’imposizione delle mani che conferisce l’ordinazione, il trasferimento del potere sacerdotale o spirituale da una generazione all’altra. Infatti Samekh significa anche “ordinazione”, oltre che “autorità, competenza”.

Con l’imposizione delle mani, gli Tzadikim, i Giusti, i Maestri, concentrano la Luce avvolgente e la trasmettono nei recipienti (mentali) dei loro discepoli.

Abbiamo già visto che Samekh rappresenta una rinascita, e tale è anche l’iniziazione data da un maestro al suo discepolo.

 

Sogno, Segno e Simbolo.

Un altro simbolismo della Samekh è il sogno. Nella tradizione ebraica i sogni occupano un posto fondamentale, sia nel testo biblico, sia nel Talmud, sia nella Cabala. Nella Torah la maggior parte dei sogni appare nel mese di kislev (i sogni di Giacobbe, del Faraone, di Giuseppe), associato alla lettera Samekh.

Kislev è il mese che segna la fine della tenebra e l’inizio della luce, cioè il solstizio invernale, che nel Cristianesimo viene rappresentato dalla nascita di Cristo. Qui i Cristiani dovrebbero ricordare che il Natale è stato celebrato dalla Chiesa romana battezzando la festa del solstizio d’inverno cioè la nascita del Sole, e che nell’antica Roma veniva celebrata come i Saturnali.

Anche nella cultura ebraica esiste una festa simbolica a riguardo: è la festa di Chanuka, che ricorre nel mese di Kislev e corrisponde al Solstizio d’Inverno, dunque in qualsiasi tradizione, durante questa festa viene celebrata la vittoria della luce sulle tenebre.

La festa di Chanuka ricorda la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme dopo la profanazione di Antioco IV Epifane del 167 a.C., ex generale di Alessandro Magno, che tentò di distruggere la religione ebraica installando nel Tempio la statua di Giove.

Durante la festa di Chanuka è usanza accendere un candelabro a otto fiaccole: il numero otto indica la novità, è il numero della resurrezione, celebra perciò l’inizio di una nuova vita dopo la caduta.

Il momento della giornata in cui sorge il sole, poco prima del risveglio, è il momento in cui vengono fatti i sogni che possono facilmente essere ricordati.

La liturgia ebraica dedica ai sogni preghiere di fondamentale importanza. Prima di coricarsi l’ebreo recita una preghiera con la quale chiede di venire illuminato con giusti consigli e di essere protetto da incubi.

L’ebreo crede che durante il sonno l’anima (Nephesh, il principio vitale) si stacchi dal corpo, percorrendo diversi stadi del mondo spirituale, popolati da angeli ma anche da entità negative.

Nel Talmud è scritto che chi non sogna per una settimana può essere definito un malvagio in quanto chi non ricorda o rifiuta la memoria del contenuto dei sogni, rifiuta di ricevere gli insegnamenti di cui ha bisogno per crescere e trasformarsi. Per il Talmud un sogno non interpretato è come una lettera non aperta.

 

Io dormo ma il mio cuore veglia.

Un rumore! E’ il mio diletto che bussa:
«Aprimi, sorella mia,
mia amica, mia colomba, perfetta mia;
perché il mio capo è bagnato di rugiada,
i miei riccioli di gocce notturne».

…..

Ho aperto allora al mio diletto,
ma il mio diletto già se n’era andato, era scomparso.
Io venni meno, per la sua scomparsa.
L’ho cercato, ma non l’ho trovato,
l’ho chiamato, ma non m’ha risposto.

(Cantico dei Cantici 5,2; 5,6)

 

 

Di notte dormiamo ma la nostra coscienza, la nostra psiche, è sveglia. Al nostro risveglio, solo la conoscenza dei simboli permette la comprensione del sogno. Il Talmud insegna: Elabora i segni e i simboli e allora potrai acquisire la Torah.

La lettera Samekh è infatti anche l’iniziale della parola “siman” che significa segno, simbolo.

Il sogno non è soltanto lettura del proprio inconscio, ma è lettura del proprio rapporto “con”, in rapporto “con” persone, realtà, situazioni, etc. E’ un rapporto che costruisce rapporti, scelte, e quindi diventa progetto.

Il sogno assurge così non solo a strumento di comprensione di sé, ma anche a proiezione di sé nel proprio futuro e di proiezione nel futuro della storia propria e della collettività con cui l’individuo si rapporta.

I sogni sono progetti, sono promesse di salvezza.

 

Nei Vangeli cristiani non c’è nessun riferimento a sogni di Gesù di Nazaret: Gesù non sogna, ma si racconta delle lunghe preghiere notturne nelle quali “lotta” per capire, durante lo svolgersi della sua stessa vita, la volontà del Padre nei suoi confronti. In questo modo Gesù è il compimento dei sogni.

La vita di Cristo che non è un rifugiarsi nella realtà psicologica, ma è vivere il dramma umano, il dramma di sè, di capire se stesso con una lucidità mentale assolutamente chiara, è vivere se stesso da sveglio. 

Così noi ci rappresentiamo un Gesù che capiva tutto, sapeva tutto, prevedeva tutto, immaginava tutto, perciò era come un burattino e per questo faceva persino le sceneggiate, con grida inenarrabili e lacrime, e che ripete continuamente ai suoi discepoli: vegliate, state svegli, state attenti, ascoltate bene.

L’insegnamento implicito nella vita di Gesù intesa come archetipo stesso della nostra vita, è di non fuggire in situazioni più o meno psicoterapeutiche, ma essere se stessi, svegli, attenti, consapevoli, con la necessità di conoscere e accettarsi per ciò che siamo: poveri, miseri, impotenti.

Solo nel momento in cui ci accettiamo per quello che siamo, senza illusioni, senza pretendere di essere come vorremmo, di vivere quello che vorremmo vivere, allora possiamo anche capire la nostra vita, le cose che ci avvengono attorno, le provocazioni che la vita ci offre, le tentazioni, le cosiddette prove.

Ma queste provocazioni, queste prove, in realtà non sono davvero tali. Non c’è nessun Dio o Diavolo che costruisce situazioni appositamente per metterci in difficoltà. Queste “prove” altro non sono che il frutto delle nostre incapacità, delle difficoltà di rapporto, della violenza che abbiamo nel porci come idoli di noi stessi, come dèi al di sopra di tutto il resto, quando in realtà non sappiamo nulla, neppure di noi stessi.

Ed è infatti proprio in noi stessi che troviamo, alla fine, quel sostegno, quel supporto, quelle risorse che non sapevamo di avere, e che ci permettono di superare quella che viviamo come una situazione di ostacolo, di prova, di tentazione.

E non è che per mera comodità di rappresentazione che crediamo che le tentazioni ci vengano da Satana e il supporto da Dio, perché in realtà è tutto dentro di noi, in un rapporto di Causa-Effetto. Poiché una Causa non può esistere senza un Effetto, anche l’Effetto è causa della Causa. In questo senso, l’Effetto è la causa e la Causa è l’effetto. Dal momento che inizio e fine sono inseparabili, «la loro fine è racchiusa nel loro inizio, e il loro inizio nella loro fine».

E’ possibile paragonare questo rapporto di co-dipendenza alla fiamma e al tizzone ardente: una fiamma non può esistere senza tizzone, ed esso non può ardere senza fiamma. Sebbene il tizzone sia la causa della fiamma, anche la fiamma è la causa del tizzone ardente. 

E’ solo la nostra cultura che ci insegna a pensare in maniera deduttiva oppure in modo induttivo: nel primo caso tracciamo un principio da cui derivano delle conseguenze, nel secondo, una volta date le conseguenze si capisce ciò che si è vissuto, lo si elabora separando ciò che era positivo (piacevole) da ciò che era negativo (doloroso).

Così se da una situazione di insicurezza, dolore, avversità (prova – Satana) troviamo il modo di uscirne costruttivamente (appoggio – Dio), ecco che diciamo che è stata una “prova” di cui poi, in seguito, mediante elaborazione psicologica, facciamo lettura. In questo modo mettiamo d’accordo questi “due gemelli che ci abitano”.

Isaia dice: «la storia è il martello di Dio ». Attraverso la storia che prendiamo le cantonate, e poi dopo ce ne accorgiamo, dalle conseguenze, ci accorgiamo, quando si dice che del senno del poi sono piene le tombe, che la storia non ci insegna proprio niente.

E’ illuminante in questo caso notare come il termine “jihad” sia un sostantivo maschile che indica uno “sforzo” teso verso uno scopo, dunque avente un obiettivo che per un singolo individuo altro non è che migliorare se stesso, in qualsiasi modo o si voglia intendere, non necessariamente da un punto di vista spirituale.

Ebbene, ecco che questo “sforzo” può assumere un ampio spettro di significati, ma indica pur sempre una lotta interiore tesa a migliorare le proprie capacità. Eppure, gli astrattismi meramente culturali, hanno fatto sì che questo “sforzo” diventasse una sorta di guerra santa contro il male, contro l’infedele, mentre altro non era se non il “superamento della prova”.

Nel testo evangelico noi traduciamo “tentazione” ma è la “prova”; gli evangelisti raccontano le tentazioni di Gesù nel deserto, che sono esattamente le prove di Israele nel deserto, prove che Israele ha affrontato in modo negativo, e Gesù affronta in modo positivo.

Il Signore della storia noi lo vediamo agire in quelle situazioni, in quei contesti storici.

 

 

Numero 60

È il numero di ogni totalità circolare, ogni stato che può garantire sicurezza e protezione, come afferma il Cantico dei Cantici (3,7): «Sessanta prodi la circondano».

La “lei” sottintesa è l’anima del sapiente: essa è costantemente difesa da un cerchio invalicabile, chiamato “una cinta di mura di fuoco”. Si dice infatti che le anime dei Giusti accettino di scendere sulla terra solo se Dio promette loro almeno 60 discepoli affidabili, che formeranno la cerchia protettiva descritta poc’anzi.

 

60 è il valore di Kaph – Lamed – Yod, il 18°  nome di Dio. La parola “KLI” significa recipiente, contenitore; esprime dunque l’idea della disponibilità, della ricettività. Grazie a tale ricettività si diventa GAON, attributo dato ai più sapienti tra i rabbini, che ricevono la “machazeh”, ovvero la visione.

60 è un numero importante anche nell’Halakhà, il contesto delle regole pratiche della vita ebraica, è scritto che una certa quantità di una sostanza, se messa in contatto con un’altra sostanza di quantità 60 volte superiore, perde la sua individualità e si cancella nella seconda. 60 è dunque il numero dell’influenza della collettività sul singolo.

60 era il numero degli anni di Isacco quando gli nacquero i due gemelli: Giacobbe ed Esaù. Essi rappresentano le due metà del cerchio: quella superiore, destinata a diventare la dimora della santità, e quella inferiore, destinata a cadere in preda delle forze dell’oscurità.

60 ha a che fare con la benedizione dei Cohanim, la più potente delle benedizioni presenti in tutta la Torah. Essa contiene 15 parole (la Samekh è la 15° lettera dell’Alefbeth) e 60 lettere, e viene recitata con le mani aperte in avanti, tese ad emanare i benefici raggi della Luce Avvolgente.

Infine, 60 è il valore ghematrico delle seguenti parole:

Gaon = eccellente, genio

Machazeh = visione

Halakhah = regola di vita

Alikhah = andare, camminare

Navad = pellegrinare

Ganaz = nascondere

Hineh = ecco!

Negbah = sud

Bachan = esaminare, distinguere, purificare

 

 

Usi della lettera Samekh

 

Marut = Mem+Resh+Vau+Tau = dominio, obbedienza

Masoret = Mem+Samekh+Resh+Tau = Tradizione

La Tradizione (masoret) è l’obbedienza (marut) costruita intorno al sostegno (Samekh); Samekh è l’albero della Tradizione.

La Tradizione è dunque il dominio della Samekh, si deve obbedienza ai suoi valori.

Togliendo la Mem iniziale, che indica la provenienza o l’origine, resta la parola seter (Samekh+Tau+Resh) che indica ciò che è nascosto, segreto, il mistero.

La Tradizione viene dal mistero, da ciò che non è ancora rivelato, o da chi non si è ancora svelato.

 

Sod = Samekh+Vau+Daleth = segreto. L’Uomo appoggiandosi alla Tradizione e varcandone le porte penetra nel segreto

 

Sullam = Samekh+Lamed+Mem = scala. Lamed è il movimento preso fra due 6: Samekh 60 e Mem finale 600. La scala (sullam) è come una porta verticale, che apre su un’evoluzione in altezza, i cui stipiti sono dei 6 invece che dei 4.

Swakhal = Samekh+Kaf+Lamed = il folle o la tradizione totale. La Tradizione pienamente rivelata è follia agli occhi dell’uomo ordinario.

Saba = Samekh+Beth+Alef = nonno o l’ubriaco. Chi, innestato della Tradizione penetra l’Aleph finale, è ebbro di conoscenza.

Sab = antico

 

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