Il Diavolo e la Stregoneria

Da quando la Chiesa ha iniziato a reggere le sorti spirituali europee, ha sempre indicato l’esistenza del Diavolo come un articolo di fede, e ha forgiato preti demonologi ed esorcisti, pur riservandosi di dissertare con molta maggiore insistenza sulla natura divina piuttosto che su quella demoniaca, lasciando quest’ultima in una sorta di indeterminatezza che non poteva non eccitare gli animi più curiosi e ribelli.

Essendo la cultura teologica riservata solo al clero e la popolazione praticamente analfabeta fino a non molti anni fa, il Diavolo si è trovato a doverci mettere la faccia, mostrando la propria effige nei timpani dei portali delle cattedrali, sulle vetrate delle chiese, nei bassorilievi dei cori, agli angoli delle grondaie e dei tubi pluviali. Persino la scena del giudizio universale, riprodotta in tutte le chiese di un certo rilievo, aveva l’effetto di produrre sul popolo un certo terrore, fungendo da minaccia psicologica.

Inoltre, Dio e le sue schiere sono sempre stati piuttosto restii a manifestarsi anche ai fedeli più devoti, mentre il Diavolo ha sempre avuto la decenza di ascoltare i suoi fedeli  offrendo loro il patteggiamento, seppur pretendendo un certo tornaconto… ma, forse ingenuo e magari anche un po’ imbranato, si lasciava poi ingannare con banali stratagemmi, così che i suoi fedeli si riprendevano l’anima venduta.

Le storie di uomini che hanno venduto l’anima al diavolo scongiurandolo per ottenere ricchezze e potere sono moltissime, e rappresentano buona parte della letteratura del medioevo, alla quale conferiscono una nota pittoresca e cupa, in perfetta armonia con le antiche città europee, con le loro case dai frontoni scolpiti, le cattedrali gotiche, le abbazie abbandonate, i castelli in rovina.

Il più antico dei Patti col Diavolo che conosciamo risale all’anno 538, ed è quello di Teofilo, un economo della Chiesa di Adava, in Cilicia. Siccome il vescovo lo aveva deposto dalla sua carica, egli vendette l’anima al Diavolo per ritornarvi.

Celebri e suggestivi sono i versi di un trovatore del XIII secolo, Rutebeuf, nato nella Champagne e vissuto a Parigi al servizio di Alfonso di Poitiers e di Carlo d’Angiò. Rutebeuf aveva una discreta cultura e una certa conoscenza del latino ma, deforme nel fisico e disgraziato negli affetti, condusse la misera esistenza del giullare vivendo penosamente alla giornata e frequentando le taverne dove beveva e giocava a dadi, rivelando l’eloquenza e la forza satirica della sua complessa personalità nelle proprie opere. “Le Miracle de Théophile”, breve dramma profondamente religioso quando predica la santità della crociata ma che non manca di denunciare la lussuria e l’ipocrisia del clero, narra le vicende del prete-stregone Salatin, che vende l’anima al diavolo ma poi si pente e viene salvato dalla Madonna.

Salatin scongiura il diavolo con parole che non appartengono a nessuna lingua nota:

Bagabi laca bachabé

Lamac cahi achababé

Karrelyos

Lamac lamec Bachalyas

Chabahagy sabalyos

Baryollas

Lagoz atha cabyolas

Samahac et famyolas

Harrahya.

Un altro trovatore del XIII secolo, Jehan Bodel, nativo della Provenza e vissuto ad Arras, scrisse “C’est li Jus de saint”, opera in cui il protagonista, Nicholai Tervagans, rende l’anima al diavolo dicendo:

Palas aron ozinomas

Baske bano tudan donas

Geheamel cla orlay

Berec hé pantaras tay.

 

Ritroviamo questo linguaggio quattro secoli dopo, nella rappresentazione “Il Dottor Faustus” di Rembrandt, in cui un vecchio saggio è intento in una magia nella quale il cerchio, anziché essere tracciato a terra, appare fiammeggiante sulle vetrate del suo laboratorio. Le iniziali INRI occupano la parte centrale del cerchio e attorno si leggono le parole: ADAM TE DEGERAN e poi sulla parte esterna AMRTET ALGAR ALGASTNA.

Il meccanismo del patto col diavolo non ha subito alcuna modificazione importante col passare del tempo: esso è redatto sempre in modo molto formale, termina con la firma scritta con il sangue dello scrivente stesso, e include nel testo l’esplicita rinuncia a Dio, alla Vergine e ai Santi, nonché la vendita della propria anima al Diavolo, che l’avrebbe reclamata post mortem.

L’unico lato sgradevole del commercio col Diavolo è dunque l’esito infausto con cui si conclude, ma ciò non bastò a scoraggiare i nostri avi occultisti che di certo non si arresero passivamente al loro destino, ma anzi impiegarono tutto il loro ingegno per sottrarvisi, in modo tale da godere di tutti i benefici concessi dal Maligno, lasciando però il buon vecchio Satana a bocca asciutta.

Le Dragon Rouge indica persino una preghiera da recitare a patto concluso, con la quale ci si riprende la parola data, dopo aver ricevuto dal demonio tutti benefici richiesti.

Nonostante la documentazione conservata negli archivi e nei musei, la mancanza quasi totale dei patti col Diavolo mette in discussione la veridicità del compimento di codesti atti. Ma, a prescindere dal fatto che il Diavolo portasse il patto con sé all’inferno come una sorta di ricevuta, cosa che già di per sé è sufficiente a giustificare il fatto che tali documenti non siano pervenuti ai giorni nostri, è ovvio che un tale documento venisse gelosamente custodito, in quanto dimenticarlo in qualche tasca o su qualche mobile, considerando i tempi che correvano, non sarebbe stato molto salutare.

Lo dimostra la storia del curato di Luodun, Urbain Grandier, che evidentemente non si prese cura di nascondere abbastanza bene i suoi documenti e finì sul rogo.

Grandier fu accusato di aver stregato il convento delle orsoline, dove la maggior parte della religiose davano segno di essere possedute dal Demonio. Fu dichiarato “colpevole e convinto del delitto di magia, maleficio e possessione, delitti che per suo mezzo furono trasmessi ad alcune religiose orsoline” e dunque condannato, nel 1634, durante il processo di stregoneria in cui si trovò invischiato anche Richelieu.

Anche il cancelliere che si occupò di Grandier ebbe la sua stessa sbadataggine, e dimenticò di portare sul rogo il patto per bruciarlo insieme al contraente, tant’è che è uno dei pochissimi pervenuto fino ai giorni nostri, custodito nella Biblioteca nazionale di Parigi, nella raccolta riguardante le orsoline di Luodun.

Voto di Urbain Grandier

diavolo e stregoneria

Signore e Maestro, vi riconosco per mio dio, e vi prometto di servirvi finché vivrò; e fin da questo momento rinuncio a tutti gli altri, a Gesù Cristo, a Maria, a tutti i santi del cielo, alla Chiesa cattolica, Apostolica e romana, e a tutti i suffragi e alle preghiere che potrebbero fare per me; prometto di onorarvi e di rendervi omaggio almeno tre volte al giorno, di fare quanto più male potrò, e di attirare a fare il male quante più persone possibili, e volentieri rinuncio alla cresima, al battesimo,e tutti meriti di Gesù Cristo, e nel caso che mi volessi convertire, vi dono il mio corpo, la mia anima e la mia vita come vostra proprietà, avendola donata per sempre, senza mai più volermi pentire”.

Firmato (col suo sangue): Urbain Grandier

  

La differenza principale tra un prete ed un magista è che quest’ultimo conosce l’arte di far apparire il diavolo o i demoni e di chiedergli benefici e vantaggi temporali, mentre la teologia impedisce al prete di tentare Dio con la richiesta di miracoli.

Secondo la visione cattolica, pare che i demoni fossero delle entità piuttosto bizzarre: terrificanti e malefiche quanto servili e sciocche. Infatti, se da una parte vi erano maghi e stregoni che dedicavano la loro vita allo studio di rituali e formule che miravano a far apparire i demoni, dall’altra abbiamo anche tutta una serie di personaggi proclamati “Santi” che non avrebbero voluto aver nulla a che fare con loro, ma che venivano continuamente molestati da demoni di ogni sorta, che non avevano neppure la decenza di lasciali dormire in pace.

D’altro canto, invece, streghe e stregoni si vantavano di costringere i demoni ad apparire, di imporgli la propria volontà, e successivamente di congedarli.

Per ciò che riguarda le modalità di queste pratiche, esse sono descritte in una quantità di libri veramente impressionante, che oltre a trovarsi facilmente in tutte le librerie, si possono reperire gratuitamente anche su internet in comodo formato digitale. Per fortuna, grazie al rapido progresso informatico, siamo scampati alla vendita in edicola, in pratici fascicoli mensili, con relativo pentacolo in omaggio.

Dunque, abbiamo svariati elenchi di demoni evocabili: c’è quello che tratta i 72 demoni della tradizione ebraica, quello che include demoni o divinità dei più disparati pantheon pagani, altri che prendono in considerazione i demoni del Necronomicon, leggendariamente scritto da Abdul al Azraq e conservato nella Biblioteca del Vaticano, ma praticamente redatto e dato in pasto alla stampa dal celebre Lovecraft, altri ancora che li gettano tutti in un unico calderone mischiati e rimestati in una vera e propria bolgia infernale.

Questi testi han cominciato a spuntare come funghi nel medioevo, e da allora non cessano di moltiplicarsi, ma sembra che la matrice originaria sia comunque la Clavicola di Salomone.

Si narra che la Clavicola fu data da Dio stesso a Mosè, che in seguito la diede ad Aronne, che poi fu ereditata da Davide, e infine da Re Salomone il quale, come narra la Bibbia, cedette alle tentazioni e cadde nel peccato.

Una versione della Clavicola conservata nella Biblioteca dell’Arsenale di Parigi dal titolo “Liber Pentacolorum” contiene una prefazione molto antica che non si trova in nessun altro testo, probabilmente di origine bizantina, che narra di come la Chiave dovesse essere sepolta con Salomone nella sua tomba, ma venne invece trasportata a Babilonia e diffusa da un principe del luogo. Si può presumere che successivamente la Clavicola entrò nell’Europa occidentale attraverso gli Gnostici, i Cabalisti e le diverse scuole magico-religiose.

La cosa curiosa è che alcune redazioni siano opera di.. – udite, udite! Rullo di tamburi… – Papa Onorio III, un domenicano (!) che nel 1216 successe a Innocenzo III e che fu sospettato di stregoneria. Oltre a lui vi furono altri monaci, come ad esempio Ruggero Bacone, morto nel 1294, che dichiararono, seppur velatamente, di essere a conoscenza di libri di demonologia attribuiti a Salomone, mentre nel 1350 Papa Innocenzo VI diede alle fiamme un grande libro intitolato “Libro di Salomone” che pare fosse zeppo di preghiere d’invocazione e rituali atti alle evocazioni demoniache.

Gli scrittori clericali si riferiscono costantemente alla Clavicola come al “Libro del Diavolo” e la Santa Inquisizione nel 1559 la proibì come opera pericolosa. Tuttavia, la prima edizione a stampa, seguita da molte altre, risale al 1629. Ma vi è una tradizione secondo cui “ogni strega o stregone che si rispetti deve possedere La Clavicola in testo manoscritto, meglio ancora se scritto di proprio pugno, il che garantisce una migliore riuscita delle operazioni”.

Del resto darla dal copiare al vicino di casa poteva non essere una buona idea… Comunque…Fu così che vennero redatti moltissimi rifacimenti della Clavicola, in cui numerose formule e segni si aggiunsero col passare dei secoli al presunto testo originale.

Si è giunti così ad avere una clavicola che ha subito aggiunte di formule e rimaneggiamenti arabi, bizantini, latini, mescolate infine a preghiere cattoliche, fino a divenire un miscuglio che pretende di scongiurare entità demoniache con dei simboli ebraici in nome di Gesù Cristo e della Vergine Maria, mentre persistono le controversie sull’autenticità e sull’esistenza di un originale ebraico pervenuto in Europa clandestinamente, dal quale sarebbero derivate tutte le versioni medievali. Tuttavia sembra evidente che la disposizione di certi riti indichino origini semitiche e babilonesi.

Le Clavicole o Chiavi di Salomone conservate nei musei sono numerosissime, la maggior parte manoscritte in latino e in francese, e godono quasi tutte di un concreto interesse per le loro varianti, aggiunte e omissioni inevitabilmente presenti nei vari esemplari.

Il testo più antico è conservato al British Museum di Londra e risale al dodicesimo secolo, mentre nella Biblioteca dell’Arsenale di Parigi ve ne sono molti provenienti dalla collezione creata nel XVIII sec. da Antoine-Renè de Voyer d’Argenson marchese di Paulmy, uomo d’armi appassionato di romanzi e libri d’occultismo.

Fra i migliori vi è il n. 2350 “Le Secret des secrets autrement la Clavicole de Salomone ou le veritable Grimoire”, del XVIII sec., redatto in bella grafia, con poche illustrazioni ma molte cerimonie che mancano in altri testi. Tuttavia, lo stesso marchese de Paulmy informa in una nota scritta di suo pugno: “Nessuno ha mai visto un manoscritto ebreo della Clavicola di Salomone…”.

Il nostro attuale “Grimoire” tanto diffuso nelle biblioteche d’Europa, sarebbe un compendio nel quale le cerimonie di origine ebraica, come ad esempio lo sgozzamento di un caprone, sono affiancate a invocazioni antichissime, come ad esempio quella che si trova sulle tavolette a caratteri cuneiformi di Ninive:

“Xilka, Xilka, Besa, Besa”.

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