Il Culto Dionisiaco o Dionisismo

Tempi e Luoghi del Culto

Il Dio tra i Fedeli

I Paramenti

Musica e Danze

Oggetti Sacri

Il Pasto

Sessualità e Psichicità

 

Il dionisismo è un’antica celebrazione della divinità di Dioniso che, secondo alcuni studiosi, sarebbe entrato a far parte della civiltà greca dalla fine del II millennio a.C., come dimostrerebbe la sua menzione nelle tavolette micenee; a detta di altri,  invece, sarebbe passato nell’Ellade dai suoi ipotetici luoghi d’origine, Frigia e Tracia, intorno al IX – VIII secolo a.C.

Tuttavia, nessun autore greco considera Dioniso una divinità barbarica: il fatto che abbia caratteristiche esteriori diverse dagli altri dei dell’Olimpo e che venga più volte definito xenos “straniero”, non è indice di estraneità dal mondo greco. Dioniso apparteneva al pantheon ellenico, eppure era diverso da tutti gli altri dei.

Dioniso è conosciuto soprattutto come dio del vino e dell’umidità della terra che porta i frutti alla maturazione. Col tempo è diventato famoso anche come dio della gioia sfrenata, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi.

A Dioniso si attribuiscono l’arte divinatoria e la facoltà di guarire i mali.

 

Tempi e Luoghi del Culto

I Misteri di Dioniso non erano celebrati in un preciso luogo di culto, e le caratteristiche del rituale e dell’immagine del Dio variavano secondo le epoche e delle sedi geografiche in cui si svolgevano le cerimonie.

L’unica sede fissa di cui poté godere il dionisismo fu Delfi, dove Apollo divideva il tempio con Dioniso cedendolo durante i mesi invernali. 

Tali cerimonie si celebravano ogni tre anni, ma il culto genuino greco ebbe manifestazioni più composte nelle Dionisie, celebrate quattro volte l’anno: piccole Dionisie, o rurali (a dicembre-gennaio); Lenee (gennaio-febbraio); Antesterie (febbraio-marzo); grandi Dionisie o urbane (marzo aprile).

Durante le celebrazioni si svolgevano numerose competizioni teatrali, alle quali partecipavano grandi drammaturghi come Eschilo, Sofocle, Euripide, Aristofane. Nei suoi misteri, importantissima era la funzione della musica, spesso articolata su strumenti a fiato, secondo un uso che si traspose nella commedia Attica, così come il ditirambo, i cori e le danze che furono adottati nella tragedia.

Per il resto, il dionisismo fu diffuso nel mondo antico da sacerdoti itineranti, e le cerimonie si tenevano di notte, simbolo della tenebra e del proibito, e avevano luogo all’aperto in zone boscose, oppure in caverne o grotte, luoghi connessi con l’umidità e la fertilità, quindi con la sessualità femminile e i poteri ctonii. Secondo alcuni studiosi le grotte citate dalle fonti come luoghi in cui si svolgevano i misteri dionisiaci rappresenterebbero simbolicamente gli inferi.

Tali celebrazioni potevano essere osservate da qualunque spettatore estraneo al culto, ma certamente esistevano anche dei riti segreti di iniziazione individuale, portati a termine attraverso una serie di parole, che dovevano garantire la felicità dopo la morte, ipotesi che sembra confermata dalla tavoletta d’oro di Hipponion, in cui si allude alla via sacra degli iniziati nell’aldilà.

Il corteggio di Dioniso si chiamava Tiaso, e coloro che vi prendevano parte erano dette Tiadi. Tuttavia Dioniso era conosciuto anche come Bacco che significa “schiamazzante”, di conseguenza anche le donne dionisiache erano a loro volta bakhai, cioè Bacche o Baccanti, in corrispondenza delle adoranti con l’adorato, oppure Menadi (Mainades in greco significa folli, e il dio stesso era detto Mainomenos o Mainoles, “il furioso”) o Bassaridi (da Bromio, altro nome di Dioniso, significa “strepitante”).

Il dionisismo, anche se controllato dallo Stato, era un’esperienza religiosa opposta al culto ufficiale: non rappresentava per nulla la sacralizzazione di un ordine al quale bisognava integrarsi, ma l’affrancamento da quest’ordine, la liberazione dalle costrizioni.

Il culto mistico di Dioniso ricopriva quindi un’importante funzione sociale, giacché sublimava e simboleggiava elementi della religione che la civiltà aveva rimosso o superato, quali i riti di iniziazione, il sacrificio cruento, l’adorazione della natura, i culti fallici e orgiastici. Si tenevano feste chiassose e disordinate, in cui si beveva vino, si mangiava, si danzava, e infine ci si abbandonava vere e proprie esibizioni di natura sessuale.

 

Il Dio tra i Fedeli

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Testa di Dioniso (Dettaglio da un’anfora, 530 a.C. ca., Tarquinia).

Una peculiarità delle cerimonie dionisiache è la precisa volontà di rilevare fortemente la presenza del dio tra gli iniziati, oltre che tramite la sua manifestazione più visibile, cioè la mania, anche attraverso la simbologia. Mentre gli altri dei sono invisibili quando entrano nel tempio nei giorni delle celebrazioni in loro onore, Dioniso fa il suo ingresso incarnato in un’immagine plastica, generalmente una statua, che simboleggia la reale presenza del dio tra i suoi fedeli.

Una serie di riti legati a singole città testimonia che l’immagine di Dioniso era ritenuta dagli iniziati l’equivalente della sua presenza: a Sicione, ad esempio, era proibito per tutto l’anno vedere la statua, che era mostrata in pubblico solo durante la notte della festa in suo onore, ciò a dimostrazione del fatto che soltanto in quell’occasione Dioniso si presentava fisicamente al cospetto dei fedeli.

La presenza di Dioniso era rappresentata concretamente durante la celebrazione dei misteri anche attraverso un altro oggetto simbolico: la maschera. Gli occhi della maschera, dietro la quale il dio in persona era presente, guardavano direttamente il fedele, e ciò in particolar modo nel corso della distribuzione del vino. 

L’uso della maschera è documentato anche per il culto di altre divinità, come deduciamo dal materiale archeologico e dalle raffigurazioni vascolari, ma solo nel cerimoniale in onore di Dioniso essa rappresenta l’Epifania, la presenza reale e tangibile del Dio. 

Sul famoso vaso François di Firenze è raffigurata una processione di divinità. Le loro figure sono tutte di profilo, escluso una: quella di Dioniso. La sua non è una fuggevole sagoma, ma un volto frontale che pianta il suo sguardo nero nelle pupille dell’osservatore, un volto bloccato in un’espressione innaturale e ambigua, statica ma allo stesso tempo in tensione. Quello del vaso François non è un caso isolato: si è appurato ormai che solo al volto di Dioniso o alle sue maschere è riservato, nell’iconografia vascolare greca, il privilegio della frontalità. Dioniso, dunque, non è un dio ‘obliquo’: il suo messaggio è diretto al fedele in modo esplicito, senza compromessi o ambiguità oracolari, e il fedele lo deve accogliere come un’esperienza totalizzante, che investe tutta la sfera dell’essere.

Durante alcune celebrazioni, talvolta anche i fedeli indossavano una maschera bianca, come simbolo del dio, dell’infinito, del principio e fine di tutte le cose.

I fedeli di Dioniso erano essenzialmente donne, mentre gli uomini in un primo momento furono esclusi dal culto.

Tale particolarità è messa in relazione da alcuni studiosi con il carattere di divinità solare, e quindi virile, del Dio, cosicché il sacerdozio femminile avrebbe avuto la sua ragione di essere nel sacro connubio con la divinità. Altri studiosi ritengono invece che il culto fosse prettamente legato ai misteri femminili, e le accompagnatrici di Dioniso non sarebbero donne-amanti ma donne-nutrici del dio.

Le Baccanti, che rappresentavano le dee che avevano a che fare col dio, erano guidate da un sacerdote, l’unico uomo oltre al quale nessun altro doveva essere presente.

Vi sono testimonianze che dimostrano che anche gli schiavi partecipavano al culto. Ciò fa pensare ad un aspetto per così dire politico di questa religione: in data antica potrebbe aver offerto una possibilità di raggruppamento e di partecipazione a coloro che si trovavano al margine dell’ordine sociale riconosciuto. 

Del corteggio dionisiaco si narra facessero parte anche centauri, ninfe e satiri.

 

I Paramenti

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Cratere apulo del IV secolo; Dioniso con una menade. Entrambi impugnano un tirso

Sia il sacerdote sia le sue seguaci indossavano la “inebri” o nebride, cioè una pelle di cerbiatto. Tuttavia, Dioniso e il suo seguito sono indicati come vestiti della pelle di altri animali: ora della pardalide (παρδαλέη), pelle di leopardo o di pantera, ora dell’egida (αἰγίς), pelle di capra. Tutti questi animali appaiono come sacri a Dioniso. Nella pratica sembra che la denominazione “nebride” tenesse il luogo di tutte le altre.

I monumenti figurati, come statue, rilievi e vasi dipinti, offrono una larga esemplificazione della nebride genericamente intesa, e della maniera d’indossarla. Talora essa è portata a tracolla e annodata per due zampe al disopra della spalla, come un balteo. In altri casi invece, specialmente sulle figure femminili, la pelle ferina appare annodata intorno alla vita, in modo da stendersi largamente sul davanti.

La maniera più semplice, ma anche più primitiva, è quella di portare la nebride annodata per le zampe posteriori (più lunghe) sul petto, o sotto il mento.

In altri casi essa è portata sciolta e ondeggiante sulla spalla o sul braccio, sempre il sinistro. Quest’ultimo stile però non compare nell’arte anteriore all’età ellenistica.

Nell’arte ellenistico-romana la nebride assolve anche una funzione decorativa, insieme con altri attributi bacchici, e in rapporto con il carattere religioso che si vuole attribuire all’oggetto decorato, come ad esempio sopra le coppe argentee del tesoro di Hildesheim.

L’attributo della nebride è una riprova del carattere primigenio del dionisismo, ricordo di una civiltà remota, quando le pelli degli animali uccisi erano le uniche vesti dell’uomo. In uno stadio più avanzato di civiltà la pelle dell’animale sacrificato non cessa di vestire il simulacro del dio, ed è quindi indossata dai sacerdoti e dai seguaci iniziati, come una sopravveste di carattere sacro nelle cerimonie del culto.

E’ utile notare che nell’antico Egitto il termine “nebride” indicava un feticcio costituito da una pelle di animale decapitato appesa a un palo piantato in un vaso, nel quale colava il sangue.

Un altro accessorio caratteristico del culto dionisiaco era il tirso, un bastone rituale fatto di legno vario, ma più spesso di corniolo o formato da una grossa asta di ferula e sormontato da una pigna.

Thyrsos è una parola non greca, e di etimologia incerta: alcuni studiosi definiscono la parola d’importazione, e ne vedono la probabile derivazione dall’ittita “tuwarsa”, che significa ceppo di vigna, tralcio. In origine doveva trattarsi di una canna lunga qualche metro, chiamata anche narthe, nartece, che propriamente è una parte del tirso, benché Euripide nelle Baccanti usi i due termini come sinonimi.

Quando il dionisismo penetrò in terra greca, il tirso fu un semplice ramo di pino; poi fu ricavato anche da piante dionisiache per eccellenza, quali la vite e l’edera, e il fedele lo decorava con le proprie mani: sulla cima innestava una pigna, intorno ad essa arrotolava rami d’edera e bende di stoffa, ed anche piccoli sistri e nacchere, atti a produrre suoni estatici di accompagnamento al cerimoniale orgiastico.

Il tirso era un vero e proprio totem vegetale, dotato delle intrinseche e straordinarie potenze della natura, il cui simbolismo, chiaramente fallico, rappresenta la forza vitale del dio, instillata nella vegetazione, negli animali e negli uomini, tanto più che ne Le Baccanti di Euripide è affermato che da esso scaturiva miele. Le Baccanti avevano dunque il potere di far sgorgare dalle rocce il latte, il vino e il miele col solo tocco del tirso, ma anche di infondere la pazzia.

Il tirso era anche un’arma di offesa: le Baccanti di Euripide se ne servono come picca di guerra per respingere gli assalti dei pastori tebani e nell’esodo della stessa tragedia, il tirso è usato come una picca su cui esporre la testa di Penteo.

L’uso più proprio e consueto di questo strumento riguarda i rituali orgiastici, dove serviva come accompagnamento alle frenetiche danze delle menadi: l’espressione tecnica thyrson tinassein, scuotere il tirso, dice appunto il suo impiego vorticoso durante le danze.

Il corteggio di Dioniso era solito indossare corone di edera, o di altre piante sacre al dio, quali la vite, il pino, il fico e il mirto. Questa corona di foglie rappresentava un altro para sacramento sacro, ovvero la mitra, una fascia o nastro per capelli, arrotolato sulla testa e intorno alle tempie come un turbante. In origine era un copricapo femminile, ma nel dionisismo era indossato da uomini e donne, il che ribadisce il superamento e annientamento delle barriere sessuali che caratterizza il dionisismo.

La vite rappresenta il delirio del dionisismo, che si comunica a tutti coloro che ne gustano il succo prodigioso, perciò è il simbolo più rappresentativo del dio.

Accanto alla vite, la pianta prediletta da Dioniso è l’edera. Come Apollo si adorna di lauro, così Dioniso si adorna di edera ed è perciò chiamato kissokòmes. I suoi devoti si facevano tatuare sul corpo foglie d’edera, e rami di edera erano avvolti anche attorno al tirso.

Narra il mito che l’edera fosse comparsa subito dopo la nascita di Dioniso, per riparare l’infante dalle fiamme che bruciavano il corpo di sua madre Semele: l’edera avrebbe avvolto la reggia di Cadmo attenuando le scosse del terremoto che accompagnò lo scoccare della folgore. Dall’edera prendeva nome anche una fonte presso Tebe, detta appunto Kissoùsa, dove le Ninfe avrebbero celebrato la rituale abluzione del neonato dio, allevato poi sul monte Elikòn, il cui nome deriva da èlix, che significa propriamente “spirale”, ma è anche altro nome della pianta.

Edera e vite manifestano la loro somiglianza, ma al tempo stesso entrano in un rapporto contrastivo denso di significati: la vite, nella stagione fredda, giace come morta, finché, col rinnovarsi del calore solare, prorompe a nuova vita col suo verde sgargiante e con i suoi frutti ardenti; l’edera fiorisce in autunno, quando nelle vigne si celebra la vendemmia, e reca i suoi frutti a primavera. Tra la fioritura e la fruttificazione dell’edera intercorre l’epoca dell’epifania invernale di Dioniso, e così essa rende omaggio al dio delle inebrianti feste dell’inverno in qualità di ornamento stagionale.

L’edera era paragonata al serpente per la natura strisciante: i movimenti con cui la pianta striscia al suolo o si attorce agli alberi fanno pensare alle serpi avvolte intorno alle chiome e maneggiate dalle Baccanti. Si riteneva che edera e serpenti appartenessero a Dioniso soprattutto per la loro natura fredda e ctonia: la natura dell’edera, infatti, era opposta a quella del fuoco, con cui invece sembrava imparentato il vino.

Per questo alla freschezza dell’edera si attribuiva anche la virtù di fugare l’ardore dello stesso vino e si credeva che Dioniso avesse comandato ai suoi fedeli d’incoronarsene durante i simposi.

L’affinità e il contrasto tra vite e edera sono radicati nell’essenza stessa del dio dalla duplice figura, la cui natura si esprime nella terra stessa come grembo materno e regno dei morti.

Il pino (o l’abete), come l’edera, verdeggia anche d’inverno e figura nel mito e nel culto come uno degli alberi sacri a Dioniso. Nelle selvagge e sfrenate feste notturne il suo legno fiammeggia nelle fiaccole e la sua pigna incorona il tirso. Nelle Baccanti, Penteo, per assistere ai rituali delle Menadi, sale su un pino. Non si può escludere che il pino fosse elemento rituale dello “sparagmòs”: durante il cruento rito dello smembramento la vittima sacrificale poteva essere legata al pino prima di essere dilaniata e sbranata.

Altra pianta sacra a Dioniso era il fico, simbolo della vita sessuale: sul suo legno si intagliavano falli.

Infine, il mirto, dove sembra che torni a manifestarsi l’altro aspetto ctonio della divinità: per desiderio dei signori dell’Ade, Dioniso avrebbe lasciato nell’oltretomba il mirto in sostituzione della madre Semele, che egli sottrasse al regno dei morti; così era motivata la credenza che il mirto appartenesse al dio e alle ombre degli inferi.

Anche le corone di pioppo, l’albero infernale, erano indossate dagli adepti proprio in onore di Dioniso ctonio. 

 

Musica e Danze

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Raffigurazione di una celebrazione dionisiaca: i Satiri suonano e le Menadi danzano. (Dettaglio da una giara, 530 a.C. Londra)

I membri del Tiaso percorrevano i monti e le campagne correndo e danzando in preda al delirio mistico, scuotendo i capelli sciolti, agitando fiaccole, suonando tamburelli, cembali, crotali e flauti che ritmavano i canti e le danze, e invocando il dio col grido “euios”, festoso, e “evoè”, che esprimeva tutto il giubilo portato dal dio. 

La musica era molto forte anche come intensità di suono: il rumore era in generale un elemento tipico del dionisismo, e testimoniava il sopraggiungere del soprannaturale e il sentimento dirompente che coglieva l’iniziato, lo choc spirituale che lo allontanava dalla realtà e dalla sensibilità consueta, che con terminologia moderna si potrebbe definire trance. 

Inoltre il frastuono si accompagnava perfettamente al sentimento di paura che spesso caratterizzava i misteri di Dioniso: una delle caratteristiche del dionisismo, era la purificazione dalla paura stessa tramite l’esperienza terrificante, dopo la quale l’elemento del sollievo giocava un ruolo importante nel creare la sensazione di rinascita e rinnovamento, propria dei misteri dionisiaci.

Studi recenti hanno permesso di capire la funzione della musica nei rituali caratterizzati da fenomeni di trance e di passione, come quelli dionisiaci. In questo senso sono state fatte notare le affinità della guarigione catartica con l’estasi e con fenomeni di risanamento dall’isterismo. Si sono mostrati, poi, i punti di contatto tra le espressioni rituali del dionisismo del mondo greco ed affini manifestazioni di culto di alcuni paesi islamici. 

Il flauto era considerato lo strumento atto a scatenare stati d’eccitazione psicologica. I rapporti tra suono del flauto e follia furono oggetto di studio anche nel campo della medicina. Secondo Platone, le melodie del flauto sono capaci da sole, per la loro potenza divina, di trasportare le anime al delirio; secondo Aristotele il flauto possiede il potere di generare entusiasmo.

Il timpano, strumento per eccellenza dei riti orgiastici, era una sorta di piccolo tamburo, costituito da un cerchio di legno, sul quale era distesa una pelle di toro, uno degli animali simboli del dio: si può dire che contiene lo spirito vivente del dio e che la sua costruzione è sottoposta a una serie di norme rituali. La leggenda narra che il timpano fu inventato dai Coribanti e fu poi usato da Dioniso.

I timpani erano suonati dalle Baccanti che li innalzavano sopra il capo, come si vede talvolta nelle rappresentazioni vascolari. Essi, tuttavia, erano sentiti come estranei alla tradizione musicale greca, perché provenivano dalle regioni asiatiche.

Data la diffusione di timpani e di tamburi nei culti estatici, si è pensato a un effetto neuro-fisiologico del tam-tam sull’udito umano: una sorta di droga sonora capace di indurre la trance automaticamente.

Dioniso si presenta anche con strumenti a corda, come barbito, cetra, e lira; a Creta lira e flauto erano ugualmente impiegati per la danza estatica dei Cureti.

La lira è ritratta tra le mani del dio stesso o in quelle di Satiri e Sileni che fanno parte del suo corteggio. È soprattutto tra il V e il IV secolo lira e arpa si uniscono, come strumento dionisiaco, al barbito, già abituale nelle feste e nei simposi, e da questo momento, nei thiasoi, le Menadi e i Satiri alternano il pizzicato dell’arpa e l’accompagnamento della lira alla frenesia ritmica dei cembali e dei timpani.

Nella gestualità delle baccanti era presente una componente rituale canonizzata, ad esempio nel camminare su una gamba sola, atto che era chiamato “askoliasmos”, saltando e slanciando in avanti il piede: tali gesti erano parte integrante della trance dionisiaca, quando il desiderio del movimento e del salto invadeva il corpo del fedele e lo rendeva estraneo a se stesso, trascinandolo irresistibilmente alla danza e alla corsa notturna tra i boschi.

Il sentimento di ossessione che invadeva i seguaci di Dioniso e li spingeva alla descritta tipologia di gesti e comportamenti, è detta mania: tale caratteristica si traduce sul piano mitico della leggenda dionisiaca con episodi di follia.

E’ quindi evidente come le modalità del rituale officiato in onore di Dioniso siano diverse da quelle tipiche delle celebrazioni legate alle altre divinità greche: al rituale consueto di venerazione, accompagnato da invocazioni, sacrifici e offerte, si sostituisce una celebrazione entusiastica, in cui il fedele è animato da un sentimento di possessione estatica.

Euripide descrive lo stato di trance di Agave poco prima dell’uccisione del figlio:

«Quella schiuma alla bocca, e roteando gli occhi, le pupille stravolte ella non sente più né pensa come un essere in senno: il dio dell’estro, Bacco, la tiene».

 

Oggetti Sacri

Un oggetto presente nell’iconografia che ritrae il dionisismo, anche in epoca molto tarda, è la cosiddetta cista mystica, una cesta chiusa da un coperchio che simboleggiava il mistero accessibile solo gli iniziati.

Un oggetto usato nella celebrazione dei misteri dionisiaci era il phallos, che probabilmente simboleggiava il mito dello smembramento del piccolo Dioniso ad opera dei Titani, e la sua rinascita per mezzo del membro ritrovato. Esso allude anche alla componente sessuale generativa, legata anche ai riti di fertilità della terra.

Un altro oggetto rituale era il setaccio, che rappresentava un simbolo di purificazione, perché il setaccio separava la farina dalla crusca.

 

Il Pasto 

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Dioniso e due menadi in un’anfora del Pittore di Amasis 530 a.c. circa

La cerimonia sacra del vino contribuisce a creare il delirio delle Menadi che aiuta i devoti del dio a uscire da se stessi. Riguardo al vino sono testimoniati alcuni curiosi rituali non riservati agli iniziati, ma che avevano luogo durante le cerimonie pubbliche: in alcune città greche, ad esempio, si riproducevano artificialmente i fiumi di vino che si diceva scorressero sui monti percorsi dalle baccanti durante le Epifania di Dioniso.

Durante la processione si conduceva un capro, simbolo di fertilità, che rappresentava Dioniso, a volte detto “il dio del capro nero”. Al culmine della cerimonia il capro veniva smembrato e le sue carni venivano divorate crude (omophagia). Come ci narra Euripide:

«Pieno ha l’animo di dolcezza quando sui monti, avvolto dalla nebride sacra, dalla corsa del tiaso il dio si abbatte al suolo, mentre è in caccia del sangue del capro da uccidere, delizia del pasto crudo».

Alcune fonti, non sappiamo quanto attendibili, raccontano anche di veri e propri sacrifici umani legati ai misteri: Eliano narra ad esempio che nell’isola di Chio le Baccanti, in preda al delirio mistico, facevano pezzi un uomo in onore di Dioniso Omadio, mangiatore di carne cruda.  

Di stampo orifico è la leggenda legata alla celebrazione omofagica, secondo cui il dio sarebbe stato posto sul trono, attorniato dai Coribanti, e poi fatto a pezzi e divorato dai Titani. L’epiteto conferito a Dioniso in questo caso è Zagreo, e il mito in questione è stato posto da alcuni antichi autori in precisa connessione con i misteri, poiché faceva parte del discorso segreto svelato ai soli iniziati: durante le iniziazioni era rivelato all’adepto anche l’aspetto sapiente della religione dionisiaca, sotto forma dello hieros logos, oltre naturalmente a quello più direttamente emotivo.

 

Sessualità e Psichicità

In generale si può affermare che i comportamenti delle Baccanti erano caratterizzati da gesti violenti e addirittura crudeli. Il carattere selvaggio del dio si rifletteva nella personalità delle sue adepte alle quali si era rivelato e nelle quali era entrato il cosiddetto “enthousiasmos”.

Nonostante l’aspetto selvaggio e delirante delle cerimonie dionisiache, sarebbe un errore credere che le Baccanti dell’antica Grecia fossero caratterizzate da una sessualità libera e scomposta: al contrario, nonostante le calunnie, esse erano orgogliose della propria purezza, e come scrisse Filostrato:

«La Baccante non presta attenzione all’approccio lascivo del satiro; l’immagine di Dioniso che ella ama resta viva nella sua anima, ed è lui che ella vuole, benché sia lontano; perché gli sguardi della Baccante volano verso l’etere e sono pertanto pieni di spirito d’amore».

Tuttavia non dovevano essere del tutto assenti forme rituali che comprendessero, oltre all’ostentazione di simboli erotici, anche rapporti sessuali veri e propri, che possono essere testimoniati ad esempio dal fatto che le vergini non potevano essere Baccanti a pieno titolo: quest’aspetto però non era visto attraverso gli occhi scandalizzati dei moderni, ma accettato come parte consueta della vita dell’uomo.

Ad Atene, durante la festa delle Antesterie, avveniva un vero e proprio matrimonio mistico tra il dio (la sua statua) e la moglie di un magistrato, l’arconte re.

Il culto in onore di Dioniso non era celebrato sempre alla stessa maniera né soltanto da donne: numerose dovevano essere le varianti del rito, come testimonia Demostene:

«Tutta la notte tu presentavi la pelle di cerbiatto e il cratere, tu purificavi gli iniziati, tu li imbrattavi di fango e paglia, li facevi alzare dopo l’iniziazione e facevi dire loro “ho fuggito il male, ho trovato il bene”, tutto fiero che nessuno abbia mai elevato tali urla (….) Durante il giorno tu conducevi per le vie questi bei tìasi, coronati di finocchio e foglie di pioppo bianco, tu maneggiavi serpenti, li alzavi al disopra della testa e gridavi: “Evoè Saboè”, tu danzavi sull’aria “Hyès, Attès, Attès, Hyès”».

Proprio questa è la differenza fondamentale tra il dionisismo e quello degli altri dei: per accedere a questo culto non bastava riprodurre una cerimonia canonizzata, ma era necessario essere iniziati, o far parte del ristretto gruppo di persone ammesse alla presenza del dio.

Il dionisismo consisteva nella ricerca di un radicale spaesamento, nello sforzo mirante ad abolire tutti i limiti, a far cadere tutte le barriere che caratterizzano il mondo organizzato, e nel celebrare l’unione fra l’umano e il divino, tra il dio e i suoi seguaci, tra il naturale e il soprannaturale. Altresì, cadevano le barriere sociali e le frontiere dell’Io, celebrando la mescolanza fra l’umano, l’animale e il regno della Natura.

Ciò a cui si aspira nei baccanali, è l’assimilazione dell’individuo con la divinità, ottenuta tramite l’abdicazione di ogni forma di razionalità individuale. Questa possibilità è concessa a chi partecipa al Baccanale, e in particolare alla cerimonia omofagica, che simboleggia l’unione mistica con la divinità e l’assunzione del dio da parte dell’adepto. La vittima quindi rappresentava Dioniso in persona, e il pasto che ne seguiva che serviva all’iniziato per assimilare la forza del dio ucciso e divorato.

Tuttavia, questa è solo una supposizione moderna: nessuna fonte indica chiaramente che nell’animale se identificasse la figura divina, né che l’iniziato ritenesse di nutrirsi del corpo del dio.

 

  

    

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