nyaya

Nyaya

Attribuito a Aksapada Gautama, II sec. a.C.

Nyaya: “logica” ,“metodo”. Il Nyaya è un sistema di indagine metodico, basato sulla logica. Tutto ciò che può essere considerato logicamente, è dunque oggetto dell’intelletto umano. Ma l’oggetto di questa speculazione, non sono le cose che essa studia, bensì il punto di vista da cui le studia. Il punto di vista logico è analitico, poiché è razionale e individuale. La logica comprende, nel suo punto di vista, oggetti di prova, ossia di conoscenza ragionata e discorsiva.

Secondo questa scuola di pensiero, ottenere una valida conoscenza è l’unico modo per ottenere la liberazione dalla sofferenza; l’unica conoscenza autentica è quella che non potrà mai essere soggetta a dubbio o contraddizione, quella che riproduce l’oggetto per ciò che realmente è, e che pertanto permette di percepire la realtà in maniera veritiera e fedele. Solamente questa può considerarsi vera conoscenza

Gautama: soprannominato Akshapada perché aveva l’abitudine di tenere gli occhi rivolti al suolo mentre era immerso nelle sue riflessioni. Ma tanta era la profondità dei suoi pensieri che non vedeva dove metteva i piedi, per cui una volta gli accadde persino di cadere in un pozzo. Per questo il Signore gli conferì la capacità di vedere attraverso i piedi. Da lì il nomignolo Akshapada. Egli è l’autore del Nyaya-sutra.

Nyaya-sutra: il testo del Nyaya; è diviso in 5 capitoli, ognuno dei quali è suddiviso in 2 paragrafi, per un totale di 528 sutra. Il primo libro è il più importante, gli altri sono un approfondimento di quanto enunciato nei primi 61 aforismi.

I Padartha: sono le 16 categorie; le prime due categorie sono le più importanti, le altre quattordici hanno valore dialettico e logico, e servono per accertare che la ricerca sia condotta nella maniera corretta, e che ci si stia dirigendo nella direzione giusta.

  1. I mezzi di conoscenza: gli strumenti per acquisire conoscenza sono quattro e ognuno è applicabile solo in un particolare ambito, la cui estensione definisce la sua portata.

  • la percezione: conoscenza prodotta dal contatto dei sensi con i loro rispettivi oggetti. La mano si avvicina al fuoco, sentiamo il calore, dunque impariamo che il fuoco è caldo.

  • l’inferenza: è la deduzione logica, che può essere di diverso tipo. Vediamo che l’acqua, a contatto con il fuoco, bolle, quindi capiamo che il fuoco sprigiona calore.

  • la comparazione: è la conoscenza ottenuta mediante analogia. Non vediamo il fuoco sotto la pentola colma d’acqua che bolle, però abbiamo visto altre volte che tutti i liquidi si riscaldano solo se vengono a contatto con un fuoco, per cui deduciamo che sotto l’acqua ci deve essere un fuoco e che questo è indubbiamente caldo.

  • la testimonianza degna di fede: conoscenza acquisita grazie a fonti degne di fede, quali sono le scritture autentiche e le persone che hanno dimostrato di possedere conoscenza realizzata.

  1. L’oggetto della conoscenza: oggetto di ricerca e di studio da parte di chi voglia raggiungere il bene supremo.

  • il sé (o l’anima)

  • il corpo

  • gli organi di senso

  • gli oggetti dei sensi

  • l’intelletto

  • la mente

  • l’attività

  • i difetti (o le passioni)

  • la rinascita

  • il frutto delle opere

  • il dolore

  • la liberazione

  1. Il dubbio: l’analisi delle proprie incertezze, che devono essere vagliate.

  2. Lo scopo (cioè il motivo): il fine che la discussione persegue.

  3. L’esempio: la prova che si adduce a sostegno di una data opinione.

  4. La tesi (o la massima): principio ammesso, che possiamo definire anche come dottrina comprovata. E’ la base del ragionamento, in quanto stabilisce l’oggetto che poi deve essere dimostrato con tutti i mezzi di ragionamento a nostra disposizione.

  5. I termini (del ragionamento deduttivo): è il sillogismo. Viene diviso in cinque parti: tesi, ragione, esempio, applicazione e conclusione. E’ un metodo per educare la nostra mente a trarre conclusioni sensate.

    Esempio di sillogismo.Tesi: sulla montagna c’è il fuoco. Ma perché diciamo che c’è fuoco? Ragione: perché c’è il fumo. E perché se c’è il fumo ci deve essere il fuoco? Esempio: perché dove c’è il fumo c’è il fuoco, come vediamo in una cucina. Dunque se (applicazione:) c’è fumo sulla montagna, possiamo dire (conclusione) che c’è fuoco sulla montagna.

  1. La confutazione (o la riduzione all’assurdo di una tesi contraria): formulazione della tesi contraria dimostrandone l’inattendibilità.

    Esempio: dobbiamo stabilire se l’anima sia eterna o meno. Cominciamo col supporre che non lo sia. Se non è eterna, ciò vuole dire che si spegne al momento della morte, e dunque per lei sarebbe impossibile godere dei frutti delle sue azioni, passare di corpo in corpo e, alla fine, conseguire la liberazione. Questa ipotesi è assurda in quanto queste ultime asserzioni (gioire dei frutti delle azioni e via dicendo) sono qualità che notoriamente appartengono all’anima. Perciò dobbiamo accettare che l’anima è eterna. Secondo i naiyayika ci sono undici tipi di confutazione.

  2. La ragione fallace (o sofisma): nella scienza della dialettica si possono usare mezzi discorsivi dei quali si può anche non essere convinti affatto, ma che possono farci guadagnare la vittoria nel dibattito. Gautama menziona cinque tipi di ragione apparente.

  3. Il cavillo: è del tutto simile alla disputa, con la differenza, però, che in questo si cerca di demolire le tesi avversarie, senza cercare di stabilire la correttezza delle proprie.

  4. La disputa: orma di dibattito mirante a una esclusiva vittoria sull’avversario, anche quando questa va a scapito della verità.

  5. La discussione: segue le regole dell’argomentazione; due opponenti cercano onestamente di provare ognuno i propri punti di vista, osservando in modo rigoroso le norme della logica. Si tratta di un procedimento dialettico pacato, che avviene tra persone sagge e miti, che hanno come loro unico obiettivo il riconoscimento della verità.

  6. L’accertamento: della reale natura dell’oggetto, stimolata da qualche dubbio iniziale, e che poi viene accertata con argomentazioni in favore o in sfavore.

  7. Le obiezioni futili: il relatore adduce come prova argomentazioni di scarso valore, ma che possono causare confusione nella mente dell’avversario. Ci possono essere ventiquattro tipi di risposte futili.

  8. Le false interpretazioni (o frodi intellettuali): è un travisamento intenzionale di una data espressione, cioè attribuire un significato a una termine ambiguo usato dall’avversario, al fine di invalidare la sua tesi ed ogni possibile successiva argomentazione. Ci possono essere tre tipi di inganni.

  9. I punti di sconfitta (o come perdere una disputa): come far perdere una disputa mettendo in confusione l’avversario. Ci possono essere ventidue tipi di punti di sconfitta.

Un’argomentazione dimostrativa regolare (chiamata nyaya), è il modello della dimostrazione metodica, che comprende 5 avayava, cioè 5 parti:

  1. pratijna: è la proposizione o asserzione che si vuole dimostrare

  2. hetu: è la ragione giustificativa di tale asserzione

  3. udaharana: è l’esempio che viene a sostegno di tale ragione e che la illustra ricordando un caso generalmente noto

  4. upanaya: è l’applicazione del caso specifico, cioè della proposizione enunciata all’inizio

  5. nigamana: è il risultato o la conclusione, cioè l’affermazione definitiva di questa stessa proposizione così come è stata dimostrata.

Talvolta, si usano forme abbreviate, che comprendono soltanto i primi 3 elementi oppure gli ultimi 3:

  1. vyapaca: contenente

  2. hetu o linga: ragione o segno che permette di riconoscere la vyapty cioè il legame invariabile esistente tra contenente e contenuto

  3. vyapya: contenuto

Questa forma somiglia al sillogismo di Aristotele ma, mentre il sillogismo greco verte solo sui concetti o sulle nozioni delle cose, l’argomentazione hindu verte direttamente sulle cose stesse.

Presso i Greci vi era distinzione tra l’oggetto e la sua nozione, e la logica considerava solo i rapporti tra le nozioni. Del resto la coscienza razionale è indiretta, e dunque suscettibile d’errore.

Presso gli Hindu, invece, si considera sia il modo di concepire gli oggetti, sia gli oggetti in quanto concepiti, essendo la concezione inseparabile dall’oggetto. Dunque quando un soggetto conosce un oggetto, per quanto superficialmente, qualcosa dell’oggetto diventa parte dell’essere del soggetto.

Qualunque sia l’aspetto con cui consideriamo le cose, sono queste stesse cose che afferriamo nella forma di uno dei loro attributi, uno degli elementi costitutivi della loro essenza. In tal caso si tratta di realismo.

Realismo: afferrando le cose nella loro essenza, noi le realizziamo come stati o modalità del nostro proprio essere.

Idealismo: l’idea, in quanto vera e adeguata, partecipa della natura della cosa; dunque, inversamente, la cosa partecipa della natura dell’idea.

Conclusione araba: non esistono due mondi separati, quali li suppone la filosofia definendoli soggettivo e oggettivo, o sovrapponendoli definendo un mondo sensibile ed un mondo intelligibile come fa Platone, ma l’esistenza è unica, e tutto ciò che essa contiene è la manifestazione sotto molteplici aspetti di un unico e medesimo principio che è l’Essere Universale.

I bhashya: commenti del Nyaya-sutra; i più importanti sono quelli redatti da Vatsyayana, da Uddyotakara, da Jayanta Bhatta, da Vacaspati Mishra, da Bhasarvajna e da Udayana, il quale, in aperta polemica coi buddhisti, stabilisce l’individualità dell’anima e l’esistenza di un Dio personale.

Alla fine del XII secolo nel Bengala, a Navadvipa, nacque una scuola di Nyaya che ha a tutt’oggi una vastissima eco, tanto che da allora il Nyaya viene diviso in Pracina-nyaya (Nyaya Antico) e Nava-nyaya (Nyaya Nuovo), che è appunto quello fiorito in Bengala. Quest’ultimo si occupa con mirabile acutezza dei singoli problemi di logica, mostrando un vero culto della sottigliezza, andando persino al di là del contenuto. Per la scuola Nava-nyaya, l’interesse per i sutra è passato in secondo piano.

 

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