A Proposito dei Kami

 

Sarebbe facile poter tradurre il termine giapponese “kami” con “divinità”, magari paragonandoli agli antichi dei delle culture politeiste che abitarono le nostre terre d’occidente. Ma sarebbe davvero un errore grossolano e oltremodo fuorviante.

I nostri antichi Dei sono stati razionalizzati dalla nostra psiche, mentre i Kami conservano ancora quel carattere ancestrale che può essere soltanto intuito o addirittura percepito, ma nessuna definizione né descrizione sarà mai in grado di esaurirne il significato.  

Poiché la lingua giapponese normalmente non distingue il numero (singolare/plurale/duale) nei nomi, non è mai chiaro se “kami” si riferisca ad una singola entità o ad entità multiple. Ad ogni modo, quando è assolutamente necessario un concetto di pluralità, viene usato il termine kami-gami che è una ripetizione della stessa parola (kami diventa gami per eufonia).

Non esiste neppure un numero definito di Kami: i giapponesi credono che questo mondo sia abitato da una miriade di Kami che aumentano costantemente di numero, per questo si dice che ci sono Yaoyorozu-no-kami, ossia “otto milioni di Kami” e, in giapponese, questo numero spesso porta con sé il concetto di infinito.

Anche volendo considerare soltanto i Kami che appaiono negli antichi testi classici giapponesi, quali il Kojiki, il Nihongi (Nihon shoki), il Kogo shūi, il Fudoki e il Man’yōshū, che occupano un ruolo centrale nello Shinto, operando dunque una scrematura davvero molto ampia, non se ne contano meno di duecento. 

Questo suggerisce l’ovvia ragione per cui lo Shinto è solitamente definito come un sistema di credenze politeistico.

Tuttavia, i Kami non sono del tutto estranei tra loro o privi di una qualsiasi connessione sistematica ma, al contrario, possiedono un grado significativo di sistematizzazione e interrelazione: molti di loro possiedono funzioni o caratteri che consentono di riassumerli in un singolo tipo.

Non di meno, occorre considerare che ogni singolo Kami può avere diversi nomi.

 

Per definire il termine “kami” sono stati fatti numerosi tentativi nel corso della storia. 

Il primo commento risale all’inizio del 1200, ad opera di Sengaku, un sacerdote del Buddhismo Tendai. Più di un secolo dopo, Inbe no Masamichi, osservò che il carattere kanji usato per scrivere kami significa “sopra”, ritenendo che ciò si riferisse al fatto che i Kami abitino nella Pianura dell’Alto Cielo.

Questa affermazione acquistò valore durante il periodo Edo, e si fissò nell’immaginazione popolare dal periodo Meiji in poi.

I progressi nello studio della linguistica e fonologia giapponese antica, tuttavia, portarono alla comprensione che i due caratteri sino-giapponesi  letti kami avevano in realtà origini etimologiche differenti.

In sintesi, sembra che il noto studioso Motoori Norinaga (1730-1801) avesse ragione quando suggerì che le varie affermazioni riguardanti il ​​significato di “kami” fossero tutte errate, suggerendo che fosse impossibile comprenderne il significato basandosi solo sull’etimologia. Ad oggi, la definizione di Motoori basata invece sull’osservazione di esempi reali della parola in uso, è ampiamente accettata per cogliere l’essenza del termine. 

In generale, “kami” si riferisce in primis alle molte divinità del cielo e della terra nominati negli antichi testi classici giapponesi e, successivamente, agli spiriti (mitama) che risiedono nei Santuari. Infine, Kami si riferisce a tutte le cose meravigliose – persone naturalmente, ma anche uccelli, animali, erba e alberi, persino l’oceano e le montagne – che possiedono un potere superlativo che normalmente non si trova in questo mondo.

“Sopra”, “superiore”, “superlativo”, non sono da fraintendersi riferendoli a qualità morali, di nobiltà, di forza o altro ancora, poiché anche le cose che sono malvagie e oscure, o talvolta anche deboli, sono anch’esse chiamate Kami.

Motoori afferma che qualsiasi cosa può essere Kami, ammesso che si percepisca una sorta di potere soprannaturale che incute un certo timore reverenziale, indipendentemente dal fatto che sia “buono” o “cattivo”. 

Questa definizione effettivamente concorda con altre caratteristiche della natura dei kami, che solitamente si esprime attraverso fenomeni naturali, come ad esempio il vento e il tuono, e può addirittura possedere esseri umani inducendoli a pronunciare profezie.

Infatti, nonostante i Kami siano invisibili, possono dimorare in determinate “manifestazioni” visibili, come alberi, rocce, fuoco ed altri oggetti naturali, come pure in oggetti rituali quali specchi e gohei. 

Di conseguenza, nello stesso modo in cui gli oggetti e i fenomeni naturali possono portare sia benedizioni che disastri alla vita umana, anche i Kami non possono essere caratterizzati in termini morali, definendo un Kami “solo buono” o “solo cattivo”.  

A riguardo, si crede che i Kami posseggano due aspetti, uno ruvido ed uno gentile; il primo ad apparire è quello ruvido, detto ara-mitama, che deve essere pacificato con riti e adorazioni affinché appaia l’aspetto gentile, detto nigi-mitama. Inoltre, lo spirito gentile nigi-mitama ha due tipi di funzioni, una chiamata saki-mitama che significa “spirito propizio”, e l’altra chiamata kushi-mitama, “lo spirito meraviglioso”. 

Sulla base di questa prospettiva, si pensa che il comportamento di un Kami estremamente ruvido e violento sia indicativo della sua non comune potenza; dunque, dissuadendo lo spirito rude del Kami, il suo grande potere può essere trasformato in una grande benedizione. 

Parimenti, un Kami adorato inadeguatamente o per nulla, potrebbe estendere una maledizione o esibire un comportamento violento e distruttivo. Invece, offrendo un culto adeguato, lo stesso Kami può essere placato e trasformato in un tutelare protettivo che estende benedizioni.

Un’altra acuta osservazione rispetto a quanto appena decritto, permette di discernere che il potere dei Kami rimane non rivelato finché si trovano in uno stato sospeso, senza manifestarsi prendendo dimora in un oggetto, in un animale, in un essere umano o in un fenomeno naturale.

Da questa osservazione possiamo concludere che i Kami non siano affatto entità astratte, concettuali o ideali, ma la loro esistenza viene vissuta sotto forma di oggetti concreti, fenomeni e situazioni.

 

Kami e Tamashii

Bakezōri. Uno zōri (tradizionali sandali di paglia) posseduto.

Un concetto strettamente legato a quello di Kami è Tamashii, spesso reso come “spirito”.

Tamashii si riferisce all’energia spirituale, intesa come un’entità, che può alternativamente possedere e lasciare un oggetto. Ad esempio, un raccolto abbondante viene prodotto quando lo “spirito del riso” (inarama) si unisce al chicco di riso.

In generale, il Tamashii è un’entità impersonale, ma quando si attacca a un oggetto fisico assume qualità concrete, proprio come fanno i Kami.

Pur essendo due concetti differenti, Kami e Tamashii non sono sempre chiaramente discriminati: per esempio Ōkuninushi no kami, Il Maestro della Grande Terra dei Kami (che troviamo nei primi miti, raffigurato con attributi umani), a volte viene anche chiamato Ōkunitama, Grande Spirito Terrestre. In questo caso, l’attributo “kami” e l’attributo “tama” sono praticamente sinonimi, indicando la stessa e medesima entità.

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Karakasa, un ombrello di carta animato. Anche conosciuto come Kasa-obake.

Alcune pratiche correlate a questi concetti prevedono determinati riti: il rito chinkon (kon è lo stesso carattere sino-giapponese di tamashii), ovvero “il rito per placare uno spirito o un Kami piuttosto ruvido”; il rito tamamusubi, cioè “legatura dello spirito”, che serve per impedire che lo spirito lasci un corpo; il tamafuri, “scuotimento dello spirito”, un rituale inteso a rivitalizzare il potere di un Kami indebolito.

Tutti questi concetti e pratiche illustrano la relazione inseparabile tra kami e tamashii.

La credenza nello “spirito della parola” detto koto-dama, (“dama” e “tama” sono lo stesso termine modificato per eufonia, ed indicano lo spirito che si unisce a oggetti fisici), stabilisce che quando qualcuno esprime i suoi desideri con le parole appropriate, il “potere spirituale della parola” fa sì che tali desideri siano adempiuti. A sua volta, questo potere spirituale del kotodama è correlato all’azione del kotoage, che sta per “l’innalzamento di parole”.

La parola giapponese mi-tama che significa “spirito onorevole” si riferisce allo spirito di un kami o all’anima di una persona morta. È composto da due ideogrammi: mi  御  onorevole , che è semplicemente un titolo onorifico, e tama  魂 · 霊 che significa “spirito”. 

Significativamente, il termine mi-tama-shiro 御 魂 代  (rappresentante del mitama) è un sinonimo di shintai , cioè l’oggetto che in un Santuario Shintoista ospita il Kami. 

Le prime definizioni giapponesi del mitama , sviluppate in seguito da molti pensatori come Motoori Norinaga , sostengono che essa consiste di diverse “anime”, relativamente indipendenti l’una dall’altra. 

Il più sviluppato è l’ ichirei shikon, una teoria shintoista secondo la quale lo spirito ( 霊 魂 reikon ) sia dei i kami che degli esseri umani, consiste di un solo spirito e quattro anime.  Le quattro anime sono quelle che abbiamo menzionato poc’anzi: l’ ara-mitama (荒 御 · 荒 荒 魂 anima rude), il nigi-mitama (和 御 霊 · 和 御 魂  anima armoniosa), il saki-mitama (幸 御 魂  anima felice)  e il kushi-mitama (奇 御 霊 · 奇 御 魂 anima meravigliosa) . 

Secondo la teoria, ciascuna delle anime che compongono lo spirito ha un carattere e una funzione propria, nonché un’importanza diversa, pur esistono tutte allo stesso tempo e completandosi l’un l’altra.  Diversi pensatori hanno descritto la loro interazione in modi differenti. Per far comprendere al meglio questa relazione di anime in un’unica entità basti pensare che nel Nihon Shoki  kami Ōnamuchi incontra il suo kushi-mitama e shiki-mitama , ma non li riconosce nemmeno.

 

Tipologie di Kami

I Kami possono essere generalmente classificati in due categorie: i kami della Natura e i Kami della Cultura.

 

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Raijin, il Kami del Tuono

I kami della Natura rappresentano il riconoscimento di caratteristiche e poteri superiori al mondo materiale in oggetti o fenomeni naturali. Questa classe può essere ulteriormente suddivisa in Kami Celesti e Kami Terrestri.

I Kami Celesti includono corpi celesti divinizzati e fenomeni meteorologici. I corpi celesti includono anche gli astri come il Sole, la Luna e i pianeti, mentre i fenomeni meteorologici deificati includono cose come il Kami del Vento (Kaze no Kami) e il Kami del Tuono (Raijin).

I Kami Terrestri includono la deificazione di forme geologiche, processi fisici, piante e animali. I Kami legati alle formazioni geologiche comprendono il Kami della Terra (Jigami o Jinushigami), i vari Kami delle varie Montagne, nonché anche i Kami dei passi di montagna; vi sono poi i kami di boschi e foreste, i Kami delle rocce, i Kami del mare (Umi no kami), Kami di fiumi, laghi, stagni e paludi, i kami di isole, e così via.

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Benzaiten o Benten

A volte le classificazioni vengono fatte anche in base al tipo di fenomeno naturale coinvolto, così ad esempio i Suijin sono Kami dell’Acqua mentre gli Hi-no-kami sono Kami del Fuoco.

Gli animali visti come Kami possono includere serpenti, cervi, cinghiali, lupi, orsi, scimmie, volpi, conigli, corvi, colombe ed altri animali ancora, a cui si aggiungono anche animali favolosi come il drago.

I Kami animali sono spesso associati (o identificati come manifestazioni o familiarità di tali Kami), con i Kami di fenomeni fisici o meteorologici. Ad esempio, i serpenti sono spesso associati ai Kami di laghi, stagni e paludi; orsi, verri e cervi sono associati ai Kami della montagna (Yama no Kami); gli uccelli sono associati al Sole, i conigli alla Luna e il drago con i Kami del mare.

In alcuni casi, un particolare animale può essere visto come il messaggero di un Kami. Alcuni esempi sono le colombe nei santuari di Hachiman, i cervi nei santuari di Kasuga, le scimmie nei santuari di Hiyoshi, i corvi nei santuari di Kumano e le volpi nei santuari di Inari.

Tra le piante, il pino, il cedro, il cipresso e il sakaki sempreverde vengono spesso adorati come “alberi divini” (shinboku), in particolare quegli esemplari straordinariamente imponenti o insolitamente rari in termini di età, dimensioni o forma, o ancora quelli colpiti da un fulmine. 

Sulla base della stessa logica, piante insolite o deformate (come i ravanelli cinesi biforcati, che a volte sono considerati simili alla forma umana) sono viste come aventi qualità sacre.

 

Tenjin (Michizane Sugawara), Kami dello studio

I Kami della Cultura possono essere suddivisi in tre categorie:

“Kami della comunità”, vale a dire quelli venerati da gruppi sociali particolaristici;

“Kami funzionali”, che sono legati a specifici aspetti o occupazioni nella vita umana;

“Kami umani”, cioè gli esseri umani defunti trattati come Kami.

I kami della comunità possono includere: lo yashikigami (kami delle abitazioni) buraku kami (kami delle comunità geografiche); kami familiari (tutelari di famiglie consanguinee); dōzokushin (tutelari del gruppo di parentela); e dōsojin e sai no kami (kami che stanno agli ingressi o ai confini dei villaggi e proteggono i residenti dall’intrusione di forze esterne).

I kami funzionali si associano a vari processi della vita umana e della crescita, per esempio il Kami della nascita (Ubugami), il Kami della peste (ekigami), e il kami della morte; oppure Kami legati alla produzione e alle attività economiche, come ad  il kami dell’agricoltura, il kami del grano, il kami del campo, il kami della pesca, il Kami della guerra, il Kami degli studi, etc.

I Kami appartenenti alla terza categoria, quella dei Kami Umani, possono essere distinti in due tipologie: ci sono persone venerate come Kami mentre sono ancora in vita (Ikigami), e persone adorate come Kami solo dopo la morte (Ujigami). Questo non significa che gli esseri umani siano Kami. 

La parola ningen, usata per indicare una persona, indica che l’essere umano è concepito come uno spazio fisico abitato da uno spirito. Tuttavia lo spirito umano può diventare un Kami solo dopo la morte e dopo un processo di purificazione che trasforma lo spirito umano in uno spirito ancestrale.

Esempi del gruppo degli Ikigami includono praticanti religiosi e miko, che si impegnano nella guarigione della fede e nella pronuncia degli oracoli, persone illustri o famose e, naturalmente, l’imperatore. In alcuni festival, un Kami può temporaneamente stabilirsi in un individuo vivente per il periodo dei riti, nel qual caso l’individuo è visto come Kami solo per quel lasso di tempo.

Gli Ujigami invece possono essere pensati concettualmente come Kami tutelari di clan, infatti “uji” significa consanguinei. Tali gruppi, in molti casi, coincidono con comunità basate sulla comune residenza territoriale, con il risultato che l’Ujigami è diventato sinonimo del chinju no kami e  di ubusunagami, ovvero Kami tutelari di villaggi e città. 

Questi kami sono responsabili di una particolare comunità o località e in molti casi rappresentano gli antenati che hanno fondato il villaggio (ad esempio, il Santuario di Fujiwara, il Santuario di Kasuga, il Santuario di Tachibana, il Santuario di Umemiya). 

La divinità protettrice del proprio luogo di nascita si chiama ubusunagami, e tutte le persone che vivono in una località che adora la divinità locale sono chiamate ujiko. Nel buddhismo esiste un termine correlato chiamato danka (famiglie affiliate a un tempio). Queste sono famiglie che scelgono un tempio basato sulle proprie convinzioni individuali, e da allora in poi si affidano al tempio per i funerali e i servizi commemorativi in ​​cambio di donazioni monetarie al tempio.

Le persone decedute sono a volte deificate e da allora in poi adorate come Tenjin (letteralmente “spiriti celesti”). I santuari dedicati a Sugawara Michizane (845-903 d.C.) e all’imperatore Meiji sono i due esempi più importanti. 

La cosa che distingue in modo inconfutabile un essere umano da un Kami, è che la vita e la morte sono nelle mani del Kami.

Un discorso analogo vale anche per gli animali, il cui spirito è chiamato mono, ed indica appunto una sostanza spirituale. Tuttavia, alcuni animali ritenuti molto potenti, sono venerati come Kami. 

 

In ogni caso, tutte queste categorie sono semplici espedienti poiché, a seconda delle circostanze, un singolo Kami può cadere in più categorie. Ad esempio, il folklorista Yanagita Kunio teorizzò che quando un individuo muore, lo spirito diventa un Kami ancestrale e ascende sulle montagne, dove diventa un kami della natura conosciuto come il “kami di montagna” (yama no kami).

In primavera, lo stesso kami scende al villaggio, diventando il “kami della risaia” (ta no kami) che sorveglia gli sforzi produttivi dei suoi discendenti. Alla fine, dopo il raccolto autunnale, il ta no kami ritorna sulla montagna, assumendo ancora una volta il ruolo di yama no kami.

Anche Yanagita credeva che mentre il kami ancestrale era stato incluso negli ujigami per diventare il tutelare di un territorio geografico, anche gli aspetti dei kami ancestrali potevano essere riconosciuti in tali divinità familiari come i dōzokushin e gli yashikigami menzionati prima.

Allo stesso modo, si diceva che gli spiriti nobili divinizzati (goryōshin) di personaggi storici famosi come Sugawara no Michizane e Taira no Masakado prendessero la forma di un fulmine e maledissero i loro tormentatori come mezzo per soddisfare il loro desiderio di vendetta. Anche qui l’attributo del kami umano si è fuso con quello di una natura kami.

 

Influenze Buddhiste e Antropomorfosmo

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Daikokuten

I Kami non sono sempre stati rappresentati con sembianze umane ma, anzi, immagini di legno e altre rappresentazioni artistiche di Kami con caratteristiche umane (shinzō), sono state prodotte solo dopo l’arrivo del Buddhismo e sotto la sua influenza.

Sebbene i Kami possano temporaneamente prendere in prestito la forma di oggetti naturali come mezzo per manifestare la loro esistenza, sono fondamentalmente invisibili. Al contrario, l’esistenza dei Buddha e dei Bodhisattva del Buddhismo è dimostrata attraverso l’iconografia religiosa.

Il contatto tra queste religioni contrastanti portò alla pratica di erigere Santuari Shintoisti accanto a Sale Buddhiste, nonché all’esposizione di rappresentazioni iconografiche del Kami (shinzō) accanto alle immagini dei Buddha.

Le onorificenze comunemente utilizzate per i Kami, tra cui Myōjin e Gongen, sono allo stesso modo i prodotti di questa interazione con il Buddhismo.

I Myōjin erano chiamati anche akitsumikami o aramikami ed espressi con i caratteri 顕 神 che significano “manifestazione di Kami”.  Ciò riflette l’idea che i Kami siano tangibili, portando così ad utilizzare questi termini anche nei confronti dell’imperatore.

Il termine Gongen 権 現 è un termine buddhista che significa “avatar”, ed indica la manifestazione temporale di un Buddha. Quando questo termine viene riferito ai Kami, indica che questi ultimi sono considerati la manifestazione temporale dell’eterno Buddha.

Di contro, anche i concetti buddhisti furono influenzati dallo Shintoismo, come dimostra il fatto che molte statue buddhiste sono soggette ai tabù, come nel caso degli Hibutsu, i “Buddha Nascosti”.

L’adattamento del concetto di Kami dopo l’arrivo del Buddhismo dovrebbe quindi essere inteso come un processo di influenza reciproca tra le due culture.

Non di meno, si crede che i Kami possiedano comportamenti simili a quelli umani, e che quindi debbano essere avvicinati e trattati con gli stessi riguardi con cui ci si rapporta con altre persone (ricordiamo che i giapponesi adoperano atteggiamenti estremamente gentili e rispettosi, a cui tengono molto, ma che noi occidentali riteniamo esagerati).

Si ritiene, inoltre, che i Kami abbiano predilezioni artistiche simili agli umani, che godano della musica, della danza, della poesia, mentre detestino comportamenti sdegnosi, siano essi di tipo sociale o naturale, ed in modo particolare si indignano per la sporcizia e la contaminazione, sia fisica che intellettuale e morale, come il versare sangue ed uccidere.

Di conseguenza, l’adorazione dei Kami si osserva soltanto in luoghi che sono stati precedentemente purificati mediante rituale (kessai).

L’adorazione di un Kami può includere l’offerta di riso e sake, insieme ad altri cibi di mare e di terra, accompagnati da spettacoli di danza, musica e poesia, l’offerta di gioielli, il conferimento di gradi divini (shinkai) e la presentazione di suppliche.

I Kami, a loro volta, rispondono volentieri a tali offerte, concedendo i doni e i favori richiesti.

 

La Visione Occidentale

Infine, concludiamo esattamente là dove abbiamo cominciato questo articolo, chiedendoci ancora una volta che cosa sia un Kami. Ebbene, ecco il più moderno tentativo di spiegarlo.

kamiIl filosofo inglese Alan Wilson Watts (1915 – 1973), nella sua opera The Watercourse Way, spiega il termine cinese Shen  che in Giappone è pronunciato sia Kami che Shin, in questo modo:

«Il termine ‘kami’ presenta problemi per il traduttore, poiché i significati solitamente scelti – spirito, dio, divino, soprannaturale – sono insoddisfacenti. L’ideogramma sta significare quell’intelligenza innata di ogni particolare organismo. Li è tradotto come “modello organico”, ed è un ideogramma che si riferiva originariamente alla grana della giada e del legno, sebbene sia più generalmente inteso come la “ragione” o il “principio” delle cose».

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