Niyama

Niyama: le cose da fare

Il termine sanscrito “niyama” può essere tradotto con “osservanze positive”. Mentre gli Yama informano su cosa è meglio non fare, i Niyama sono invece dei precetti da attuare il più possibile per vivere al meglio. 

 

Shauca

Il primo Niyama è Shauca, che significa “pulizia”, ma si può affermare che la pratica di Shauca è più precisamente la purificazione.

Shauca ha un aspetto esteriore ed uno interiore.

La pulizia esterna è l’igiene del corpo, che nello Yoga è una pratica molto più profonda di quanto siamo abituati ad intendere. Si veda ad esempio la pratica del Jala Neti per la pulizia delle fosse nasali; la pratica mediante il Mula Bandha di aspirare dell’acqua mediante la contrazione dell’ano per pulire a fondo il retto. 

Esiste anche una pulizia interiore, che riguarda la nostra parte emotiva, mentale e spirituale. La pratica di Asana e Pranayama sono strumenti essenziali per questa pulizia interiore. 

Dalla purezza mentale la purezza del sattva, l’atteggiamento lieto ed amorevole, la concentrazione, il controllo dei sensi e la capacità della visione del Sé”. Yogasutra.

 

Santosha

Il secondo Niyama è Santosha, la capacità di gioire di ciò che abbiamo. Santosha indica la gioia incondizionata, la felicità senza forma e rappresenta uno stato di genuina serenità, indipendente da ciò che succede attorno a noi. Santosha significa anche accettare e credere che ognuno riceva ciò di cui ha bisogno, non importa se etichettato come “positivo” o “negativo” dalla mente.

Molto spesso smaniamo per vedere determinati risultati in seguito alle nostre azioni, e altrettanto spesso restiamo delusi. Invece di dispiacersi, accettiamo semplicemente le cose nel modo in cui si sono svolte. Questo è il vero significato di Santosha: accettare ciò che viene. Un commento agli  yoga Sutra dice “accontentarsi vale più di sedici cieli”. Invece di lamentarsi per qualcosa che non va, accettiamo ciò che è accaduto e impariamo da esso.

Santosha riguarda il nostro modo di rapportarci e di reagire a ciò che la vita ci pone innanzi. Per mettere in pratica santosha occorre cercare di mantenere una continua consapevolezza del momento presente: in questo preciso istante la mente è libera dai desideri, libera dalle paure del futuro, libera dai rimpianti del passato. Solo così la mente può concentrarsi.

Praticando questo Niyama, è possibile alleggerirsi dallo stress, dalle preoccupazioni, dall’ansia e dalla tristezza e, di conseguenza, si ottiene un miglioramento generale dello stato di salute e della vitalità dell’organismo.  Anche la pratica delle Asana, del Pranayama e della meditazione saranno più profonde e complete.

Raggiungendo una conoscenza approfondita di Santosha, si ottiene uno stato di equanimità per cui le esperienze etichettate come “buone o cattive” verranno viste con distacco e senza reattività dalla mente.

 

Tapas

La parola Tapas deriva dalla radice sanscrita “tap” che letteralmente significa “calore”, con un’implicazione simbolica alla purificazione mediante il fuoco interiore.

Il termine Tapas è anche correlato a concetti quali penitenza, mortificazione, insomma uno sforzo di disciplina degno di un asceta. Chi pratica Tapas è detto “tapasa”, mentre l’aggettivo “tapasvin” vuol dire “rovinato, povero, misero”, ma anche “asceta, colui che pratica l’austerità”.

I monaci e i guru dell’induismo, praticano Tapas come mezzo di purificazione, ma anche per rafforzare la propria devozione alla divinità, come pratica di vita religiosa e per conseguire la liberazione spirituale.

Tapas è inteso come lo sforzo verso la liberazione (moksa), ma in un ambito più mondano può essere inteso come uno sforzo di disciplina e dedizione atto, ad esempio, per eccellere in un certo sport, nel lavoro, nel campo del sapere. 

Tapas può anche essere intrapreso come una forma di penitenza, per liberarsi dalle conseguenze di un karma negativo, oppure, in termini occidentali, per espiare un peccato, per estinguere un senso di colpa.

Tapas, l’ardore ascetico, è il polo opposto di kama, l’ardore erotico. La parola “kama” viene tradotta con il termine “desiderio” e, nella mitologia hindu, Kama è personificato in un Deva molto simile all’Eros dei greci.  Questi due aspetti, Tapas e kama, sono i due lati della stessa medaglia.

Nel contesto delle otto braccia dello yoga, Patanjali utilizza i Tapas per rappresentare il calore della determinazione, il fuoco interiore, la forza di volontà che, unita alla perseveranza,  brucia tutti gli ostacoli che incontriamo lungo la via della realizzazione.

In generale, Tapas  si riferisce a mostrare disciplina del corpo, della parola e della mente. L’obiettivo di sviluppare l’auto-disciplina è quello di controllare e superare le distrazioni e i desideri di breve termine, per rimanere concentrati e dirigere la mente e il corpo per la crescita e lo scopo spirituale.

La maniera più classica per esercitare questo Niyama è quello di prendere un voto, decidendo di fare o non fare qualcosa per un determinato periodo di tempo. Ciò può consistere nel attenersi ad un certo regime alimentare,  nel mantenere il silenzio per un determinato periodo di tempo (mauna), nella pratica costante dell’ Hatha Yoga, nel meditare per almeno trenta minuti al giorno.

Qualsiasi voto tu decida di prendere, ricordati che deve avere un lasso determinato di tempo: può anche essere lungo, ma devi comunque avere un termine.

Praticando questo Niyama, sarai in grado di sviluppare una grande fiducia nella tua forza di volontà, costruendo una maggior autostima e una incrollabile sicurezza. Nonostante ciò, è essenziale mantenere l’umiltà e la consapevolezza spirituale, sapendo che la forza di volontà che stai sviluppando non deve essere usata per servire l’ego, ma esclusivamente per renderti più determinato sulla ricerca spirituale.

 

Svadhyaya

In sanscrito “sva” significa “se stessi”, e “dhyaya” significa “studio”. Svadhyaya pertanto viene tradotto come “studio individuale”.

Questo Niyama può essere effettuato in due modi.

In primo luogo mediante lo studio dei testi sacri; qualsiasi testo sacro, sia esso la Bibbia, la Bhagavad Gita, o altri ancora,  è rilevante per la pratica spirituale, e possono rappresentare sia una guida che una fonte di ispirazione.

Svadhyaya si riferisce anche a qualsiasi attività che sviluppata intenzionalmente che coltivi l’auto-riflessione, ovvero la meditazione sul proprio Sè. 

Mediante l’auto-riflessione, lo studio e la contemplazione della nostra vera natura, si sviluppa intenzionalmente  la consapevolezza di sé in tutte le attività fisiche e intellettuali, il rispetto e l’accettazione dei propri limiti, il riconoscere i propri tratti meno positivi, e la  compassione e la pazienza necessarie per migliorarsi

Negli Yoga Sutra si dice infatti che, progredendo nell’investigazione di se stessi, si scopre a poco a poco un collegamento con le leggi divine e i profeti che le hanno rivelate. Poiché a questo scopo si usa molto la recitazione dei mantra, troviamo Svadhyaya inteso spesso come “ripetizione di mantra”.

 

Ishvarapranidhana

In sanscrito Ishvara significa letteralmente “Signore”, inteso come Dio;  Pranidhana significa “devozione continuativa”, o “abbandono”. Ishavarapranidhana viene tradotto come “abbandono verso il Signore” o “devozione verso Dio”. 

Ishvarapranidhana significa deporre tutte le nostre azioni ai piedi di Dio.  Poiché le nostre azioni sono spesso mosse dall’ignoranza (avidya), risultano sbagliate. Per questo motivo Santosha, la modestia, è così importante: basta sapere che abbiamo fatto del nostro meglio. Il resto lo lasciamo a un potere superiore.

Nel contesto dei Niyama, possiamo definire Ishvarapranidhana come l’offerta a Dio dei frutti delle nostre azioni come preghiera quotidiana. Si può cominciare a praticare Ishvarapranidhana eseguendo preghiere formali o consacrando le proprie azioni ad un potere superiore.

Perfezionando questo Niyama, si sviluppa nel tempo un naturale orientamento della mente, del cuore e del respiro verso Dio in ogni momento della giornata.

La pratica di Ishvarapranidhana purifica dagli ultimi desideri rimasti, e orienta il pensiero verso il divino fino alla completa dissoluzione delle ambizioni personali, se non l’aspirazione di essere tutt’uno con Dio. In una mente purificata dalla costante devozione, tutto ciò che rimane è il desiderio per l’Unione con l’Assoluto, o, detto in altri termini, per Yoga.

L’ultimo Niyama, infine, consiste nel riconoscere che il mondo spirituale, e dunque il divino, permea tutto il creato, ed attraverso questa consapevolezza è possibile abbracciare il proprio ruolo come parte del Tutto, o dell’Uno.

 

 

Nelle diverse tradizioni e nel dibattito storico dell’Induismo, alcuni testi suggeriscono una diversa e ampliata lista di Niyama. 

Per esempio, i Shandilya e Varuha Upanishads , lo Hatha Yoga Pradipika , versetti da 552 a 557 del Libro 3 del Tirumandhiram di Tirumular, suggeriscono dieci Niyama, intesi come una disciplina atta ad educare i propri comportamenti. 

L’ Hatha Yoga Pradipika elenca i dieci Niyama nel seguente ordine, nel versetto 1,18:

  1. Tapas: persistenza, perseveranza nel proprio scopo, austerità. 
  2. Santoṣha: soddisfazione, accettazione degli altri e delle circostanze per ciò che sono.
  3. Astikya: fede nel Sé reale (Jnana-yoga, Raja-yoga), credenza in Dio (Bhakti-yoga), convinzione nei Veda e nelle Upanishad (scuola ortodossa).
  4. Dana: generosità, carità, condivisione con gli altri.
  5. Īshvarapujana: culto di Ishvara (il Signore, Essere supremo, Brahman , Sé vero, realtà immutabile) 
  6. Siddhanta vakya srsvaṇa o Siddhanta sravaṇa: Ascoltare le Scritture antiche.
  7. Hri: rimorso e accettazione del proprio passato, modestia, umiltà.
  8. Mati: pensare e riflettere per comprendere, conciliare idee contrastanti.
  9. Japa: ripetizione di mantra, recitando preghiere o conoscenze.
  10. Huta: rituali, cerimonie, come ad esempio il sacrificio.

Alcuni testi sostituiscono l’ultimo Niyama con Vrata, che significa fare e mantenere i propri voti (risoluzioni). Ad esempio, la promessa di visitare un sito di pellegrinaggio è una forma di Vrata . 

Il processo educativo nell’antica India, dove i Veda e le Upanishad erano memorizzati e trasmessi oralmente per generazioni senza mai essere scritti, richiedevano una serie di Vrata di questo tipo, e consisteva dunque in pellegrinaggi che duravano anche diversi anni. 

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