chakra

I Chakra: i centri energetici

I Chakra sono centri energetici sottili, in cui il dinamismo psichico entra in contatto con il corpo energetico (prana) il quale a sua volta è in contatto con il corpo fisico. Per questo si afferma che nei chakra le energie psichiche cambiano piano di manifestazione, dal più sottile al più denso.

L’incontro dell’energia psichica con l’energia vitale, forma dei vortici, i chakra appunto, che sono al tempo stesso centri di energia e di coscienza.

Il prana incanalato nel nostro corpo è soggetto all’azione della nostra energia psichica, dunque alla nostra volontà. Per poter beneficiare di questo processo, occorre semplicemente esserne consapevoli.

Il pranayama, la respirazione consapevole e volontaria, unito alla concentrazione, è la chiave di tale consapevolezza, quindi del dominio del fisico, del vitale e del mentale.

Nell’essere umano ordinario tutto ciò avviene automaticamente, senza l’intervento della consapevolezza e della volontà, esattamente come la respirazione.

Gli yogi invece utilizzano la consapevolezza e la volontà sulla respirazione esattamente come la usano sui chakra, pertanto sono in grado di aumentare o diminuire l’intensità psichica o energetica volontariamente.

Il mentale è quindi l’elemento chiave. Senza la concentrazione, senza la coscienza psichica del mentale, la respirazione controllata è solo una pratica igienica. Mediante la concentrazione, dunque alla consapevolezza e dominio volontario, si possono dominare e dirigere le energie psico-fisiche.

I chakra sono dunque dei vortici formati da energia psichica ed energia vitale. Al momento della morte i chakra si disfano: l’energia vitale si dissolve per essere riassorbita dall’universo, mentre l’energia psichica si slega dai circuiti dell’energia vitale per tornare alla propria Origine.

L’unica parte immortale è lo Jivatman, lo Spettatore profondo, l’Architetto che costruisce le strutture adatte a manifestarsi nel mondo materiale, e in esse è celato, nascosto, senza tuttavia esserne identificato.

Il termine “chakra” esprime un concetto proprio delle tradizioni religiose dell’India, inerenti allo yoga e alla medicina ayurvedica, e trae origine dalle tradizioni tantriche dell’induismo.

Nell’Haṭha Yoga, i chakra sono interpretati come tappe del percorso ascensionale della Kundalini, una volta ridestata nel corpo dell’adepto mediante pratiche e riti opportuni (asana, pranayama, mudra, mantra). Man mano che Kundalini sale, i chakra verrebbero, per così dire, attivati, lasciando quindi sperimentare all’adepto stati psicofisici via via differenti. Il fine principale attribuito a questi riti e pratiche propri dell’induismo, non è l’acquisizione di poteri straordinari, ma la liberazione (moksa), intesa come affrancamento dal ciclo delle rinascite (samsara).

Apparentemente questo può essere interpretato come un fine salvifico, soteriologico, e non di ordine pratico, utilitaristico, ma occorre tenere presente che per conseguire questo fine si deve necessariamente attuare un ampliamento della propria coscienza, e ciò comporta inevitabilmente l’acquisizione di “poteri” (vibhuti o siddhi), che in realtà non sono affatto miracolosi, in quanto sono soltanto strumenti della coscienza stessa.

I testi classici che trattano l’ascesa della Kundalini sono la Gheraṇḍa Samhita, la Haṭhayogapradipka e la Siva Samhita; essi fanno comunque riferimento a numerosi Tantra di epoca anteriore.

Le descrizioni più note del sistema dei chakra nella letteratura accademica e in quella divulgativa contemporanea, risalgono a quelle diffuse dall’orientalista britannico Sir John Woodroffe, magistrato britannico presso la Corte suprema del Bengala, appassionato di tantrismo che con lo pseudonimo di Arthur Avalon pubblicò nel 1919 un testo su questo argomento: Il potere del serpente.

Arthur Avalon aveva parzialmente tradotto e commentato un testo delle tradizioni tantriche, lo Satcakranirupana. Il testo di Avalon e lo Satcakranirupana rappresentano ancor oggi le principali fonti di diffusione in Occidente di questi concetti. Nel trattato sono presentati i sette chakra principali, e di ognuno di questi riporta la collocazione nel corpo sottile, gli yantra, i bijamantra e le divinità associati, i rapporti e le corrispondenze con gli elementi del cosmo.

Sta di fatto che questo non è l’unico sistema relativo ai chakra.

Nella tradizione della Shrividya si contano nove chakra principali. Il Kaulajnananirnaya ne descrive invece undici.

C’è inoltre da dire che, rispetto al sistema dello Satcakranirupana, nella gran parte delle tradizioni tantriche sono usati nomi diversi per indicare i chakra, che non sono sette ma cinque, e l’ultimo non viene situato non sulla sommità del capo, ma bensì circa dodici dita al di sopra: si tratta dello dvadasanta, che significa “fine delle dodici dita”.

I chakra, in questo caso sono:

  1. Nabi-chakra: è situata all’altezza dell’ombelico, e da questo si irradiano le dieci nadi più importanti del corpo sottile.

  2. Hrdaya-chakra: si trova all’altezza del cuore (ḥrdaya), ed è un importante centro di mescolamento e diffusione dei soffi vitali.

  3. Kanta-chakra: posto alla base del collo, nella parte interna della gola, è ritenuto un centro di purificazione.

  4. Bhrumadhya-chakra: è posto fra le due sopracciglia. Quando lo yogi riesce a colmare di energia questo chakra, è pronto per abbandonare ogni dualismo fra sé e il mondo, ogni legame col divenire delle cose, è pronto cioè per il samadhi: non gli resta che proiettare fuori dal corpo l’energia, oltre la sommità del capo. Invero, questo stadio è raggiunto assai raramente.

  5. Dvadasanta: quest’ultimo non è considerato un chakra, in quanto non appartiene a tutti ma soltanto a chi ha realizzato l’unione cosmica, si è cioè completamente identificato con l’Assoluto, Shiva, divenendo un liberato in vita. Il dvadasanta è situato fuori dal corpo, dodici dita al di sopra della testa, ove effonde in continuazione beatitudine.

Il lavoro di questi cinque chakra principali consiste nel processo di formazione di pensieri e sentimenti funzionali alla crescita spirituale.

C’è poi un secondo gruppo composto da chakra minori, meno importanti, che si troverebbero nei polpastrelli, al centro del palmo delle mani, in alcune aree dei piedi, nella lingua e altrove. Questi chakra secondari si limitano soltanto alla raccolta e fuoriuscita dell’energia dei meridiani.

Infine, vi è un terzo gruppo composto da un numero praticamente incalcolabile di chakra dalle dimensioni minuscole; infatti, ogni punto in cui si incontrano almeno due linee energetiche, anche infinitesimali, sarebbe un chakra.

Vediamo ora i chakra così come sono riportati nei testi a noi conosciuti, specificando però che in nessun testo vedico o hinduista si fa menzione di tali attribuzioni, e che queste sono altresì il frutto della sintesi tra commenti tradotti dal sanscrito (e quindi suscettibili di imprecisioni), e la medicina occidentale, a cui si sono recentemente affiancate la psicologia in qualità di disciplina tradizionale, e alcune teorie appartenenti alla branca della New Age e delle discipline olistiche.

Nei testi i chakra sono variamente descritti e raffigurati in maniera particolareggiata. Ogni chakra ha una valenza simbolica precisa, con riferimenti sia al processo di emanazione del cosmo, sia a quello di riassorbimento in esso.

Il simbolo prevalente per i chakra è, come si è detto, quello del fiore di loto, rappresentato come osservato dall’alto e coi suoi petali aperti e variamente colorati. Il numero dei petali e il relativo colore varia a secondo del chakra. Su ogni petalo è riportato un grafema dell’alfabeto sanscrito, la “lingua perfetta”, perché ogni cosa nel mondo ha un nome grazie a questi suoni. All’interno del fiore è generalmente riportato uno yantra, ossia un diagramma simbolico che è in relazione con un elemento costitutivo del cosmo (tattva). Troviamo inoltre un mantra scritto in caratteri devanagari, anch’esso in relazione col tattva, il suo suono generatore; e una divinità che lo presiede. Sono spesso altresì raffigurate altre divinità, deputate a presiedere quel determinato chakra. Completano la rappresentazione iconografica lo yoni, rappresentato come un triangolo con la punta verso il basso, e il linga, simboli di Shakti e Shiva rispettivamente, i due poli del divino: il trascendente e l’immanente, la luce e il suo riflesso, l’essere e il divenire, il maschile e il femminile.

Ogni singolo chakra si occupa dunque di un particolare aspetto psichico, a cui è associata sul piano corporeo una ghiandola ormonale.

  1. Muladhara: partendo dal basso, è il primo chakra, detto anche della radice. Psichicamente è in relazione alla soddisfazione degli istinti primari, fra cui la sessualità, che comprende l’aspetto legato alla riproduzione che a sua volta è alla base dell’istinto di sopravvivenza. Questo aspetto fa del Muladhara il punto di contatto con il polo “specie”. Energeticamente è il punto di partenza della tre nadi principali, Ida Pingala e Sushumna, è la principale zona di azione di Apana-Vayu e dunque da questo chakra è possibile gestire l’eliminazione di elementi di scarto sia psichici che energetici che fisici. Muladhara è dunque il fulcro della facoltà di “trattenere-lasciare andare”, indispensabile alla salute fisica e mentale. Sul piano corporeo esso corrisponde ai surreni, la cui parte midollare secerne gli ormoni adrenalina e noradrenalina, mentre quella della corteccia gli ormoni cortisoidi. Essi garantiscono l’adattabilità nelle situazioni di pericolo e la capacità di adattamento a sforzi particolarmente intensi.

  1. Svadisthana: il secondo chakra. “Sva” significa “ciò che gli è proprio” (che appartiene), “ disthana” significa “sede”. Questo chakra è la sede di Kundalini, e infatti è indissolubilmente legato al Muladhara, al quale è vicinissimo, leggermente sopra e un po’ in avanti. Nell’uomo è alla radice del pene (lingam), nella donna è nell’utero e alla base del clitoride (yoni). Agendo su Muladhara si agisce anche su Svadisthana. Nel corpo si localizza però nella zona lombare, il vero centro di comando, dal momento che gli organi pelvici sono retti dal parasimpatico pelvico. Rispetto a Muladhara, Svadisthana è in relazione con l’aspetto emotivo della sessualità, con il senso della bellezza, con l’autostima e la capacità di esprimersi in maniera creativa. Sul piano fisico corrisponde alle ghiandole germinali, che influenzano lo sviluppo dei caratteri sessuali.

  1. Maniphura (o Nabhi): il terzo chakra. “Mani” significa “gioiello, mentre “puri” significa città, quindi tradotto letteralmente, questo chakra è “la città delle gemme”. A volte è chiamato Nabhi, cioè il chakra dell’omebelico, perché è proprio concentrandosi sull’ombelico che gli yogi padroneggiano questo chakra. Alcuni autori situano questo chakra nel plesso solare, ma è bene ribadire che occorre concentrarsi sull’ombelico. Psichicamente è attinente al desiderio di potere e alla volontà di manipolare il mondo esteriore. A livello energetico è retto da Samana-Vayu, il prana della nutrizione e dell’assimilazione, di cui si assume il controllo attivando questo chakra, che ha dunque effetti sul fegato, sullo stomaco, e sull’intestino tenue. La sua azione si arresta nel colon. Fisicamente è in relazione col pancreas, ghiandola esocrina che contiene anche delle cellule endocrine, responsabili della produzione di insulina e glucagone.

  1. Anahata: il quarto chakra, detto il chakra del cuore. La sua attivazione si ottiene mediante la presa di coscienza e la concentrazione sulle pulsazioni cardiache. Il cuore è considerato la sede di jivatman, l’anima individuale. L’energia che fa battere il cuore è dunque la sede delle nostra personalità, e corrisponde alle nostre emozioni. Indubbiamente il cuore determina le nostre emozioni con una modifica del suo ritmo, e le emozioni influenzano il nostro psichismo. E’ dunque meditando su ciò che fa battere il cuore che lo yogi prende coscienza del suo Io profondo. Questo chakra è associato all’amore e alla capacità di amare incondizionatamente, dunque di comprendere, nel senso letterale di “prendere in sè”, “assumere in se stessi”. Esso è leggermente spostato verso sinistra rispetto agli altri chakra situati lungo la verticale che va dal capo all’addome. La ghiandola a cui corrisponderebbe è il cuore, che può essere inteso in effetti come organo endocrino, responsabile della produzione dell’ormone atriale natiuretico, sul quale tuttavia non c’è ancora una letteratura medica. Secondo altre opinioni, il chakra del cuore corrisponderebbe alla ghiandola del timo, anche se questa non si trova propriamente in corrispondenza di esso e tende inoltre a perdere la sua influenza superata la pubertà.

  1. Vissudha: il quinto chakra, detto della gola, più precisamente è localizzato nella faringe e nelle corde vocali. Attiene alla capacità di esprimersi, e l’essere umano si esprime principalmente mediante il fonema. Tuttavia questo chakra è attinente alla capacità di comunicare in generale, comprese le svariate forme di espressione come la musica, la danza, l’arte. Vissuddha controlla Udana-Vayu, cioè tutte le forme di energia psico-fisica che si realizzano in espressione. La zona di Udana-Vayu comprende però anche la bocca, e il viso, infatti anche la mimica è una forma di espressione. La respirazione Ujjayi, una particolare tecnica di pranayama, costituisce un efficace mezzo di controllo di questo chakra. Sul piano fisico corrisponde alla tiroide, che scandisce il tempo interno della crescita e del metabolismo.

  1. Ajna: il sesto chakra, detto della fronte. Si localizza tra le sopracciglia, in mezzo alla fronte, ma in realtà ci si concentra su un punto nel cervello, dietro l’osso frontale. E’ opportuno stralunare gli occhi e orientarli verso questo punto immaginario, orientando lo sguardo tra le sopracciglia. A livello psichico questo chakra riguarda la capacità di comprendere la realtà vibratoria sovrasensibile, ed è quindi in relazione con le facoltà di intuizione e di visione delle entità normalmente non percepibili. Ad esso è collegato in effetti anche il cosiddetto terzo occhio. Infatti Ajna spesso è chiamato “Occhio di Shiva” o “Inana Netra” che significa occhio della saggezza. Attivando questo chakra si sviluppa l’intuizione in quanto esso è il centro delle attività cerebrali totali, non soltanto della corteccia. Esso è inoltre in stretta relazione col settimo chakra, con cui lavora in maniera complementare. A livello fisico corrisponde all’ipofisi, che esercita un’influenza su tutte le altre ghiandole endocrine.

  1. Sahasrara: il settimo chakra, detto della corona, è ritenuto la sede dell’illuminazione in cui l’Io individuale si congiunge con quello cosmico universale, determinando le esperienze mistiche di pace e beatitudine. Questo chakra è il polo opposto a Muladhara: il primo chakra è il polo della specie umana, il settimo è il polo dell’individuo umano. Il circuito di collegamento tra questi due chakra si compie per mezzo di Ida Pingala e Sushumna, mentre gli altri chrakra si sgranano come le città lungo un’autostrada. L’attivazione di questo chakra si effettua prendendo coscienza dei battiti cardiaci nella testa. Sahasrara occupa infatti tutto l’encefalo. A livello corporeo è associato all’epifisi, la cosiddetta ghiandola pineale, la cui funzione, non ancora del tutto chiarita, sembra in relazione con la capacità di adattamento ai ritmi del giorno e della notte, e in generale con i processi di crescita e invecchiamento.

Oltre a questi sette chakra principali, è bene comunque tenere presente che se ne aggiungono altri due, complementari del Manipura, il terzo chakra:

Surya: è il chakra solare (surya significa sole). Meno importante del Manipura di cui completa l’azione, è situato un a destra, verso il fegato, un po’ sotto l’ombelico, ed è sede del Samana Vayu, l’energia assimilatrice dell’organismo.

Chandra: è il chakra lunare (chandra significa luna) ed è simmetrico al surya chakra, quindi un po’ sotto l’ombelico ma verso sinistra. Anche la sua azione è correlata al Manipura, ed è indispensabile alla regolazione del Samana Vayu.

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