2 febbraio. Imbolc

Assaggiare ogni vivanda secondo l’ordine,

ecco quello che si deve fare a Imbolc;

lavarsi le mani, i piedi, la testa,

è così come dico.

Secondo il Calendario di Coligny, la festa di Imbolc cadeva nel mese di Anagantios, il Mese del Riposo, e segnava la fine dell’inverno annunciando l’imminente inizio della primavera.

Generalmente si fa derivare il nome Imbolc dall’irlandese Oimelc, che significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore: in questo periodo, infatti, venivano alla luce gli agnellini e gli ovini producevano latte.

D’altronde, quella dell’ovino è una epifania tradizionalmente primaverile, in quanto la bella stagione nasce sotto il segno dell’ariete, animale fecondo e virile, le cui caratteristiche evocano l’energico risveglio della natura addormentata in inverno.

Scrive Christophe Levalois:

Il segno dell’ariete inizia il 21 marzo, vale a dire all’equinozio. Il lupo, animale tipicamente invernale, lo precede. Questo periodo vede la trasformazione del lupo in ariete. La natura diviene prolifica, da sterile e fredda quale era. È sempre stimolata da una stessa forza che si presenta però sotto un altro aspetto.

 

La festa di Imbolc aveva una corrispondenza funzionale con i Lupercalia romani, celebrati il 15 febbraio, che si configuravano come riti purificatori in vista dell’avvento della primavera, durante i quali i membri di una confraternita specifica, i Luperci, si vestivano con pelli di lupo e compivano una corsa purificatrice intorno al Palatino, per allontanare i malefici spiriti invernali e dunque favorire l’abbondanza delle greggi e dei campi per l’anno a venire.

Su questa scia, c’è chi vede il termine Imbolc composto dal prefisso intensivo im- e dal il termine folc, che significa acquazzone, per cui è stato interpretato come una colossale purificazione.

D’altra parte, l’intero mese di febbraio nel calendario celtico era dedicato alle purificazioni e agli esorcismi, consuetudine da considerare in relazione al complesso mitico della crisi invernale: in attesa della primavera, il confine che separa il mondo dei vivi da quello dei defunti è ancora instabile, non ancora ben definito, occorreva cacciare gli spiriti del passato nell’Oltremondo, affinché l’avvenire potesse manifestarsi serenamente.

Da qui, la necessità di prendere le dovute misure rituali per far sì che gli spiriti degli antenati non influenzassero negativamente il raccolto dell’anno a venire.

Secondo il parere autorevole dello storico delle religioni francese George Dumézil, in questo periodo chiave del calendario agricolo:

… si stabiliva anche un vincolo necessario e inquietante tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti […] quei giorni rimettevano in questione ritualmente gli schemi stessi dell’organizzazione sociale e cosmica.

Il complesso rituale-calendariale di Imbolc, si estendeva per alcuni giorni durante i quali si tenevano dei rituali di iniziazione: veniva fatta bere agli iniziandi una bevanda chiamata “gwin a bragawd”, a base di vino, miele, acqua e farina, alla quale venivano probabilmente aggiunte delle erbe allucinogene, che avevano lo scopo di far cadere in un sonno profondo, durante il quale si prendeva contatto con gli esseri del mondo sovrannaturale. 

Jean Markele, però, ci informa anche che il termine bolc potrebbe avere il significato di sacco, con riferimento a un mitico contenitore adibito a contenere simbolicamente le provviste di cibo di tutto l’anno. E ancora, potrebbe veicolare l’idea di un rigonfiamento e del soffio che lo causa.

Secondo quest’ultima interpretazione, Imbolc sarebbe allora la festa del Soffio Vitale, e il rigonfiamento delle mammelle degli ovini sarebbe la manifestazione visibile dell’azione rinnovatrice di questo soffio. A favore di questi tesi vi è il fatto che la festa di Imbolc non avesse alcun carattere guerriero, anzi si potrebbe associare questa ricorrenza alla figura dei Filid, i poeti. Qui il Soffio Vitale è il Soffio Ispiratore. 

 

 

La Dea Brigit

 

Nella versione del Tain Bo Cualinge, contenuta nel Libro Giallo di Lecan, la festa di Imbolc è indicata come la Feile Bridghe, ovvero la festa della dea Brigit.

Il Glossario di Cormac dice di questa dea:

Brigit, figlia del Dagda, la poetessa, ossia la dea venerata dai poeti a causa della grande e illustre protezione che concede loro.

Brigit aveva come epiteti Belisama colei che brilla molto, Sulis la dea delle sorgenti, Brigantia l’altissima, e Bricta la brillante.

Per la sua polivalenza e la sua peculiarità di lucentezza e di preminenza, Brigit/Belisama può essere considerata a buon diritto l’equivalente femminile di Lugh/Belenos, che forse la sostituì con l’avvento dell’età dei metalli, secondo lo schema interpretativo della Bachofen, della Gimbutas e di tanti altri studiosi.

I Romani videro in Brigit l’epigona di Minerva, in connessione alla dea Vittoria, prendendo in riferimento l’aspetto guerresco della dea. In effetti, Brigit era considerata fausta sia come datrice dell’ispirazione poetica e del potere di guarigione (prima funzione), sia come aiutante sul campo di battaglia, similmente alle Valkyrie germanico-norrene (seconda funzione), sia infine come garante della prosperità dei campi e del benessere economico della comunità (terza funzione). Per questo motivo si ritiene fosse una dea triplice.

Epona, Kongen, Germania, 200 d.C.

Tuttavia, la dea celta che i romani adottarono nel loro pantheon (e fu l’unico caso), è Epona, dea dei cavalli, degli asini, dei muli e dei buoi, (da epo- che significa cavallo) ma anche delle sorgenti e dei fiumi (da –ona che significa fonte). Epona sarebbe perciò la Fonte del Cavallo, equivalente alla greca Ippocrene.

L’equivalenza simbolica del cavallo con l’elemento acquatico è una costante nella storia dell’immaginario, pertanto una simile interpretazione sarebbe plausibile.

Inoltre le popolazioni tribali associavano le energie maschili della natura con gli animali cornuti, da cui le divinità maschili taurine e caprine, mentre gli equini venivano collegati alle funzioni femminili di consolidazione e di fertilità.

Il simbolo di Epona è la cornucopia, il corno di abbondanza, il che fa supporre che fosse una dea della fertilità.

Per concludere, Epona era incaricata del trasporto delle anime nell’Altro Mondo.

Abbiamo, dunque, tutto il corollario simbolico: acqua, vita, fertilità, donna, morte, viaggio cavallo.

Da ciò, è lecito supporre l’esistenza di un culto arcaico, probabilmente in relazione a ciò che Mircea Eliade denominò “fondo neolitico”, caratterizzato da un sistema religioso e sociale orientato in modo differente rispetto a quello dei Celti storici, da Giulio Cesare in poi; un sistema cultuale in cui a una Grande Madre spettava la totalità delle funzioni religiose-sociali.

Nondimeno, gli antichi racconti descrivono Brigit in modo ambiguo, con il volto per metà bellissimo e per metà orrendo, capace di suscitare e guarire le malattie, sintomo dell’immaginario che vede nella donna il binomio vita-morte.

 

 

1 Febbraio, Santa Brigida

 

Con l’avvento del Cristianesimo, la dea Brigit si fece spazio come Santa Brigida, chiamata la Madre dei Gaeli oppure Maria dei Gaeli, ed entrò a far parte della tradizione cristiana nelle vesti della badessa del monastero di Kildare, diventando seconda patrona di Irlanda, nonché patrona della poesia, degli artigiani e dell’arte della guarigione.

L’abbazia di Kildare, dove la Santa avrebbe esercitato le sue funzioni spirituali vita natural durante, è stata costruita su un santuario celtico precedente, con tutta probabilità dedicato a Brigit, dove forse veniva esercitato un culto del fuoco femminile non dissimile da quello delle Vestali romane.

Tra l’altro, Papa Innocenzo (401-417) attestò che le donne romane celebravano proprio il 2 febbraio la festa delle luci, «la cui origine è tratta dalle favole dei poeti», e per tutta la notte vegliavano e cantavano lodi reggendo dei ceri accesi.

Robert Graves nel suo gargantuesco studio intitolato La Dea Bianca, scrive:

[…] in alcune parti della Britannia santa Brigida mantenne la sua caratterizzazione di Musa sino alla rivoluzione puritana, esercitando i suoi poteri terapeutici in gran parte mediante incantesimi poetici nei pressi di pozzi sacri.

Analizzando il culto legato alla cosiddetta Fontana di Santa Brigida (St. Brigid’s Well) a Liscannor (Lios Ceannúir) nella contea di Clare, Sharkey testualmente scrive nel suo libro I misteri celtici, l’antica religione:

Molte fontane e sorgenti sono sacre da tempo immemorabile. Nonostante le trasformazioni degli oggetti di devozione e dei riti, l’atto di invocare la sorgente della vita non è mai stato dimenticato. Questa fontana un tempo era sacra alla dea madre Brigida che guariva con la potenza del fuoco e dell’acqua.

A sostegno di questa reinterpretazione antropologica della figura della Santa, Sharkey ricorda alcuni episodi tratti da leggende popolari irlandesi, secondo i quali si narra che ella sia stata bruciata all’alba del 1º febbraio nel corso della festa di Imbolc, un episodio questo che ricorda un antico rituale celtico.

Sotto questa luce, Brigit appare forse in connessione funzionale con la Giöbia o Giubiana che nel Nord Italia, in particolare in Piemonte e in Lombardia (Brianza, Altomilanese, Varesotto e Comasco), viene tutt’oggi bruciata in un falò (o rogo) l’ultimo giovedì di gennaio. La Giubiana, di fatto, è un grande fantoccio di paglia vestito di stracci. Il rogo assume valori diversi a seconda della località in cui ci si trova, mantenendo sempre uno stretto legame con le tradizioni popolari del luogo.

Il nome Giubiana sembra collegato al dio romano Giove: dal nume romano viene infatti l’aggettivo i Joviana (e quindi la nostra “Giubiana” in molti territori della Lombardia), oppure “Jovia” (divenuta “Giobia”, in altre parti della Lombardia e nei territori del Piemonte).

Aggiungiamo ancora che il 15 febbraio, nel calendario romano, si celebrava anche Giunone, dea dei parti, e quindi in questo senso omologa di Brigit.

Infine, nel libro intitolato Cristianesimo, J. Markale ci spiega riguardo alla Candelora: la Chiesa volle santificare l’antica festa pagana di Persefone, durante la quale i Romani offrivano sacrifici a Februus, ovvero a Plutone e agli altri dèi infernali.

Si nota come, anche nel calendario romano, febbraio era considerato al tempo stesso il mese dei morti e il periodo adibito alla Purificazione, dal momento che la sua etimologia deriva da Februus, colui che purifica, che è un epiteto di Ade/Plutone, signore dei morti e degli inferi, e da Februa, dea della purificazione di origine sabina assimilata a Giunone.

 

 

2 Febbraio, la Candelora

 

Santa Brigida è celebrata tutt’oggi come Santa il 1° febbraio (in Irlanda), a cui segue la festa della Candelora, il 2 febbraio, il cui nome deriva dal latino festum candelarum, che significa festa delle candele, consacrata alla Vergine Maria.

Nel Cristianesimo, la Candelora celebra la Purificazione di Maria Vergine e la Presentazione di Gesù al Tempio, avvenuta 40 giorni dopo la sua nascita, come prescritto dalla legge di Mosè. Contando 40 giorni a partire dal 25 dicembre, si arriva appunto al 2 febbraio.

Quindi la festa Feil Bridghe è diventata la Purificazione della Beata Vergine, o festa della Maria della Candelora, ma ha mantenuto la sua connotazione di sia di festa della Luce che della Purificazione.

Anche l’usanza di accendere delle candele è sopravvissuta e, si dice, debbano essere tredici, disposte in cerchio per formare la Corona di Luce, forse in ricordo dei fuochi che in passato ardevano sulle alture, o forse come simbolo di qualche altra corona.

 

 

3 febbraio, San Biagio

 

Il 3 febbraio è stato canonizzato nella festa di S. Biagio, medico e vescovo di Sebaste in Armenia, martirizzato durante le persecuzioni dei cristiani, indicativamente intorno al 316, quando, catturato dai romani, fu picchiato e scorticato vivo con dei pettini di ferro, quelli che venivano usati per cardare la lana, ed infine decapitato per aver rifiutato di abiurare la propria fede in Cristo. 

Il nome Biagio, con tutta probabilità, deriva dal germanico biasen, che significa vento, il che ricorda l’ultimo e freddo vento invernale, ma anche il Soffio Vitale, connesso all’Ispirazione divina, che abbiamo precedentemente menzionato.

E se abbiamo già rilevato che Brigit era considerata la dea datrice dell’ispirazione poetica, potremmo forse spingerci oltre mettendo in relazione Biagio con un antico dio germanico-norreno il cui nome presenta delle somiglianze sospette con quello di Brigit.

Stiamo parlando di Bragi, il cui nome implica l’idea di splendore, proprio come Brigit. La parola “braga” si usa a proposito del risplendere dell’aurora boreale, ed anche questo fa di Bragi una sorta di paredro maschile della dea Brigit. 

Bragi è anch’egli un nume della poesia da alcuni considerato un’ipostasi di Odino/Wotan nella sua qualità di possessore dell’ispirazione poetica. 

D’altronde, anche Wotan, fra le altre cose, è considerato sin dall’etimologia il dio del vento impetuoso (da cui il suo ruolo di conduttore dell’Esercito Selvaggio), nonché ovviamente dell’ispirazione divina (proto-germanico *wōđaz, identico al latino vātēs, veggente).

Se non si volesse far riferimento a un’etimologia germanica per il nome Biagio, si può considerare quella francese, che è una trascrizione del bretone bleiz (gallese bleidd), che significa lupo, animale che abbiamo incontrato poc’anzi nei Lupercalia, celebrati a Roma in concomitanza alla festa di Imbolc.

Il lupo ha quindi dei collegamenti con il complesso rituale di purificazione in attesa della primavera, nonché con la cacciata degli spiriti dei morti e degli dei infernali/invernali.  Cerchiamo di capire questi collegamenti.

Nella mitologia, troviamo il lupo come compagno fedele di Odino/Wotan, che ne ha addirittura due al suo fianco, Geri e Freki.

Considerando l’aspetto guerriero di Odino, non si fa fatica a collegare i suoi due lupi alla figura degli Úlfheðnar (al singolare Úlfheðinn: letteralmente, vestiti di lupo), ossia leggendari guerrieri della mitologia norrena che si coprivano esclusivamente con la pelle del lupo da loro ucciso, che donava loro l’impeto guerriero in qualità di animale totemico.

Questi guerrieri sciamani, prima del combattimento, assumevano: birra, un estratto di amanita muscaria e digitale. Questo mix comportava l’aumento della temperatura corporea, del battito cardiaco e dell’adrenalina, nonché allucinazioni.

Dopo aver assunto queste sostanze, gli Úlfheðnar festeggiavano sino allo stremo prima di lanciarsi in battaglia. Di questi guerrieri e dei Berserkir si narra nella Saga di Egil, nella Saga di Hrolf e nella Saga di Yngling, nella saga di Grettir e nell’Edda; la differenza fondamentale con i Berserkir è che gli Úlfheðnar combattevano in gruppo, proprio come lupi, mentre i Berserkir erano spesso dei solitari.

C’è anche un altro lupo che ha a che fare con odino: il malvagio Fenrir, che vive incatenato su un’isola finché, quando giungerà il Ragnarock e tutti i legami saranno spezzati, si spezzerà quella catena e Fenrir sarà libero. Allora spalancherà la bocca con tanta ferocia che la mascella inferiore toccherà il suolo e quella superiore il cielo e, se ci fosse altro spazio, spalancherebbe le sue fauci ancora di più. Fenrir sarà tanto grande e forte da divorare lo stesso Padre di Tutto, Odino, e dopo ingaggerà una lotta mortale con Viðarr, figlio di Odino, destinato a vendicare il padre. Víðarr fermerà la mascella inferiore di Fenrir con un piede e quella superiore con una mano, spezzandogliele; quindi lo ucciderà, con un colpo di spada al cuore.

Siamo dunque di fronte ad una successione, al nuovo (il figlio) che prende il posto del padre (il vecchio), attraverso una modificazione, cioè estendendosi fino a toccare le mascelle del lupo, una che tocca il cielo ed una la terra. Per questo Viðarr è considerato un dio dell’ampliamento, inteso come crescita iniziatica, come una crescita di coscienza.

Un altro personaggio accompagnato da un lupo è Merlino che, come Odino/Wotan, rappresenta un’epifania saturnina-invernale. 

Nei racconti più cristianizziati però l’animale scompare, per essere sostituito da un eremita di nome Biagio. 

Sebbene sia ben lungi dal sostenere che Biagio fosse un lupo mannaro, è il caso comunque di analizzare la figura del licantropo, presente pressoché in tutte le tradizioni folkloriche europee, e che ritroviamo negli atti processuali dell’Inquisizione. 

A detta del celebre licantropo della Livonia, di cui le testimonianze processuali sono riportate da Ginzburg, i licantropi si considererebbero come strumenti e aiutanti di Dio (cani di Dio) e la posta delle battaglie estatiche combattute contro demoni e stregoni, similmente alla tradizione friulana dei benandanti, sarebbe stata la fertilità dei campi:

Gli stregoni rubano i germogli del grano, e se non si riesce a strapparglieli viene la carestia.

La figura del licantropo sarebbe dunque da considerare in relazione ai cosiddetti “combattimenti rituali” compiuti in spirito contro demoni e stregoni.

In queste credenze folkloriche che si ritrovano fino al XVII-XVIII secolo, possiamo individuare i residui di una tradizione sciamanica molto antica, che già si era parzialmente occultata ai tempi dei Lupercalia e, tracciando le somme di quanto fin’ora riportato, possiamo trarre la seguente conclusione.

Il lupo rappresenta una forza per così dire “spirituale” molto potente, rinchiusa e addirittura relegata nella psiche umana in quanto non gestibile e dunque distruttiva, ma che tuttavia è ancora necessaria per sconfiggere antichi demoni del profondo.

Al termine dell’Era, cioè quando il figlio succederà al padre, vi sarà un ulteriore ampliamento della coscienza umana, e tale forza sarà sconfitta definitivamente.

Questa è la messa in scena dei rituali di Imbolc, in cui le antiche forze totemiche dovevano essere rinchiuse nell’Altrove per poi affidarsi al Figlio che sarebbe venuto (agnello) al posto del Padre, il quale doveva, per forza, morire.

Ma non è ancora finita. Possiamo andare ancora più in fondo, fino ad incontrare queste forze totemiche.

 

 

L’Orso il Lupo e la Primavera

 

Nelle vesti di orse, Artio e Artemide si presentavano

al confine tra cultura e natura, tra lo spazio disciplinato e la foresta, tra l’umano e il bestiale, tra la vita e la morte

 

Il lupo rappresenta l’energia totemica addomesticata e relegata, che ancora può essere liberata all’occorrenza, a prezzo di un’enorme devastazione. Abbiamo visto come il lupo fosse l’animale totemico dei guerrieri Ulfheðnar, che usavano sostanze psicotrope per liberare e far emergere la forza totemica in loro.

Tuttavia, l’animale che rappresenta la casta dei guerrieri non è mai stato il lupo, bensì è l’orso. L’orso è l’animale totemico del tempo in cui questa energia non era relegata, ma scorreva libera nel nostro sangue, nella nostra psiche.

L’orso è l’animale totemico dei guerrieri venuti dall’est in groppa ai loro cavalli, quando quei popoli detti indoeuropei invasero le nostre terre e le colonizzarono. 

Inoltre l’orso godeva di una certa importanza nel periodo del calendario agrario-rituale dell’antica Europa: ridestandosi dal letargo invernale e fuoriuscendo dalla sua tana, l’orso sanciva ufficialmente l’inizio della primavera… o la rimandava di 40 giorni.

 

Ciò ricorda un famoso detto popolare diffuso in tutta l’area di influenza celtica:

Quando vien la Candelora dall’inverno semo fora; se non piove o tira vento de l’inverno semo dentro.

Questo proverbio si ricollega a una credenza diffusa in tutta Europa, secondo la quale il 2 febbraio l’orso esce dalla sua tana per accertarsi delle condizioni meteorologiche. Se il cielo è chiaro l’orso, vedendo la sua ombra, rientra nel rifugio invernale: è segno che l’inverno durerà altri 40 giorni.

Ricordiamo che 40 è il numero dei giorni trascorsi prima che il bambin Gesù fosse presentato al tempio, e che proprio questi 40 giorni trascorrono tra Natale e la Candelora.

Se vi risulta patetico, in quest’epoca, considerare la valenza simbolico-esoterica del numero 40, possiamo sottolineare che, ancora oggi, vi è la consuetudine della quarantena, dunque si è in qualche modo mantenuta la valenza di questo ben determinato periodo di tempo come un periodo di incubazione.

In altre parole, il 2 febbraio finisce l’inverno: i germogli che daranno i frutti della nuova stagione sono già formati, tuttavia sono ancora sottoterra, sotto le nevi invernali/infernali, in incubazione, come l’orso e gli altri animali ibernanti, in attesa dell’esplosione della primavera.

 Come rileva Markale:

…i quaranta giorni dell’orso significano molto semplicemente che se il cielo è ancora chiaro, cioè invernale, spoglio di tutto, la purificazione operata dall’inverno non è completa: da ciò la necessità di una nuova quarantena.

E da ciò, aggiungiamo noi, la necessità di una purificazione rituale dei membri della comunità, che avveniva guarda caso, proprio sotto Imbolc.

 

Questo periodo calendariale-rituale di 40 giorni, è stato spostato avanti di un mese nel calendario cristiano con l’istituzione della Quaresima (dal lat. quadragesima dies, quarantesimo giorno), periodo di purificazione che anticipa un’altra ri-nascita, quella del Cristo morto in croce.

Eppure, ancora nel Medioevo, quando la cristianità non si era diffusa più di tanto nelle aree rurali, il perno del sistema calendariale popolare che sanciva il passaggio dalla stagione fredda a quella temperata era il 2 febbraio, prima data possibile del Carnevale, giorno in cui l’orso o l’Uomo Selvaggio usciva dalla sua caverna per verificare l’inizio della primavera.

L’intercambiabilità fra l’Uomo Selvatico e l’orso denota il carattere mediano e ibrido che questo animale ha sempre detenuto nelle culture sciamaniche di tutto il mondo, infatti accomuna eschimesi, nativi americani, ceppi etnici celti-norreni-germanici, lapponi e popolazioni nord-asiatiche, e persino gli Inuit del nord del Giappone. 

Il lupo, come l’orso, rientra nella categoria degli Uomini Selvatici che, come sostiene la tradizione, un tempo popolavano le montagne. Queste mitiche figure rappresentavano il rapporto e lo scontro tra la natura e l’uomo, tra il selvaggio e la cultura.

Durante il Medioevo, gli Uomini Selvatici ebbero molta popolarità: descritti come uomini fortissimi, che si avvalevano della sola forza bruta e dell’istinto, di cui si potevano vedere solo le mani, i piedi e gli occhi perché il resto del corpo era coperto da una pesante pelliccia.  Spesso queste creature molto rozze, pazze d’amore, inseguivano le donne e, con la loro violenza, il loro frequente ricorso al rapimento, essi si oppongono ai cavalieri, ai campioni dell’amor cortese. Gli si da la caccia per catturarli e addomesticarli perché, in cattività, essi si sottomettono e ben presto ritrovano la ragione. 

 

Per concludere, si può anche individuare un collegamento fra l’orso e un sistema cultuale di tipo matriarcale nella figura della dea celtica Artio, dispensatrice di abbondanza, da molti accomunata, fin dal profilo etimologico, ad Artemide nella sua funzione di Signora degli Animali (potnia theron). D’altronde anche Artemide era detta Trina (Selene in cielo, Artemide in terra ed Ecate nel mondo degli inferi) e a Braurone esisteva un santuario di Artemide presso cui le fanciulle ateniesi di età compresa tra i cinque e dieci anni venivano inviate per servire la dea per la durata di un anno, periodo durante il quale venivano chiamate arktoi (orsette).

 

 

Capella, la Stella del Nord

 

Capella è la stella più brillante della costellazione dell’Auriga e, proprio grazie alla sua luminosità, ha sempre ricevuto molte attenzioni, fin dall’antichità.

Si suppone che gli antichi egizi osservassero Capella mentre tramontava da un tempio dedicato al dio Ptah nel 1700 a.C. a Karnak, presso Tebe. In uno zodiaco rinvenuto a Dendera Capella è raffigurata come un gatto mummificato con una figura maschile coronata con piume nella mano aperta. Ptah era in effetti lo sposo di Sekhmet, o secondo altre versioni, di Bastet. Gli egizi probabilmente identificavano Capella con il dio Ptah, il creatore non creato, il cui oracolo era il Toro Api. 

Risale probabilmente ai Babilonesi la rappresentazione della costellazione dell’Auriga come un cocchiere con una capra sulle spalle. 

All’interno di questa costellazione, Capella ha avuto un ruolo preminente: era per gli accadici Dil‑gan I‑ku, la Messaggera della Luce, o Dil‑gan Babili, la Stella Patrona di Babilonia; presso gli Assiri era invece conosciuta come I‑ku, la Conducente.

Questi titoli derivavano dal fatto che in ambito babilonese l’inizio dell’anno veniva calcolato sulla base della posizione di Capella in relazione a quella della Luna il giorno dell’equinozio primaverile.

Poiché, a causa della precessione degli equinozi, prima del 1730 a.C. la primavera cominciava quando il Sole entrava nella costellazione del Toro, Capella era chiamata anche la Stella di Marduk, essendo questa divinità associata al Toro per la sua grande potenza. Marduk era anche responsabile delle tempeste.

Nella Grecia classica, Capella venne associata ad Amaltea, la capra che allattò il piccolo Zeus sul monte Ida a Creta. La capra e il fatto che anche Zeus fosse responsabile delle tempeste, costituisce una prova che molte delle costellazioni riconosciute nella Grecia classica hanno una origine mesopotamica e, di conseguenza, anche le due mitologie sono correlate.

Zeus/Giove era stato partorito e nascosto sul monte Ida dalla madre Rea, affinché sfuggisse al padre Crono/Saturno, il quale divorava tutti i suoi figli neonati per evitare di essere spodestato da uno di loro, come aveva predetto un oracolo. Naturalmente Zeus, allattato da Amaltea, crebbe e spodestò Crono.

Secondo un’altra versione del mito, Amaltea era una ninfa che allattò il piccolo Zeus con latte di capra, assieme a sua sorella Melissa, che invece lo nutrì con miele.

In un’ulteriore versione, Amaltea e Melissa sono sostituite da Adrastea e da Ida, figlie del re di Creta Melisseo.

Diventato re degli dei, Zeus, per ringraziare Amaltea, diede alle sue corna il potere di donare tutto ciò che si desiderasse; da qui nacque la leggenda del corno dell’abbondanza, o cornu copiae, detto anche Corno di Amaltea.

Alla morte della capra, Zeus la pose, insieme ai suoi due capretti, tra gli astri del cielo: essa divenne Capella, mentre i due suoi capretti divennero ζ e η Aurigae. 

Capella è stata a volte identificata anche con una delle corna della capra che allattava Zeus fanciullo, rotta dal dio mentre giocava con lei e trasferita in cielo come Cornucopia.

Il nome Capella deriva dal latino e significa, appunto, capretta, in riferimento al mito di Amaltea. Questo nome è riportato nella letteratura latina a partire dai primi decenni dell’età imperiale romana; in particolare ne fanno menzione i poeti Marco Manilio e Ovidio, nonché lo scrittore Plinio il Vecchio.

Tuttavia la consuetudine di assegnare alla stella il nome di “capra” risale almeno ad Arato di Soli, poeta greco ellenista vissuto tra il IV e il III secolo a.C., che nella sua opera Fenomeni designa la stella come Aἴξ, Aἰγός, àix, aigòs (si confronti col nome della stella in greco moderno, Αίγα, Áiga, del medesimo significato); tale nome è riportato anche da Claudio Tolomeo, vissuto tra il I e il II secolo d.C.

Il nome arabo di Capella è al-Rākib, che significa il Conducente o il Viaggiatore o il Cavaliere.

Probabilmente questo nome è stato attribuito all’astro per la sua posizione molto settentrionale, che la fa apparire più in alto rispetto alle altre stelle, quasi le conducesse, ma potrebbe anche essere giustificato dal fatto che la comparsa di Capella preannunciava il sorgere delle Pleiadi, come la guida di una carovana precedeva la sequela dei dromedari montati o da soma.

A tal proposito, un altro nome arabo di Capella è al-Hādī, che significa la Guida, un termine col quale, già in epoca preislamica, era indicato l’apripista delle carovane. Il suo compito era quello di dare il ritmo agli animali, intonando versi poetici in metro rajaz.

L’insieme degli animali in fila indiana era identificato con le Pleiadi (in antichità chiamate dagli abitanti della penisola Araba “le sette sorelle”), che in passato da quella regione sorgevano quasi contemporaneamente a Capella, come ora accade per gli osservatori posti a 40° N.

Presso i beduini del Negev e del Sinai, Capella è nominata al-ʿAyyūq al-Thurayyā, cioè Capella delle Pleiadi, in funzione del ruolo da essa giocato nell’individuazione di questo gruppo di stelle, posto nella vicina costellazione del Toro.

In astrologia, si crede che Capella porti ricchezza e onori civili e militari. Nel medioevo Capella è una delle 15 stelle fisse beheniane, associata allo zaffiro quale pietra preziosa, alla menta, alla mandragora e al timo quale pianta. Agrippa von Nettesheim riporta il suo segno cabalistico e il nome di Hircus (termine latino che significa capra).

Cosa ne pensi?

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.