cannibalismo

Il Dio Cotto e Mangiato: Cannibalismo e Necromanzia agli albori dell’Umanità. Tanto per cominciare.

Il rito del pasto cannibalico affonda le sue radici all’alba dell’umanità e si è perpetrato, seppur in maniera simbolica e non cruenta, fino ai nostri giorni, nel Cristianesimo. La cosa strana è che i praticanti odierni appaiono del tutto inconsapevoli, e ciò nonostante il simbolismo adottato sia piuttosto esplicito. Nei confronti di tale atto, che permane dunque a livello inconscio o subcosciente, mentre a livello di coscienza assume carattere terrifico e raccapricciante, viene attuato un meccanismo di difesa psicologico di rifiuto e proiezione, come riscontrato sia da Freud che da Jung. In particolare, il meccanismo di proiezione che, detto brevemente, consiste nel dare la colpa ad altri di qualcosa che invece appartiene a noi, mette in risalto il sentimento di colpa di cui, ad un certo punto, l’atto cannibalico è stato intriso, ma che in origine non si manifestava.

 

01. Una Vecchia Abitudine

02. Il Rito Cannibalico

03.Il Soffio nelle Ossa

 

 

Una Vecchia Abitudine

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Grotta di Guattari

Il primo evento significativo della storia dell’umanità è certamente la scoperta del fuoco. Le prime inconfutabili prove dell’utilizzo del fuoco da parte dell’Uomo risalgono a circa 800.000 anni fa.

Uno dei siti archeologici più importanti a tale riguardo è la caverna di Zhoukoudian o Choukoutien, nei pressi di Pechino. Questa grotta fu il rifugio del Sinanthropus Pekinensis, più conosciuto come l’Uomo di Pechino, i cui resti, inizialmente datati tra  250.000 e 500.000 anni fa, sembrano invece avere circa 700.000 anni.

In questa caverna vennero portati alla luce numerosi reperti davvero interessanti: resti di focolari, rustici utensili di pietra quali martelli e selci usate come coltelli, ossa spaccate e resti di migliaia di animali che evidentemente erano stati consumati dall’abitante o dagli abitanti, nonché un assortimento di crani aperti, in cui erano stati praticati dei fori per mangiarne il cervello.

Il nostro primitivo Prometeo è stato quindi l’Homo Erectus, un uomo-scimmia che camminava in piedi, dalla fronte bassa e con una capacità cranica di circa 900 cc. (il che significa una via di mezzo fra l’uomo di oggi 1400-1500 cc. e la scimmia 600 cc.); l’Homo Erectus doveva essere un perfetto materialista, considerando che non troviamo segni di opere artistiche in tutti i trecentomila anni della sua esistenza. Inoltre  manifestava un vizietto niente male: era cannibale.

In Europa, nello stesso periodo, le cose andavano più o meno nello stesso modo: a Gran Dolina, in Spagna, troviamo la più antica testimonianza di antropofagia risalente a 800.000 anni fa, ad opera dell’Homo Antecessor. Le ossa manifestano evidenti tracce di macellazione, scorticamento, ipotetica rimozione della carne, apertura della scatola cranica e delle ossa lunghe al fine di estrarne il midollo.

Con l’andare del tempo le cose non migliorarono affatto: anche l’uomo di Neanderthal, uscito dall’Africa circa 200.000 anni fa per colonizzare tutta l’Europa centro-meridionale e l’Asia centrale (le terre settentrionali erano allora ricoperte dai ghiacci perenni dell’ultima glaciazione), si dedicò a pratiche di cannibalismo fino alla sua presunta scomparsa, circa 30.000 anni fa.

Il Neanderthalensis non era affatto un ominide cerebralmente iposviluppato, anzi la sua capacità cranica arrivò a circa 1725 cc, superando perfino quella dell’uomo attuale (1400 – 1500 cc). Questo significa che gli Uomini di Neanderthal erano una vigorosa razza di esseri umani, con un livello mentale forse superiore al nostro, probabilmente con una buona capacità di linguaggio e di pensiero astratto, che dava loro accesso alla dimensione psichica simbolica.

Questi uomini alti all’incirca 160 cm, dalla potente muscolatura, la fronte sfuggente, le arcate sopraccigliari sporgenti, gli zigomi accentuati e il mento piccolo, lottarono, all’alba della storia dell’umanità, in un ambiente che richiese loro ingegno, forza e coraggio. Vivevano di caccia ed erano nomadi, così che il possesso del fuoco e l’idea di coprirsi con le pelli degli animali, resero possibile affrontare i rigori delle terre del nord, le quali offrivano il vantaggio di carne abbondante.

Non conosciamo i loro metodi di caccia, ma sappiamo che c’era una enorme disparità fra la dimensioni delle loro armi e quella delle loro prede. La caccia veniva praticata con lance di legno aventi punte di pietra, con boomerang e lanciando sassi. Nient’altro. Arco e frecce non erano ancora stati inventati. Le prede invece erano nulla di meno che mammut, rinoceronti, cavalli selvatici, bisonti, renne, cervi e orsi delle caverne. Questi animali venivano inseguiti a piedi da un piccolo gruppo di cacciatori e affrontati in un corpo a corpo.

Possiamo quindi ipotizzare che, non essendo facile procurarsi il cibo, il cannibalismo possa essere nato dalla necessità alimentare. Tuttavia, abbiamo già stabilito che l’Uomo di Neanderthal era  intellettualmente evoluto. Essendo molto probabilmente in grado di dare un nome alle cose, aveva coscienza anche di se stesso in qualità di individuo.

A riprova di ciò, sappiamo dai ritrovamenti archeologici che i Neanderthaliani praticavano il culto dei morti, con tanto di sepoltura e di omaggi ai defunti. La salma veniva deposta in posizione rannicchiata o supina dentro una fossa scavata all’interno delle caverne, che di certo sono simbolicamente analoghe all’utero materno. A volte il corpo era cosparso di ocra rossa, il che può essere assimilato al sangue mestruale, e nella fossa venivano deposte ossa, denti di animali, fiori, conchiglie, cibo ed altro ancora. Alcuni defunti sono stati ritrovati con gli arti fasciati come a volerli immobilizzare, altri invece erano posti sotto lastre di pietra, quasi si avesse il timore che il defunto potesse rialzarsi.

Tutto ciò fa comprendere che i nostri lontani antenati, oltre ad avere sentimenti umani, credevano nella vita dopo la morte, o nel ritorno alla vita, quindi nella rinascita. Eppure, accanto a questa cultura funeraria, troviamo segni inequivocabili della pratica del cannibalismo.

Molto famoso a riguardo è il sito belga di Goyet, più precisamente nella Troisième Caverne, i cui reperti risalgono a circa 40.000 anni fa. Nella terza sala di questa caverna, sono emersi 99 resti ossei che appartenevano ad almeno cinque individui, quattro adolescenti o adulti, ed un bambino.

Questi resti presentano inequivocabili segni di morsi e di punte affilate usate per rimuovere la carne. Molte ossa mostrano i caratteristici segni di percussione che si formano quando le ossa vengono schiacciate per estrarre il midollo, mentre altre sono state trasformate in utensili. I resti sono stati trovati in una sorta di ossario insieme a resti animali, soprattutto di cervi e renne, che presentano gli stessi segni, suggerendo quindi che siano stati consumati nello stesso modo.

La pratica di sfruttare le ossa per affilare i bordi degli strumenti in pietra era già stata osservata in altri siti. Di solito erano usate ossa di cervo, ma nel sito di Krapina, in Croazia, e di Les Pradelles, in Francia, sono stati usati femori umani, mentre a La Quina, sempre in Francia, è stato usato un cranio.

Anche in Italia sono state trovate tracce di cannibalismo ad opera dei Neanderthal:  nella grotta Guattari, un sito preistorico situato  nel Lazio, a San Felice Circeo, ad un centinaio di metri dalla costa del mar Tirreno.

Nel vano principale della caverna il suolo era letteralmente cosparso di ossa e corna fossili, spesso arrossate e annerite, e talvolta intenzionalmente scheggiate. Prevalevano quelle riferibili a cervidi ed equidi. Da questo antro si ha accesso ad altri vani secondari, tra cui quello denominato l’Antro dell’Uomo, che conteneva un teschio umano ben conservato, in mezzo a quello che venne interpretato come un approssimativo cerchio di pietre.

Il cranio si presentava quasi completo, tranne la perdita di porzioni ossee pertinenti l’area orbitale destra, e parte del margine del forame occipitale, il punto in cui il cranio si articola con la colonna vertebrale. 

Dai primi studi effettuati, il cranio è stato datato a circa 70.000 anni fa e attribuito all’Homo Neanderthalensis. Dalle ferite che riportava, in particolare dal foro occipitale allargato, si giunse alla conclusione che fossero stati altri uomini di Neanderthal ad effettuare tale danno al fine di estrarne il cervello e, quasi certamente, mangiarlo. Il fatto di aver trovato il cranio al centro di una corona di pietre sembrava confermare il pasto rituale dei nostri antenati. 

Altri studiosi smentirono questa teoria, sostenendo che sul cranio non erano stati trovati segni di utensili, e i danni riportati potevano essere opera di una iena che, a quanto dimostrano i resti, abitò la grotta in tempi successivi alla presenza dell’Uomo di Neanderthal, e che si era trascinata la sua carogna nella tana per mangiarsela comodamente, proprio come fanno di solito le iene.

Forse il cannibalismo ad opera dei nostri antenati evoluti, è difficile da accettare. Sembra che si faccia di tutto per rimuovere dalla nostra memoria storica questo atto che alle nostre menti razionali risulta così raccapricciante.

La stessa origine del termine “cannibale” è piuttosto recente, in quanto risale al XV secolo e cioè ai primi contatti tra Cristoforo Colombo e gli indigeni americani dei Caraibi.

Un gruppo di questi indigeni, gli Arawak, riferirono l’esistenza di una tribù di nome Caribales la quale, dicevano, praticava l’antropofagia. Dal nome di questa tribù, Carib, è derivato per traslitterazione il termine canibales, che in seguito acquistò una connotazione più ampia fino ad esser usato per indicare qualsiasi gruppo che si pensava mangiasse carne umana, ed andò poi ad identificare l’intera zona geografica dei Caraibi.

Se poi questa tribù dei Carib fosse realmente dedita al cannibalismo, non è dato sapere. Il fatto che la fonte principale di questa informazione fossero i membri di un popolo, gli Arawak, che indicavano come cannibali i membri dell’altro gruppo indigeno dominante della zona, i Caribi o Caribales, (il cui nome in origine doveva essere qualcosa come “karipona” che significava “uomini”) e che i due popoli fossero divisi tradizionalmente da una reciproca e profonda inimicizia, rendeva la notizia meritevole del beneficio del dubbio.

E invece, quando Colombo tornò a casa e raccontò le sue avventure, gli europei accettarono immediatamente il fatto che gli indigeni americani fossero dei rozzi e primitivi cannibali, dato che ciò convalidava le idee e i preconcetti di superiorità rispetto ai popoli lontani e diversi.

Ricordiamo anche che, tra i capi di accusa contro streghe e stregoni durante il Medioevo, vi era anche il cannibalismo, di solito praticato nei confronti di infanti; e che, prima ancora, furono proprio i primi Cristiani ad essere accusati di cannibalismo da parte dei pagani.

Dunque il cannibalismo, ormai rimosso dalle nostre coscienze civilizzate, è diventato l’accusa e l’insulto massimo che si possa scagliare contro coloro che riteniamo incivili, regressi, e lontani dalla nostra cultura.

Gli antropologi però ben sanno che l’antropofagia è stata praticata da moltissimi popoli in diverse parti del mondo fin dagli albori della storia, quando il genere umano ha divorato i suoi simili in una cornice di oscuri pasti rituali, durante i quali la carne e il sangue della vittima erano consumati con l’intento di acquisire determinati poteri o come offerta agli dei.

Troviamo traccia di queste pratiche tra le popolazioni che sono sopravvissute fino ai tempi recenti mantenendo una cultura cosiddetta “primitiva”: tra gli aborigeni australiani, durante alcuni riti funebri, i parenti mangiano parti del corpo del defunto in segno di rispetto e di onore; i Maori in Nuova Zelanda si nutrivano di nemici e prigionieri; i popoli melanesiani sono noti per aver praticato cannibalismo fino all’inizio del XX secolo, come offesa alla tribù nemica o per “assorbire” le qualità del defunto.

In Africa sono documentati casi di cannibalismo rituale. All’inizio dell’epoca coloniale divennero tristemente famosi come cannibali i cosiddetti Niam Niam (parola di origine dinka che significherebbe “grandi mangiatori”), che all’epoca divennero gli antropofagi per antonomasia. Il nome “Niam Niam”, in uso nei testi arabi sin dal Medioevo, identificò nel tempo diversi popoli che si succedettero nel bacino del fiume Sue in Sudan (inizialmente bantu provenienti dal Congo, in seguito anche popoli sudanici come i Madi e i Barambu, e infine gli Zande), tutti noti per l’estensione e ostentazione dei loro riti cannibalici, nonché per le azioni violente atte a perpetrare tali riti.

Fra i casi più noti di cannibalismo c’è quello della setta segreta degli Uomini Leopardo, che tra il XIX e la prima metà del XX secolo assassinò numerose persone in Africa occidentale a scopi politici. Questa setta imponeva ai propri membri di uccidere un proprio parente stretto come rito di iniziazione e, in seguito, invitava i membri al cannibalismo per rafforzarne la fedeltà ed il senso di appartenenza al gruppo.  

Nel sud est asiatico ed in Cina, la medicina tradizionale attribuisce particolari proprietà curative a certe parti del corpo umano, in particolare fegato e cervello, nonché ai feti.

In India i membri della setta degli Agori consumano le carni dei cadaveri abbandonati sulle acque del Gange con lo scopo di allontanare la vecchiaia.

Dunque il cannibalismo è pratica umana molto diffusa, che poco ha a che fare con le necessità alimentari, ma che ritrova le sue motivazioni tra le società di cacciatori e guerrieri, con scopi magico-religiosi legati al culto della rinascita e dell’immortalità.

 

Il Rito Cannibalico

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Crono che divora i suoi figli. Peter Paul Rubens (1577-1640).

Per i nostri antenati cacciatori il pasto cannibalico era un rito sacrificale per nulla contro natura. Al contrario, secondo la legge di natura, una vita mangia l’altra, e la vittima sacrificale offriva la sua carne come cibo per l’umanità. Cibarsene era dunque il modo migliore per onorare tale sacrificio e assimilare la speciale vitalità dell’individuo, di modo che non andasse perduta.

In seguito a questo sacrificio, la vittima, in qualità di dispensatore di cibo e di vita, veniva considerato una sorta di nume tutelare del gruppo. “Chi muore diventa padre” cita un noto studioso, e a tal proposito ricordiamo svariati episodi mitologici inerenti il parricidio.  

Parecchie decine di millenni dopo, al tempo delle prime città ieratiche, ritroviamo un’usanza che perpetrava il rito sacrificale con la stessa valenza.

Nelle tradizioni delle famiglie delle caste superiori, che rifacevano le loro origini a semidei, eroi o sovrani che non erano morti ma “hestos”, cioè “colui che è in piedi, che fu sempre in piedi e che sarà sempre in piedi”, ovvero immortali, la consecutività della discendenza era confermata dal rito sacrificale. Alla morte del padre, il primogenito o il consanguineo diretto più prossimo, eseguiva tale rito per rinnovare il patto col nume.

Il rito sacrificale doveva essere molto preciso, seguendo norme, gesti, parole, e con l’utilizzo di determinati accessori rituali. Qualsiasi variante, anche minima, avrebbe compromesso il rituale interropendo il legame tra il nume e l’esecutore del rito, il quale non avrebbe beneficiato di quell’unione che gli avrebbe conferito gloria.

Nel caso il rito fosse stato eseguito da un usurpatore, sarebbe scattato immediatamente il sacrilegio: il contatto col nume sarebbe venuto a mancare, provocando lo scatenamento di forze oscure, temibili e imprevedibili, che quasi sempre avrebbero prodotto la distruzione dell’intera famiglia usurpatrice.

Un caso caratteristico poteva essere, ad esempio, l’adulterio femminile, il cui figlio non era certo un discendente del nume paterno.

Il nume tutelare, che dunque era un antenato, fungeva da mediatore tra il mondo terreno e il mondo divino, e tale potere mediatico veniva assorbito per via orale.

Tale tradizione la si ritrova nel Cristianesimo. Durante l’ultima cena Gesù offre agli apostoli, che garantiranno la continuità del verbo cristiano, del vino in virtù del suo sangue e del pane in virtù del suo corpo, e gli apostoli consumano il pasto. Nei giorni seguenti Gesù viene imprigionato, torturato e ucciso mediante crocefissione. Quindi avviene la resurrezione. E solo dopo questi eventi, Gesù viene riconosciuto pubblicamente come un inviato divino.

Nel Cristianesimo, il rito del pasto totemico non è un evento temporalmente limitato, ma viene riprodotto ciclicamente, e con una frequenza piuttosto assidua, durante la messa: il prete, che ha funzione di mediatore terreno con il mondo divino, trasforma nuovamente il vino ed il pane in virtù del sangue e del corpo di colui che è stato, è, e sempre sarà, il mediatore divino immortale tra Dio e gli uomini. Il pasto totemico  viene infine condiviso con tutti i fedeli.

A questo punto emergono degli aspetti piuttosto inquietanti e alcuni cardini delle nostre certezze iniziano a cigolare.

Il più evidente è che il rito del pasto cannibalico affonda le sue radici all’alba dell’umanità e si è perpetrato, seppur in maniera simbolica e non cruenta, fino ai nostri giorni. La cosa strana è che i praticanti odierni appaiono del tutto inconsapevoli, e ciò nonostante il fatto che il simbolismo adottato sia piuttosto esplicito.

Tale atto permane dunque a livello inconscio o subcosciente, mentre a livello di coscienza assume carattere terrifico e raccapricciante, nei confronti del quale viene attuato il meccanismo di difesa psicologico di rifiuto e proiezione, come riscontrano sia Freud che Jung. In particolare, il meccanismo di proiezione che, detto brevemente, consiste nel dare la colpa ad altri di qualcosa che invece appartiene a noi, mette in risalto il sentimento di colpa di cui, ad un certo punto, l’atto cannibalico è stato intriso, ma che in origine non si manifestava.

Nonostante la variazione da atto concreto e cosciente ad atto simbolico subcosciente, il pasto cannibalico ha mantenuto le sue tre valenze fondamentali: la tradizione, ovvero l’atto di tramandare un contenuto di natura astratta e intangibile, eppure particolarmente prezioso e di importanza vitale; liberare un’energia dalle proprie spoglie mortali in modo che possa elevarsi su un piano superiore ed intercedere con il divino; fomentare negli individui il senso di appartenenza e fedeltà al gruppo.

L’appartenenza al gruppo, è risaputo, garantiva maggiori possibilità di sopravvivenza per ciò che concerne la vita terrena degli individui e, di conseguenza, la sopravvivenza della specie. Ma non vi è dubbio che quel contenuto astratto particolarmente importante che veniva tramandato e che ha a che fare con l’intercessione col piano divino, garantiva addirittura la rinascita e dunque l’immortalità del  singolo individuo, non alla specie.

Inoltre c’è un altra questione: il mito della rinascita e le divinità associate, compresa la figura cristica, vengono puntualmente correlati alla scoperta dell’agricoltura e al ciclo delle stagioni. Ma i culti agrari trovano la loro origine in epoca neoltica, mentre il mito della rinascita affonda le sue radici in epoca paleolitica, quando l’uomo era un cacciatore e di sementi e germogli ancora non ne capiva nulla.  

Dunque tutte le divinità morte e risorte, tra cui troviamo Osiride, Tammuz,  Dioniso, Adone, eccetera eccetera, ed anche Cristo, sono meritevoli di una più attenta valutazione. Potrebbero infatti essere l’eco di culti molto più antichi di quanto riteniamo.

 

Il Soffio nelle Ossa

In numerose mitologie di popoli cacciatori primitivi, le ossa avevano una valenza di resurrezione (si veda ad esempio l’articolo La Danza del Bufalo). Questa valenza è stata poi assimilata a quella delle sementi nei culti agricoli.

Tuttavia, vi è una sostanziale differenza tra i due culti: nei culti agricoli la rinascita ha valenza sociale di continuità della specie o razza, mentre nei culti dei popoli cacciatori a risorgere era proprio l’individuo stesso e medesimo. 

Il pensiero che si potesse far risorgere un’individuo da un pezzetto d’osso è particolarmente diffuso anche nella Bibbia.

Quando Dio fa cadere Adamo in un sonno profondo – del tutto analogo alla morte – gli estrae una costola e da quell’osso crea Eva, la sua controparte femminile. Per questo motivo viene utilizzato l’osso più vicino al cuore.

Più avanti, troviamo un passo biblico ancora più esplicito: Ezechiele 37.

«La mano del Signore fu sopra di me e il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa; mi fece passare tutt’intorno accanto ad esse. Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle e tutte inaridite. Mi disse: «Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». Io risposi: «Signore Dio, tu lo sai». Egli mi replicò: «Profetizza su queste ossa e annunzia loro: Ossa inaridite, udite la parola del Signore. Dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete. Metterò su di voi i nervi e farò crescere su di voi la carne, su di voi stenderò la pelle e infonderò in voi lo spirito e rivivrete: Saprete che io sono il Signore». 

Io profetizzai come mi era stato ordinato; mentre io profetizzavo, sentii un rumore e vidi un movimento fra le ossa, che si accostavano l’uno all’altro, ciascuno al suo corrispondente. Guardai ed ecco sopra di esse i nervi, la carne cresceva e la pelle le ricopriva, ma non c’era spirito in loro.  Egli aggiunse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio dell’uomo e annunzia allo spirito: Dice il Signore Dio: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti, perché rivivano». Io profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi e ritornarono in vita e si alzarono in piedi; erano un esercito grande, sterminato.

Mi disse: «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Figlio dell’uomo, prendi un legno e scrivici sopra: Giuda e gli Israeliti uniti a lui, poi prendi un altro legno e scrivici sopra: Giuseppe, legno di Efraim e tutta la casa d’Israele unita a lui, e accostali l’uno all’altro in modo da fare un legno solo, che formino una cosa sola nella tua mano. Quando i figli del tuo popolo ti diranno: Ci vuoi spiegare che significa questo per te?, tu dirai loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io prendo il legno di Giuseppe, che è in mano d’Efraim e le tribù d’Israele unite a lui, e lo metto sul legno di Giuda per farne un legno solo; diventeranno una cosa sola in mano mia.

Tieni in mano sotto i loro occhi i legni sui quali hai scritto e di’ loro: Così dice il Signore Dio: Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese: farò di loro un solo popolo nella mia terra, sui monti d’Israele; un solo re regnerà su tutti loro e non saranno più due popoli, né più saranno divisi in due regni. Non si contamineranno più con i loro idoli, con i loro abomini e con tutte le loro iniquità; li libererò da tutte le ribellioni con cui hanno peccato; li purificherò e saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio. Il mio servo Davide sarà su di loro e non vi sarà che un unico pastore per tutti; seguiranno i miei comandamenti, osserveranno le mie leggi e le metteranno in pratica.  

Abiteranno nella terra che ho dato al mio servo Giacobbe. In quella terra su cui abitarono i loro padri, abiteranno essi, i loro figli e i figli dei loro figli, attraverso i secoli; Davide mio servo sarà loro re per sempre. Farò con loro un’alleanza di pace, che sarà con loro un’alleanza eterna. Li stabilirò e li moltiplicherò e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre. In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Le genti sapranno che io sono il Signore che santifico Israele quando il mio santuario sarà in mezzo a loro per sempre».

Nella Cabala, si narra di come vi sia “un soffio nelle ossa”, detto Habal De Garmin, che è il Corpo della Resurrezione: una immagine, un’ombra del tutto simile all’uomo deceduto, il suo doppio, un modello interiore essenzialmente spirituale che permane dopo la morte. È lo “Spirito delle Ossa” menzionato in Daniele, in Isaia e nei Salmi, a cui si fa riferimento nella Visione di Ezechiele.

Si può fare esperienza del proprio “doppio” mediante “il dolce sonno per il giusto”, una specie di trance o stato comatoso al quale accennano alcuni passaggi dei salmi di Isaia e Davide. In relazione a questo “doppio”, vi è anche, sempre nella Bibbia, la proibizione mosiaca di evocare i morti.

L’immagine di questo doppio, nella Cabala, è detta Tzelem, e non si identifica con nessuna delle parti dell’anima umana. Esso è il principio di individualità di cui è dotato ogni essere umano, la configurazione o essenza che è esclusivamente sua. In questo concetto sono combinate due nozioni: una si riferisce all’idea dell’individuazione umana, l’altra alla veste eterea dello uomo, o corpo eterico (sottile) che serve da intermediario tra il corpo fisico e l’anima, fra Neshamah e Nefesh (si legga l’articolo I Cinque Rivestimenti dell’Anima).

Durante il soggiorno sulla terra, lo Tzelem è celato nell’organismo psico-fisico dell’uomo, ed è discernibile solo all’occhio intellettuale del cabalista. Lo Tzelem cresce e si sviluppa in armonia con i processi biologici del suo possessore. Nello Zohar, l’ombra dell’uomo viene considerata una proiezione dello Tzelem interiore, cosa che generò l’insorgere di molte leggende ed operazioni magiche. Ancora oggi, osservare la propria ombra al levar del sole porta a fare delle osservazioni speciali.

Nella letteratura mistica del cristianesimo, oggi completamente ignorata, è descritta la sensazione mistica dell’etere sottile, o aura, chiamato anche “etere dello Tzelem”, dal quale l’uomo è circondato.

L’atto della profezia è talvolta definito come l’esperienza in cui un individuo “vede la forma del proprio Io che gli sta davanti e gli descrive il futuro”. L’esercizio della Cabala pratica porta a molte esperienze che, per fortuna, la stragrande maggioranza delle persone considera solo ciarlatanerie.

Nell’allegoria puranica, i Chhaya sono le immagini astrali dei Pitri; similmente, nella Cabala, talvolta lo Tzelem è considerato l’immagine strale degli Elohim.

Il primo Tzelem sembra sia stato quello della Divinità che gettò il suo riflesso sui Re di Edom, ben presto distrutti. Essi erano i primi tentativi di formare l’uomo, e poiché erano imperfetti, furono distrutti.

Al termine di queste considerazioni, possiamo affermare che lo Tzelem è inteso volgarmente come il corpo astrale di ogni individuo, e che ha a che fare con le ossa. 

Possiamo considerare l’osso un emblema del modo di pensare dei cacciatori, così come il seme lo era di quello dei piantatori. L’osso non si disintegra, ed anzi, germina; esso è la base indistruttibile da cui può essere ricostruito magicamente (e oggi sappiamo anche geneticamente) il precedente individuo. È lo stesso uomo che torna in vita: questo è il punto.

Le concezioni dei piantatori si basavano sul senso di una partecipazione di gruppo; quelle dei cacciatori sul principio di un centro immortale in ogni individuo, così come è ripetuto in ogni tradizione mistica; ed uno dei principali compiti dell’ontologia è stata la razionalizzazione e la definizione di tale centro. I due punti di vista sono complementari e, nello stesso tempo, si escludono a vicenda, al punto che, nelle religioni sviluppate successivamente, hanno dato vita a concezioni riguardanti il destino dell’uomo radicalmente opposte.

Già all’epoca dei cacciatori di Neanderthal, l’immortalità non era affatto considerata in funzione del gruppo, della razza o della specie, ma dell’individuo. Riguardo tale credenza, oltre ad un corollario di conoscenze diffuse in svariate tradizioni di popoli diversi e lontani geograficamente e temporalmente, si sono sviluppati anche i rituali magico-religiosi di natura necromantica. 

 

 

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