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I Druidi

 

Le Origini dei Druidi

I Druidi come Magi o Maghi

I Druidi come Giudici

I Druidi come Filosofi

I Druidi come Storici

I Druidi come Poeti e Musici

I Druidi come Medici

I Druidi come Veggenti

I Druidi  come Astronomi

La Fine dei Druidi

 

 

Le Origini dei Druidi

Il termine Druidae, come il termine Keltoi, fa le sue prime apparizioni in testi di autori greci, ma risulta comunque essere di origine celtica, anche se i linguisti sono ancora in disaccordo a proposito della sua etimologia.

Secondo Strabone e Plinio il Vecchio, questo termine appartiene alla stessa famiglia linguistica del greco “drus” che significa quercia.

Gli studiosi dell’Università di Dublino ritengono che il termine Druido sarebbe scomponibile in due parole di origine indoeuropea: il prefisso accrescitivo “dru” che significa fitto, folto, e la parola “wid” che ha il significato di saggezza. Dunque il termine Druido significherebbe “molto sapiente”.

L’origine della casta dei Druidi è radicata nell’era della raccolta del cibo, quando estese foreste di querce coprivano l’Europa, in un’epoca precedente al 4000 a.C., e la conoscenza degli alberi permetteva di acquisire tecniche di sopravvivenza e dunque saggezza.

I primitivi cacciatori vedevano nella quercia un albero degno di venerazione, il più robusto e il più utile poiché forniva ghiande come risorsa alimentare, legname per riscaldarsi col fuoco, dimore di legno in cui trovare riparo. Se a questo aggiungiamo l’aspetto maestoso della quercia e la sua longevità, soprattutto se rapportata ad altri alberi, è facile comprendere perché fosse associata al padre degli dei. Nacque così una venerazione della quercia e l’ascesa dei “Saggi della Quercia”. Ritroviamo, infatti, in tutte le mitologie Europee come simbolo del dio del tuono. 

I Lituani associavano il dio del tuono a una quercia, e giunsero a credere che, al momento della morte, le loro anime sarebbero andate ad abitare in questi alberi. Inoltre per ottenere un buon raccolto sacrificavano una quercia attraverso fuochi rituali.

Per gli Slavi la quercia era l’albero sacro a Perum, dio del tuono, mentre i Germani adoravano la quercia come simbolo del dio Thunor o Thor, anch’esso associato al tuono, e gli Estoni imbrattavano di sangue animale le querce, consacrate al dio Taara, per propiziare la pioggia.

In Grecia Zeus era un tempo venerato nella quercia dell’oracolo di Dodona e nelle celebrazioni di Platea, mentre a Roma Giove era venerato presso il Campidoglio, dove si ergeva una quercia sacra.

Con il termine Celti sono indicate numerose popolazioni di origine indoeuropea, ognuna delle quali aveva un nome diverso ma, a parte ciò, queste genti avevano in comune la stessa lingua e le stesse usanze. Si pensa che la popolazione dalla quale traggono origine tutti i popoli indoeuropei sia quella dei Kurgan, vissuta nelle pianure della Russia meridionale tra il 5000 e il 3000 a.C.

Queste popolazioni nomadi, la cui sopravvivenza si fondava sull’allevamento, invasero progressivamente l’Europa soppiantando le popolazioni autoctone, ma apprendendo da essi alcuni elementi culturali che quindi furono tramandati.

Il cosiddetto popolo Celtico in realtà non è mai esistito: esso era piuttosto una conglobazione di popoli sotto la direzione di un’élite costituita dai Saggi della Quercia. Tale cultura si protrasse molto a lungo, tanto che possiamo formulare l’ipotesi che molte antiche chiese cristiane furono costruite nei luoghi delle querce druidiche, a giudicare da quanto le querce sono frequentemente citate durante i primi tempi del cristianesimo.

All’inizio del I millennio a. C., quando i Celti intrapresero la loro espansione, tutti gli uomini e le donne colte della loro società erano definiti come detentori della conoscenza della quercia, anche se gli alberi del tasso, del nocciolo e del sorbo selvatico sono assai più frequentemente citati nella mitologia irlandese con riferimento ai Druidi.

Gli archeologi ritengono che i Druidi officiassero i loro riti nei boschi, considerati come templi, e usassero come altari i blocchi di pietra conosciuti come dolmen, trovati in regioni in cui il druidismo era diffuso.

Tuttavia i loro compiti non erano soltanto di tipo religioso: essi erano anche filosofi, giudici, insegnanti, storici, poeti, musicisti, medici, astronomi, profeti, maghi e consiglieri politici. Talvolta potevano anche essere re o capi.

I Druidi non erano semplici sacerdoti o sacerdotesse, ma costituivano la classe intellettuale della società. Essi affermavano di conoscere la volontà degli dei, asserzione che significa chiaramente che essi erano gli intermediari tra il mondo divino e quello umano. Bisogna però osservare che i Celti consideravano gli dei come antenati, quindi i Druidi erano intermediari tra il passato e il presente, e detentori di un’antica saggezza che tramandavano oralmente.

I Druidi, com’è noto, non si avvalevano della forma scritta per tramandare il loro sapere, di conseguenza erano necessari dai dodici ai venti anni per raggiungere il livello più alto di conoscenza.

Gli antichi resoconti asseriscono che il potere supremo era detenuto da un Arcidruido, seguito da tre classi di Druidi: Indovini, Bardi e Druidi propriamente detti, che esercitavano la funzione sacerdotale.

 

I Druidi come Magi o Maghi

Vi sono molte similitudini tra la religione celtica e quella hindu, così come i Druidi sono paragonabili per molti aspetti ai Brahmani. E’ stata trovata una relazione tra le lingue indoeuropee e quelle dei popoli della Mesopotamia e dell’India settentrionale, tuttavia vi sono stati studiosi che hanno ipotizzato che la sintassi del celtico insulare appartenesse al gruppo Semito-Semitico, che include l’arabo, l’ebraico, l’etiopico, il berbero e l’antico di egiziano. 

Alcuni sostennero che i Druidi non fossero Celti, ma appartenessero a una civiltà assorbita soltanto in seguito dalla cultura celtica. Queste affermazioni fecero molto scalpore tra gli Israeliti britannici, che sostennero immediatamente che i Druidi fossero una delle tribù perdute di Israele.

Nella Vita di San Patrizio i Druidi si opposero al santo per difendere la città di Tara, e in quest’occasione furono definiti Magi. Durante tutto il periodo del cristianesimo, i Druidi erano identificati con il termine Magus, al plurale Magi.

I Magi costituivano la casta sacerdotale dell’antica Persia, e i Sacerdoti Magian erano esponenti dello zoroastrismo. La parola “magia” deriva proprio dal fatto che a questi sacerdoti era attribuito un potere nei confronti di entità spirituali. Precisamente, la magia è intesa come l’arte di influenzare il corso degli eventi controllando le leggi della natura per mezzo della stregoneria e forzando l’intervento di esseri soprannaturali.

In  seguito al passaggio del termine nella lingua latina, i Magi divennero analoghi a quelli che noi oggi chiamiamo maghi, della sua accezione peggiorativa, e i Druidi sono giunti fino a noi proprio nei panni di maghi, stregoni, sciamani, insomma detentori di poteri cosiddetti soprannaturali. Anche Plinio e Ippolito paragonarono i Druidi ai Magi persiani.

Così è nata l’ipotesi che i popoli mistici preceltici avessero lasciato i Druidi in eredità ai Celti, e sembra quindi che la cultura celtica abbia facilmente accettato i Druidi e l’eredità dei popoli conquistati.

Tuttavia forse proprio i Celti non la pensavano allo stesso modo: una poesia del libro di Taliesin utilizza il termine “derwyddon” per indicare i re Magi che visitarono Gesù in fasce, traducendo il termine latino Magi, ma il nome che comunemente disegnava un mago, in Irlanda, era “corrguinech”, e la sua arte magica era detta “corrguine”.

Nella battaglia di Moytura si narra che un Corrguinech lanciò i suoi incantesimi stando su un piede solo, con un braccio disteso e un occhio chiuso, e lanciò ai suoi nemici una maledizione detta “glàm dichenn”.

La bacchetta dei Druidi, detta slat an draoichta, cioè Verga del Druido, era costituita da un ramo cui erano appesi piccoli campanelli tintinnanti. Spesso era simile a quello che portavano i bardi.

Tra i poteri dei Druidi più noti troviamo la metamorfosi, ma più che la capacità di cambiare le proprie sembianze fisiche, essi intendevano il fatto di trasferire la propria coscienza in un altro essere, di solito un animale.

I Druidi avevano potere sulle condizioni atmosferiche: erano in grado di scatenare tempeste furiose, oppure far calare una nebbia densissima detta ceo druidechta.

Potevano produrre il dicheltair, detto anche fe-faida, cioè il mantello dell’invisibilità.

Essi erano in grado di provocare il sonno druidico, cosa che sembra alludere all’ipnosi, poiché chi era sottoposto a tale incantamento rivelava la verità sui fatti accaduti.

Inoltre utilizzavano una bevanda particolare, detta bevanda dell’oblio, che faceva dimenticare ogni cosa a chi la beveva, compresi gli affetti e gli amici più cari.

Infine avevano la capacità di guarire e di portare fertilità o fortuna, oppure di provocare morte e malattia.

 

I Druidi come Giudici

La solidarietà tra i popoli Celti, anche distanti tra loro, si spiega con il senso di appartenenza ad un regno, la percezione di origini comuni, e l’istituzione che li legava effettivamente l’uno all’altro, cioè i Druidi. Sia Strabone sia Cesare, parlano dei Druidi con l’incarico di giudici.

I Druidi non erano un’istituzione dei piccoli popoli o delle tribù ma un’istituzione internazionale all’interno del mondo celtico. In pratica l’autorità di un Druido era superiore a quella di un re. Naturalmente anche le donne Druida avevano la medesima autorità.

I Celti, infatti, avevano una naturale tendenza all’anarchia, ma la religione druidica aveva la capacità di unire popoli sparsi per tutto il continente europeo. Questo grazie al fatto che ogni legge, accordo o contratto, era posto sotto la protezione della divinità tramite la geis (pl. geasa), e i Druidi ne garantivano l’osservanza. 

Il termine Geis ha la stessa radice della parola “guth” (voce), da cui deriva anche il nome “Gutuader” attribuito al sacerdote, cioè il “Padre della Voce” oppure “Colui che incanta con la Voce”. 

I Druidi esercitavano la loro autorità per mezzo della geis, cioè una proibizione e, per estensione, un tabù. Quello della geis era, infatti, il primo potere che veniva messo nelle mani dei Druidi, affinché desse valore ai loro editti. Chiunque trasgredisse una geis era messo al bando dalla società, e la trasgressione poteva portare vergogna e proscrizione, talvolta anche una morte dolorosa.

Un’altra forma di autorità esercitata dai Druidi era il glam dicìn che aveva il potere di un incantesimo diretto contro una determinata persona. In pratica si trattava di una maledizione che poteva essere pronunciata in caso fosse stata infranta la legge divina o umana, in caso di tradimento o di omicidio. Il timore che esso fosse pronunciato era elevato, perché le sue vittime erano investite da un senso di vergogna, di malattia, di morte. La persona che subiva un glan dicìn era respinta a tutti i livelli della società.

Un altro modo di esercitare l’autorità, di cui tutti membri della società celtica potevano disporre, era il digiuno rituale, chiamato troscad. Il troscad era un mezzo per obbligare al rispetto della giustizia e per ristabilire i diritti di un individuo.

Secondo la legge, una persona che voleva ottenere giustizia doveva comunicare i propri intenti alla persona contro cui voleva agire, e poi sedere davanti alla sua porta astenendosi dall’assumere cibo fino a quando il trasgressore avesse accettato l’arbitrato. Questo mezzo consentiva ad un individuo di una qualsiasi classe sociale di esigere giustizia, anche nei confronti di qualcuno di estrazione sociale superiore. Ad esempio un uomo o una donna, anche se di bassa estrazione sociale, potevano digiunare contro il proprio capo, così come un Druido poteva digiunare contro un re, anche se il Druido era di casta superiore, al fine di ottenere una contrattazione senza lederne l’autorità.

Ai Druidi erano affidate tutte le decisioni legali, tanto nelle questioni pubbliche quanto in quelle private. Presso il grande raduno dei Druidi, nel territorio dei Carnuti in Gallia, si recavano persone provenienti da ogni parte della regione per sottomettere le loro dispute all’arbitrato dei Druidi.

Si narra che talvolta i Druidi intervenissero anche sul campo di battaglia, quando i combattenti si trovavano l’uno di fronte all’altro con le spade sguainate e gli scudi già alzati, e che addirittura si mettessero tra gli eserciti e fermavano la battaglia, quasi congelandola, proprio come avveniva talvolta con le bestie feroci che rimanevano vittime di incantesimi druidici.

 

I Druidi come Filosofi

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La filosofia dei celti insegnata dai Druidi consisteva in un sistema morale basato sulla distinzione tra giusto (fas) e sbagliato (nefas), e tra legale (dleathach) e illegale (neamdleathach), imposto alla gente per mezzo di una serie d’imposizioni: le geasa.

L’insegnamento dei Druidi nei suoi tratti fondamentali può essere identificato come filosofia e scienza naturale, vale a dire la natura dell’universo fisico e i suoi rapporti con il genere umano. I Druidi ritenevano che si dovesse vivere in armonia con la natura, accettando che il dolore e la morte non fossero il male ma parte del piano divino, mentre l’unico male fosse la debolezza morale.

Essi unirono lo studio della natura a quello della filosofia morale, affermando che l’anima umana è indistruttibile, così come l’universo, ma che una volta o l’altra il fuoco e l’acqua prevarranno.

I Druidi erano profondi fautori della Verità, e così predicavano: “An Fhìrinne in aghaid an tsaoil” che significa “La Verità opposta al Mondo”. La parola con cui l’antico irlandese denotava la verità costituisce anche la base linguistica di concetti quali santità, rettitudine, lealtà, rispetto della religione e della giustizia. Anche nell’irlandese moderno, per indicare che un uomo è morto, si utilizza l’espressione “egli è nel luogo della verità”.

Per i Druidi la natura e l’universo sono controllati dal Logos, la parola o ragione, che è sinonimo sia di verità sia di divinità. Tutto ciò che accade, è in accordo con questa Verità che è il Logos, e il fine degli uomini e delle donne è di vivere in armonia con essa. In molti miti celti compare l’idea di un castigo assegnato alla persona che non afferma la verità: in genere compaiono difetti fisici o morali.

Il Logos era per i Celti anche il principio datore di vita, dunque alla base del potere vi era la parola di verità, causa ultima di tutti gli esseri. Il mondo era stato creato dalla parola, a partire dal processo di sviluppo del linguaggio, al punto che, per i Druidi, chiamare le cose per nome faceva sì che esse vivessero. Nell’antico Irlandese, così come in quello moderno, il termine “ainm” non indica soltanto il nome, ma anche l’anima, il principio vitale. 

I celti sviluppavano una dottrina dell’immortalità dell’anima, e furono tra i primi popoli europei a muoversi in tal senso. Alcuni ritengono che questa dottrina sia stata elaborata autonomamente dai Celti, mentre altri affermano che derivasse dai greci, poiché Pitagora, nel VI secolo a. C. insegnava la dottrina della reincarnazione o della trasmigrazione dell’anima.

Molte sono state le polemiche su chi avesse influenzato chi, e il legame tra i pitagorici e i Druidi è stato anche romanzato grazie alla tesi secondo cui un Druido di nome Abaris visitò Atene, dove poté dissertare con Pitagora. In questa storia Abaris è descritto come un Iperboreo. Ad ogni modo, la teoria della trasmigrazione delle anime, detta metempsicosi, era estranea alla cultura greca ma diffusa in India.

L’evoluzione della dottrina della trasmigrazione dell’anima potrebbe semplicemente aver conosciuto sviluppi paralleli, infatti, vi sono delle differenze sostanziali tra la dottrina dei Druidi e quella pitagorica. Pitagora riteneva che le anime trasmigrassero in tutti gli esseri viventi di questo mondo, e che poteva ottenere la liberazione dalla reincarnazione mantenendosi pura, cioè attenendosi ad un austero regime di silenzio, di autoesame e di astensione.

La filosofia druidica contemplava invece due mondi paralleli e la rinascita dell’anima in corpi umani, dall’uno all’altro mondo. Le descrizioni dell’aldilà presso i Celti variavano dalle tristi e oscure isole dei Fomori alle Terre piacevoli e assolate della giovinezza o Terra della promessa. 

Alla base della concezione celtica d’immortalità dell’anima, vi era l’idea che la morte non fosse altro che un cambiamento di luogo, e che la vita andasse avanti in tutte le sue forme e con tutti i suoi beni in un mondo ultraterreno: in pratica l’anima rinasceva in quel fantastico mondo dei morti. Così aveva luogo un costante scambio di anime tra i due mondi: la morte in questo mondo portava un’anima nell’altro mondo, la morte nell’altro mondo portava un’anima in questo. I Celti, infatti, celebravano la nascita con cordoglio, e guardavano la morte con gioia.

Ogni anno, durante la notte di Samhain, l’altro mondo diveniva visibile al genere umano, i cancelli dell’aldilà si aprivano e si potevano avere contatti con gli abitanti dell’aldilà o con i propri avi.

La fede dei Celti nella rinascita era talmente ferma che alcuni di loro erano ben lieti di accettare cambiali contenenti la promessa di saldare i debiti nell’altro mondo. I celti credevano che la vita nell’altro mondo fosse essenzialmente simile questa. Le tombe celtiche precristiane, erano riempite con oggetti appartenuti al defunto, in modo che egli potesse iniziare bene la sua vita dell’altro mondo.

Inoltre i Celti distinguevano la metempsicosi dalla metamorfosi, cioè la capacità di assumere diverse sembianze. Essi contemplavano la metamorfosi attraverso l’idea che l’essere umano è un tutt’uno con la natura, che tutte le cose sono dotate di coscienza. Gli alberi, le sorgenti, persino le armi e gli utensili non erano altro che frammenti della realtà cosmica: le pietre, essendo vecchie al di là del tempo costituivano dimore per gli spiriti. Più che una trasformazione fisica, la metamorfosi per i Celti consisteva nel trasferimento della coscienza in un altro essere vivente, in ciò era simile alla metempsicosi, ma la metamorfosi non prevedeva necessariamente la morte dell’individuo che trasferiva la propria coscienza altrove.

 

I Druidi come Storici

Nella mitologia irlandese, i Druidi sono esplicitamente rappresentati come l’autorità cui rivolgersi per ottenere informazioni riguardo alla storia e la genealogia del proprio popolo.

Nel periodo in cui le leggi irlandesi erano messe in codice, la storia costituiva una prerogativa di uomini e donne che avevano ricevuto una formazione specifica. Lo storico, detto Ollamh, doveva essere particolarmente dotto in cronologia, sincronismo, usanze antiche e genealogia. Doveva conoscere a memoria almeno 350 racconti storici e mitologici, ed essere capace di recitarli perfettamente parola per parola, quasi su due piedi. Dovevano conoscere le caratteristiche, i diritti, i doveri, le restrizioni e i tributi non soltanto del re del proprio clan, ma anche di tutte le province minori. Dunque un ollam (letteralmente “il più grande”) era un poeta o un bardo di letteratura e storia. 

Ogni capo o tuath aveva il suo ollam. Il capo di una provincia come l’Ulster sarebbe stato il capo di tutti gli ollam di quella provincia, e sarebbe stato un equivalente sociale del re provinciale. Su tutti gli ollam provinciali c’era l’Ard-Ollamh, che ricopriva la carica ufficiale di Chief-Ollamh d’Irlanda o Ollamh Érenn.

Con l’avvento del cristianesimo la professione fu assegnata sempre di più agli uomini piuttosto che alle donne, a causa della politica cristiana di far perdere alla donna il privilegio di trasmettere il lignaggio.

Secondo i ritrovamenti, le antiche testimonianze orali dei druidi d’Irlanda, riguardanti la storia irlandese, furono affidate alla forma scritta nel corso del V secolo d.C., ma è probabile che i Druidi le avessero affidate alla scrittura già da tempo, su libri che poi furono distrutti dai cristiani stessi, dopo averli riscritti secondo il loro uso e consumo.

 

I Druidi come Poeti  e Musici

I poeti dovevano essere di viva intelligenza e abili nel comporre versi improvvisando. Una forma di poesia epigrammatica diffusa nel Galles, nota come englynion, è composta di tredici sillabe, mentre in Irlanda era diffuso il dàn dìrech, sistema metrico che annovera molteplici allitterazioni e rime all’interno di ogni riga del metro, e pare che questa forma costituisse una tradizione essenziale dell’insegnamento druidico trasmesso in versi.

Era usanza diffusa presso i Druidi quella di tenere a mente un’enorme quantità di versi e formule aiutandosi con articolazioni e riferimenti ritmici. Questo passaggio era quasi obbligatorio, giacché sarebbe stato impossibile tenere in memoria l’enorme quantità di dati che richiede la Tradizione Celtica. Si usava dunque mantenere dei riferimenti sempre uguali e cadenzare le strofe in modo ritmico, cosicché l’assonanza con i versi successivi era quasi una conseguenza logica. Questo metodo era in parte derivato dalle cadenze ritmiche degli incantesimi, che davano potenza alla parola e alla forma che essa doveva prendere per manifestare l’intenzione.

Nella letteratura insulare celtica, occupavano un ruolo rilevante nell’insegnamento anche i giochi di parole e gli indovinelli: 

Che cosa è più scuro del nero? La morte

Che cosa è più bianco della neve? La verità

Che cosa è più veloce del vento? Il pensiero

Che cosa è più affilato della spada? L’intelletto

Riguardo alla musica, gli studiosi ci informano che i Celti utilizzavano lire, arpe, tamburi, flauti ed altri strumenti musicali. Purtroppo la musica irlandese aveva già subito dei cambiamenti all’epoca cui risalgono le testimonianze a noi note. Durante l’alto medioevo, sotto l’influenza della chiesa, in Irlanda si scontrarono indigeni e conquistatori e ciò negò alla musica irlandese una normale linea di sviluppo: l’Irlanda aderì a molte forme musicali che in realtà non le appartenevano, e modificò le proprie. Tuttavia una delle più antiche forme di musica celtica che ancora sopravvive è il marbhnaì, o “canto di morte”, talvolta definito caoine.

 

I Druidi come Medici

I Celti comprendevano che era piuttosto facile ingannare le persone malate che, alla disperata ricerca di una cura, si sarebbero aggrappate a qualsiasi cosa avesse potuto rassicurarle. Tuttavia la loro medicina non era per nulla da ciarlatani.

I celti furono tra i primi popoli ad occuparsi delle persone ammalate, deboli e vecchie.

Nelle altre società, le malattie erano considerate come maledizioni inflitte da forze soprannaturali, di conseguenza si cercava di propiziarsi le divinità malevole piuttosto che allestire opere di soccorso, e tali persone erano spesso messe a morte come soluzione alle loro sofferenze.

Le fonti irlandesi riferiscono che il primo ospedale dell’isola fu fondato dalla semi-leggendaria regina Macha Mong Ruadh, attorno al 377 a. C. All’inizio dell’era cristiana l’organizzazione in campo medico era molto avanzata e ricercata: erano già presenti ospedali in tutta l’Irlanda, alcuni per malati con disturbi generici, altri per necessità specifiche, come quelli per i malati di lebbra.

Alcuni trattamenti sono citati anche nelle saghe irlandesi: Dian Cècht, Dio della medicina, durante la battaglia di Magh Tuireadh, utilizzava dei bagni terapeutici, il cui sviluppo successivo fu il bagno d’aria bollente, cioè la sauna, usata in Irlanda come cura per i reumatismi. Le strutture in cui si tenevano questi bagni erano note come Tigh’n alluis, cioè casa del sudore. Si trattava di piccole costruzioni di pietra dentro le quali si accendeva un fuoco con la torba, che veniva rimosso non appena la costruzione diventava calda come un forno. A questo punto, il paziente entrava, avvolto in una coperta, e si sedeva su una panca. La porta veniva chiusa e il paziente rimaneva all’interno fino a quando grondava di sudore. In seguito era immerso nell’acqua fredda, massaggiato, e invitato a meditare.

I Druidi combinavano la medicina con l’astrologia giacché grandi conoscitori delle erbe: essi erano in grado di raccogliere le erbe nel momento in cui i principi attivi erano al massimo del loro potere, quindi di somministrare medicinali efficaci ed anche veleni mortali. 

Inoltre praticavano la chirurgia e tra i loro interventi si citano tagli cesarei, amputazioni e chirurgia cerebrale.

 

I Druidi come Veggenti

I Druidi avevano fama di essere grandi veggenti, profeti, divinatori e aruspici. Tra i vari metodi di predizione che gli scrittori classici gli attribuiscono, troviamo la ricerca di auspici negli spasimi che precedono la morte degli uomini o degli animali sottoposti a sacrificio, oppure nel volo degli uccelli.

L’utilizzo di animali come mezzi divinazione, in particolare del toro, è confermato da fonti irlandesi: il toro era venerato, presumibilmente, in virtù della sua forza, della sua virilità e delle sue qualità belligeranti. Il culto del toro era diffuso in Gallia in Britannia e in Irlanda.

I Druidi utilizzavano la pelle del toro sacrificato per le loro divinazioni. Essi facevano una costruzione con rami di sorbo selvatico e vi stendevano sopra il toro, con le interiora rivolte verso il cielo, affinché si potessero trarre le necessarie informazioni. Nelle isole della Scozia questo rito era chiamato taghairm, parola che originariamente significava eco, ma che è poi passata a designare la divinazione attraverso la mediazione di demoni, ed è connessa con il termine dell’antico irlandese togairm che significa incantesimo. In questo rito il veggente si avvolgeva nella pelle del toro appena ucciso, si sdraiava nei pressi di una cascata o ai piedi di un precipizio, e meditava. A tempo debito gli spiriti lo visitavano, e lo informavano a proposito di quello che egli desiderava sapere.

La divinazione basata sull’osservazione delle viscere degli animali sacrificati, delle dimensioni degli organi, della forma, del colore, dei segni sul fegato e sulla cistifellea, non era praticata esclusivamente dai Celti, ma anche largamente diffusa tra Etruschi e Romani. Questi particolari indovini, conosciuti come haruspicies (aruspici), avevano loro scuola a Roma, e la loro arte era conosciuta con il nome di “etrusca disciplina”. Ciò implica probabilmente che le origini di quest’arte profetica siano da ricercare tra gli Etruschi.

Anche la divinazione fondata sul volo degli uccelli era una pratica antica comune anche ai Greci e ai Romani e i termini “presagi” e “auspici” erano entrambi usati per designare questo tipo di divinazione. Secondo un antico manoscritto vi erano riferimenti ad auspici legati agli uccelli e ai loro significati simbolici.

I Druidi osservavano l’aspetto delle radici delle piante oppure l’aspetto delle nuvole per trarre i loro auspici. L’antico termine irlandese nélaidor significa indovino delle nuvole, e passò nel medioevo a designare gli astrologi.

La forma di divinazione denominata coelbren era effettuata con delle bacchette augurali. I Druidi utilizzavano delle bacchette recanti iscrizioni in ogamico, che erano gettate a terra. Dalla posizione delle bacchette dopo caduta, si traeva l’interpretazione.

Il peithyenen è un sistema di divinazione basata su doghe di legno sulle quali che erano intagliate delle massime. Si fondava su un oggetto simile alla ruota che, quando veniva fatto girare, dava una risposta.

Infine i Druidi utilizzavano anche l’interpretazione dei sogni per predire il futuro.

Il Glossario di Cormac contiene riferimenti a tre riti profetici:

Imbras forosnai: conoscenza del palmo; il Druido masticava un pezzo di carne appositamente preparata ed entrava in uno stato di trance, ponendo i due palmi delle mani sulle sue guance.

Teinm laegda: simile al precedente e con il medesimo scopo di profezia, ma sembra che prevedesse la masticazione del midollo.

Dichetal do chennaib: prosa spontanea; il filì recitava i suoi versi senza averli meditati e neppure pensati prima. La Dea Brigit, erudita in poesia e divinazione, era considerata la protettrice di quest’arte.

San Patrizio proibì i primi due metodi di divinazione ma permise il terzo, poiché non comportava alcun rito. Tuttavia a dispetto di questa proibizione, uno dei requisiti per ricevere il grado di anruth era di padroneggiare tutte e tre le forme profetiche.

 

I Druidi come Astronomi 

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I Druidi erano molto progrediti negli studi di astronomia: conoscevano i movimenti del cielo e delle stelle, spiegavano il fenomeno delle maree e l’effetto che ha su di esse la Luna, così come le cause del Sole di mezzanotte. Osservavano il corso della Luna per stabilire il momento propizio al taglio del vischio e alla raccolta delle erbe.

Il cielo del 500 a.C. (nel periodo del massimo sviluppo della cultura celtica in Europa) era leggermente diverso da quello cui siamo abituati oggi, a causa del fenomeno della precessione degli equinozi. Per tale fenomeno, la stella più vicina al polo nord celeste, nel 500 a.C. non era l’attuale stella polare ma Kochab della costellazione dell’Orsa Minore; ciò rendeva possibile osservare dalla Gallia alcune costellazioni oggi visibili solo dall’emisfero australe.

In corrispondenza della festa di Samhain (all’incirca il 1° novembre), era in levata eliaca (il sorgere di un astro quasi contemporaneamente al Sole) Antares, una stella rossa di prima magnitudine, la più luminosa della costellazione dello Scorpione. A Imbolc (circa il 1° febbraio), era in levata eliaca Capella, stella gialla della costellazione dell’Auriga, anch’essa di prima magnitudine. A Beltaine (circa il 1° maggio), sorgeva poco prima del Sole la stella rossa Aldebaran, la più luminosa della costellazione del Toro. Il colore della stella sembrava intonarsi perfettamente col colore del fuoco, associato al dio Belenus. Infine Sirio, la stella più luminosa di tutto l’emisfero boreale, nella costellazione del Cane maggiore, sorgeva eliacamente intorno al 1° agosto, in corrispondenza della festa di Lugnasad. La stella più brillante, dunque, era associata al dio Lug.

Il ritrovamento più importante che stabilisce le conoscenze dei Celti in fatto di astronomia è il Calendario di Coligny. La sua impostazione corrisponde a un sistema lunisolare molto complesso, che presuppone una conoscenza secolare dei moti degli astri, nonché la capacità di costruire modelli matematici che ne descrivano le regole.

 

La Fine dei Druidi

Anche i romani praticavano incantesimi, malie, maledizioni, e rituali con lo scopo di influenzare e controllare il corso naturale delle vicende umane, al punto tale che Roma tracciò una distinzione tra le pratiche religiose ufficiali e l’utilizzo popolare della magia. Eppure, nel perseguire la repressione contro i Celti, essi accusarono di provare orrore per le pratiche sacerdotali druidiche che comprendevano, tra l’altro, il sacrificio umano. E dire che nella stessa Roma erano più che usuali i sacrifici di massa, soprattutto se si prendono in considerazione i regni di imperatori come Caligola e Nerone.

Soltanto i Romani stessi, ovviamente, avrebbero potuto farci credere di essere tanto sensibili, così Cesare adottò questa scusa per la sua propaganda anticeltica; d’altro canto, i Druidi costituivano la classe degli intellettuali, coloro che potevano organizzare una rivolta, ed era quindi inevitabile che Roma cercasse di sopprimerli e screditarli.

Con il sorgere del cristianesimo vi fu un’energica condanna della magia, o piuttosto di qualsiasi forma di magia che non fosse al servizio del cristianesimo. I primi scrittori celti-cristiani, che credevano fermamente nei poteri magici dei Druidi, misero questi stessi poteri nelle mani dei Santi della Chiesa. Ovviamente, tali Santi erano muniti di un potere superiore rispetto a quelli dei Druidi: così San Patrizio era in grado di disperdere tempeste di neve, dissipare l’oscurità e distruggere i Druidi facendo scendere un fuoco dal cielo.

Il fine dei missionari cristiani era di sconfiggere i Druidi, ma la loro vittoria è rappresentata nella letteratura come una vittoria magica in cui i Santi erano in grado di controllare gli elementi, di divenire invisibili, attuare metamorfosi e compiere altre forme di magia. Così i Santi cristiani divennero eredi della magia druidica, mentre i Druidi iniziarono a fondersi completamente con la nuova cultura, al punto che alcuni divennero persino sacerdoti della nuova religione.

Uno degli esenti più clamorosi fu quello di Pelagio, teologo cristiano di stirpe celtica vissuto tra il 354 – 420 d.C. Pelagio era abitualmente chiamato “Brito”, il che indicherebbe che fosse un britannico, ma molti ritengono fosse irlandese. Il suo nome è ritenuto una forma ellenica del celtico Morgan, che significa generato dal mare. È descritto come un uomo riflessivo, serio e imperturbabile. Sembra che non fosse stato ordinato sacerdote, ma che seguisse la disciplina del monastero. Inizialmente era rispettato per la saggezza dei suoi pronunciamenti, ma finì con l’essere dichiarato eretico dopo il conflitto con Agostino di Ippona.

Nel 380 andò a Roma, dove rimase afflitto dal lassismo della condotta morale trovata laggiù tra i cristiani, e ne attribuì la responsabilità alla dottrina spiegata dalle opere di Agostino di Ippona, il quale sosteneva che tutto fosse preordinato, che l’uomo era corrotto e peccatore perché prendeva su di sé il peccato di Adamo. Inoltre Dio aveva già stabilito tutto, quindi l’uomo non era dotato di libera volontà.

Pelagio riteneva che tanto gli uomini quanto le donne potessero compiere il passo iniziale fondamentale verso la loro salvezza, facendo ricorso ai loro sforzi e non accettando tutte le cose come prestabilite. Per Pelagio, la dottrina di Agostino metteva a repentaglio tutta la legge morale in quanto, se gli uomini e le donne non erano responsabili dei loro atti, buoni o malvagi, nulla poteva trattenerli dall’indulgere al peccato, perché tutto comunque era prestabilito. Nella sua prima opera conosciuta, risalente a 405, Pelagio affermò le sue teorie, scrivendo: “Se devo, posso”. Pelagio lasciò a Roma nel 410, e in seguito fu tacciato di eresia ed espulso dal territorio romano. A quel tempo Pelagio viveva in Palestina o in Egitto, e non intervenne nelle polemiche. Morì qualche anno dopo.

Soltanto nel 1951 il sistema giudiziario inglese smantellò le leggi medievali relative al divieto di praticare l’arte magica.

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