Pratyahara: il Ritiro dei Sensi e della Mente

Cos’è Pratyahara

Indriya e Pratyahara

L’Esperienza Sensoriale e la Nuda Attenzione

La Nuda Consapevolezza e la Consapevolezza che Discerne

Consapevolezza, Volontà e Libero Arbitrio

 

Cos’è Pratyahara

Sappiamo molto poco sul Pratyahara, soprattutto in Occidente: non esistono molti testi né lezioni specifiche che trattano questa pratica.

Il motivo è molto semplice: spesso il Pratyahara è una conseguenza naturale del percorso e della pratica dello Yoga, quando, praticando Asana e Pranayama, si perde la concezione dello spazio circostante e ci si addentra nei meandri della propria interiorità, concentrandosi sulle proprie emozioni piuttosto che sulle azioni che si stanno compiendo.

Pratyahara è dunque il meno noto degli otto Ashtanga, eppure si può affermare che sia proprio il più importante, come disse Swami Sivananda.

Infatti, se questo stadio nel percorso dello Yoga non viene compreso a fondo, la pratica dello Yoga rimarrà un mero insieme di prescrizioni, astinenze, posture ed esercizi respiratori, mentre sarà impossibile per il praticante raggiungere il suo vero scopo: l’esperienza diretta dell’Assoluto.

Cercare di meditare senza praticare un certo grado di Pratyahara è come cercare di raccogliere l’acqua in un recipiente che perde: non importa quanta acqua introduciamo, essa andrà via.

Secondo questa visione, i sensi sono come buchi nel vaso della mente: a meno che non siano sigillati, la mente non potrà contenere il nettare della verità.

Per questo Pratyahara è così fondamentale, in quanto consiste proprio nel ritirare i sensi e la mente dagli oggetti esteriori, e focalizzare la propria attenzione sulla propria interiorità.

Con il Pratyahara si passa allo Yoga interiore detto Antara Anga (Dharana, Dhyana e Samandhi), mentre i precedenti Ashtanga (Yama, Niyama, Asana e Pranayama) fanno parte dell’aspetto esteriore dello Yoga, detto Bahiranga.

Pratyahara rappresenta la transizione dagli aspetti esterni (attitudini, comportamenti, posture fisiche) agli aspetti interni (concentrazione, meditazione) dello Yoga.

In sintesi, possiamo considerare il Pratyahara come l’intersezione tra queste due tipologie di Yoga, poiché la sua funzione è sia di connessione che di transizione.

Una volta sviluppato Pratyahara si può accedere a Dharana, che è la concentrazione, passando quindi al Dhyana, che è la meditazione e, infine, al Samadhi, che è l’unione col Divino.

Non è possibile passare direttamente dalla pratica delle Asana alla meditazione, poiché comporterebbe un salto dal corpo alla mente, dimenticando tutto ciò che si trova nel mezzo.
Per effettuare correttamente questa transizione è necessario sviluppare un adeguato controllo su ciò che collega il corpo alla mente: il respiro e i sensi. Tramite le tecniche di Pranayama impariamo ad accumulare e guidare le energie vitali, mentre attraverso la pratica di Pratyahara sperimentiamo la padronanza dei sensi. 
Anche se Pratyahara rappresenta una sorta di transizione nello Yoga, sarebbe un errore consideralo come una pratica a sé stante. Pratyahara, infatti, è collegato a tutti gli stadi dello Yoga, poiché tutti gli altri Ashtanga (dalle Asana al Samadhi) contengono aspetti di Pratyahara.
Durante la pratica delle Asana, ad esempio, vengono controllati sia gli organi di percezione che quelli di azione; negli esercizi di Pranayama ritraiamo la nostra attenzione verso l’interno, focalizzandoci sul respiro e sull’immissione di prana nel corpo; Yama e Niyama, invece, contengono vari principi e pratiche, come la non-violenza (ahimsa) e la contentezza (santosha), che ci aiutano a controllare i sensi.
Pratyahara segue il Pranayama: collegando il prana alla mente, è possibile portare la coscienza fuori dalla sfera del corpo mediante Dharana, la concentrazione della mente, il sesto Ashtanga descritto da Patanjali:
Mentre in Pratyahara ritiriamo la nostra attenzione dalle distrazioni ordinarie, in Dharana dirigiamo consapevolmente l’attenzione che abbiamo ritirato su un particolare oggetto esterno a noi, come ad esempio la fiamma di una candela o la recitazione ripetuta di un mantra.
Pratyahara è quindi l’aspetto femminile (Yin) mentre Dharana è l’aspetto maschile (Yang) della stessa funzione della mente: l’attenzione. 

In sanscrito “prati” significa “contrario” o “via da”, mentre “hara” deriva dalla radice HRI che significa “tirare”. Il termine Pratyahara  può dunque essere tradotto come “tirare via da” in riferimento all’idea di “tirare i sensi via dai loro oggetti del desiderio”, ritirandoli verso l’interno e sviluppando un forte senso di introiezione, interrompendo così il continuo bombardamento dato da suoni, immagini, odori, gusti e sensazioni che provengono dal mondo esterno.

La vista, l’udito, l’olfatto, il tatto durante la pratica di Pratyahara, non sono più rivolti verso il mondo esteriore, verso la manifestazione, ma verso l’interno, verso quel vasto mondo che è dentro di noi.

Pratyahara consiste dunque in una rivoluzione dei sensi, una radicale trasformazione della direzione verso cui si sensi sono rivolti: non capteranno le informazioni dal mondo esterno portandole entro di noi, ma al contrario capteranno le informazioni che sono già in noi, ma a cui non prestavamo attenzione, e le poteranno a livello di coscienza ed espressione.

Di conseguenza anche la mente sarà più calma, l’energia utilizzata dai sensi per la ricerca del piacere sarà reindirizzata verso un benessere interiore, che nessuno potrà portarci via, ed  è quindi possibile diventare più stabili, sia fisicamente che mentalmente ed emotivamente.

In sostanza, si può affermare che la pratica del Pratyhara sia fondamentale per la nostra Vera Libertà.

 

Indriya e Pratyhara

Nell’Hinduismo il nostro apparato sensoriale che ci pone in relazione con il mondo esterno è composto dai cinque organi di senso più la mente, e da cinque organi di azione più il cuore.

Nello specifico, abbiamo:

Jnanendriya: i cinque sensi (jnana = conoscere) che occorrono all’Anima per conoscere il mondo esterno: odorato, gusto, vista, tatto, udito. I sensi sono sotto l’influenza di Manas, la mente, e contribuiscono a formare il corpo mentale.

Karmendriya: i cinque modi dell’azione (karma = agire) che occorrono all’Anima per agire nel mondo esterno: escrezione, riproduzione, moto (piedi), abilità manuale (mani), parole. Queste azioni sono la manifestazione di Chitta, il cuore, e costituiscono un corpo energetico chiamato forza vitale o prana.

Visaya o Tanmatra: in aggiunta ai “dieci organi” appena citati, ci sono le cinque categorie di oggetti che ricadono sotto l’attenzione dei sensi e che formano la base dell’universo oggettivo: l’essenza del suono è l’Etere; l’essenza del tatto è nell’Aria; l’essenza della forma è nel Fuoco; l’essenza del gusto è nell’Acqua; e l’essenza dell’odorato è nella Terra.

Per un maggiore approfondimento su questo argomento si consiglia di rileggere l’articolo relativo ai Tattva.

Attraverso l’auto-osservazione dei dieci Indriya e dei loro oggetti, si giunge alla piena consapevolezza dei sensi e di come si collocano lungo il canale spinale, cioè nei sette Chakra. Questo consente di orientare il processo del meditare.

 

Fatta questa breve premessa, è possibile distinguere quattro forme di Pratyahara.

 

1. Indriya Pratyahara – Il controllo dei sensi
Il termine “sensi” non è propriamente corretto, meglio sarebbe parlare di Indriya, che sono i cinque sensi con l’aggiunta della mente. Gli Indriya sono una sorta di tentacoli che la mente proietta verso gli oggetti, quindi Pratyahara è la ritrazione di questi tentacoli dal mondo materiale. Questa immagine dei “tentacoli” è proprio compresa nella parola “indriya” ed offre una profonda comprensione di come lavorano la mente e i sensi, nonché di come governarli. La fase successiva è quella di spingere gli Indriya verso l’Assoluto. Ciò avviene quando, dopo aver concentrato l’attenzione sul “suono interiore”, si espande la coscienza il più possibile, per poi richiamarla e riportarla al nostro interno.

 

2. Prana Pratyahara – Il controllo del prana
Il controllo dei sensi richiede lo sviluppo e il controllo del prana, che non è il solo respiro ma è l’energia vitale che pervade il corpo, seguendo i flussi – Nadi – responsabili di tutta l’attività. Anche i sensi e le azioni sono correlati al prana.
Si può quindi comprendere come l’esercizio del Pranayama  serva prepararsi al Pratyahara, mediante il quale è possibile ritirare il prana dal corpo e indirizzarlo verso la propria interiorità o proiettarlo verso l’Assoluto. Numerosi testi yogici descrivono diversi metodi per ritirare il prana dalle varie parti del corpo, iniziando dalle dita dei piedi fino al Chakra della Corona, visualizzando un processo di morte nel quale il prana si ritira dal corpo scollegando tutti i sensi dai piedi alla testa. Questa tecnica fa parte dello Yoga Nidra.

 

3. Karma Pratyahara – Il controllo dell’azione
Karma Pratyahara è compiere un’azione rinunciando a qualsiasi beneficio, premio o qualunque conseguenza che, derivando dall’azione, possa darci vantaggi. La Bhagavad-Gita, capitolo 2, verso 47, recita:

Tu hai diritto all’azione, ma in nessun caso ai suoi frutti, non devi compiere l’opera per i frutti che essa ti procura, ma nemmeno devi attaccarti alla non-azione.

Secondo lo Yoga, la felicità non consiste nell’ottenere ciò che vogliamo, ma nello smettere di desiderare ciò che è fuori di noi, nell’abbandono di ogni pensiero egoistico che abbia come fine qualunque tipo di guadagno personale e nell’essere in uno stato interiore indipendente dall’esterno. Il Karma Yoga consiste proprio nel compiere azioni disinteressate e rendere la nostra vita un rituale sacro.

Oltre ai sensi, occorre dunque porre attenzione anche alle nostre azioni e agli organi ad esse correlate, che ci permettono di intervenire nel mondo esterno,  creando a loro volta un ulteriore coinvolgimento degli organi percettivi, in una spirale di falsa identificazione. 

 

4. Mano Pratyahara – Il ritiro della mente
Mano Pratyahara è la forma più difficile, poiché prevede il controllo simultaneo degli organi di senso, dell’azione e dell’energia vitale, implicando anche il distogliere l’attenzione da qualsiasi cosa o pensiero non autentico o reale.

Quando i sensi sono ritratti, si è di fronte alla mente, nel punto cioè da cui parte la reale pratica della concentrazione, che poi dovrebbe portarci alla meditazione. In effetti, la mente è, sia il contenitore delle informazioni importate dalle cinque porte di entrata che sono gli organi di senso (Jnanendriya), sia il coordinatore delle istruzioni date ai cinque organi di azione (Karmendriya).

La mente, tuttavia, è per sua natura instabile ed irrequieta, quindi la chiave è concentrare la mente su di un unico punto. Di solito si prende come riferimento Ajna, il sesto Chakra, localizzato tra le sopracciglia.

Nel primo capitolo degli Yoga Sutra, Patanjali dimostra che la mente, se non controllata, viene continuamente modificata da tutti gli oggetti o soggetti che le si presentano o verso i quali è rivolta. Le condizioni alterate della mente, dette appunto “modificazioni”, sono dunque da impedire al fine di stabilire uno stato di calma interiore.

 

 

L’Esperienza Sensoriale e la Nuda Attenzione

Prima di addentrarci nella pratica del Pratyahara, vorrei proporre un esercizio molto semplice, adatto a chiunque, anche a chi non ha alcuna dimestichezza con lo Yoga e non ha mai neppure provato a praticare Asana e Pranayama, ma desidera comunque avere un’esperienza, seppur minima ma diretta, di che cosa sia il Pratyahara.

La pratica che sto per proporre consiste in quattro applicazioni dell’attenzione, ossia l’attenzione rivolta al corpo, alle sensazioni, agli stati e ai processi mentali, e agli oggetti mentali.
Lo scopo è conseguire una visione penetrante della natura di questi elementi della nostra esistenza.
Più specificatamente, si tratta di sondare la natura di ciascuno di questi campi per vedere se qualcuno di questi oggetti della mente è immutabile, e se è davvero “io” oppure “mio”, ossia indipendente dalle nostre proiezioni concettuali.
Attraverso la visione penetrante, è possibile sradicare le cause che soggiacciono alle afflizioni mentali e ad altri scombussolamenti emotivi, spesso fonti di tanta sofferenza.
  1. Mettiti in una posizione comoda, seduto o supino; assesta il corpo nel suo stato naturale con gli occhi chiusi o appena socchiusi; rilassati e poni attenzione al respiro, focalizzandoti sulle sensazioni tattili nel punto in cui senti che l’aria entra ed esce dalle narici. Respira in modo naturale, senza forzature.
  2. Continua a respirare normalmente a livello addominale, ma orienta l’attenzione sul punto coronale del capo, osservando qualsiasi sensazione tattile sorga in quest’area: ad esempio un senso di solidità, di caldo o di freddo, di pizzicore o di movimento. Evitando le sovrimpressioni, rimani presente alle sensazioni tattili così come si manifestano alla tua consapevolezza. Cambiano, mentre continui a osservarle?
  3. Immagina che il campo della tua consapevolezza abbia una superficie curva di circa 12 cm di diametro, tale da coprire la parte superiore del capo. Prendi nota mentalmente delle sensazioni tattili in questa area e delle eventuali variazioni.
  4. Tieni in movimento questa sorta di cerchio della consapevolezza, muovendolo lungo il lato destro del capo, fino all’altezza dell’orecchio e includendo anche quest’ultimo. Poi, pian piano, spostalo intorno alla parte posteriore del capo, e fallo scivolare sopra il lato sinistro, fino all’orecchio. Se scopri delle aree di tensione, rilassati all’interno di esse. 
  5. Sposta l’attenzione sulla fronte, scendendo sugli occhi e sul naso, e poi sulla bocca e sul mento, soffermandoti sulle guance.
  6. Pian piano espandi il campo, in modo che copra il volto intero e verifica se ottieni un’immagine mentale del tuo viso. Se è così, lascia andare l’immagine e riporta l’attenzione soltanto sulle sensazioni tattili.
  7. Sposta la consapevolezza di nuovo nella parte posteriore del capo, passando però dentro alla testa. Fallo lentamente, come se stessi usando uno scanner. Quindi, ritorna nella parte anteriore del volto. Nota se discerni delle sensazioni interne al capo o se le cogli soltanto a livello della superficie: fin qui abbiamo usato un campo di consapevolezza più o meno bidimensionale. Ora lo faremo diventare tridimensionale.
  8. Includi le sensazioni di tutta la testa, simultaneamente.
  9. Scendi all’altezza del collo e delle clavicole, adeguando la larghezza e le dimensioni dell’area di consapevolezza al contorno del corpo.
  10. Scendi ancora più in basso dividendo il torso in 9 sezioni, come nel quadrato del gioco delle tre croci. Inizia dalla regione superiore a sinistra del petto, prima superficialmente, poi dentro al torso e, infine, nella regione superiore sinistra della schiena. Nota le sensazioni di movimento associate al respiro.
  11. Continua facendo la stessa cosa nella regione superiore centrale, da qui passa la regione superiore destra; scendi nella regione mediana destra focalizzandoti all’altezza del diaframma, che si trova alla base del costato, e focalizzati sul plesso solare, nella parte anteriore, all’interno e nella parte posteriore.
  12. Sposta la consapevolezza a sinistra, nella fascia mediana, e da qui nel quadrante in basso a sinistra fino all’altezza dell’anca. 
  13. Focalizzati sulla natica sinistra e scendi lungo la coscia, sia superficialmente che internamente, fino a raggiungere il ginocchio destro, la caviglia, fino alla punta delle dita del piede sinistro. Prendi atto delle sensazioni che si manifestano.
  14. Risali rapidamente fino ai lombi e fai la stessa cosa con la gamba destra, partendo dal quadrante addominale inferiore fino alla punta delle dita del piede destro.
  15. Rapidamente fai ritorno al punto coronale; in pochi secondi scansisci il corpo dalla sommità del capo fino alle dita dei piedi, poi  ritorna rapidamente al punto coronale in pochi secondi, percorrendo il corpo intero.
  16. Per una terza ed ultima volta, fai ritorno al punto coronale e ripercorri il corpo.
  17. Espandi il volume della consapevolezza fino ad includere l’intero campo delle sensazioni tattili, dal punto coronale fino alla punta dei piedi.
  18. Se noti un’immagine mentale di quello che pensi sia l’aspetto esterno del tuo corpo verifica che sia possibile lasciarla andare focalizzando la nuda attenzione sul campo delle sensazioni tattili. Apri gli occhi, ma senza interrompere la focalizzazione.
  19. Ripeti tutto quanto dall’inizio, ma utilizzando altri campi di esperienza: consiglio di procedere con l’esperienza visiva. Sarà un’esperienza piuttosto diversa da quella tattile: questo è il regno esperienziale in cui percepiamo i colori, le forme e lo spazio che sembra esistere fra noi e gli oggetti della vista.
  20. Chiudi gli occhi e orienta la consapevolezza in un altro campo esperienziale, ad esempio il campo sonoro. Ascolta soltanto ciò che si presenta, senza sovrapporre alcuno stato concettuale.
  21. Passa al senso dell’olfatto: è un campo di esperienza ancora diverso. Riesci a discernere qualche fragranza?
  22. Passa ora all’esperienza gustativa: ci sono forse dei sapori che indugiano nella bocca?
  23. In ultimo, dedicati solo al sesto campo di consapevolezza, quello dell’esperienza puramente mentale, in cui sorgono le immagini, il chiacchiericcio interno, le emozioni, i desideri, gli impulsi, le memorie e le fantasie, e osserva il tutto con la nuda attenzione.

 

 

La Nuda Consapevolezza e la Consapevolezza che Discerne
L’esercizio appena proposto è puramente esperienziale: non provoca né una purificazione, né una liberazione della mente ma serve solo a prendere coscienza dei propri sensi e della propria mente.
Tuttavia, le numerose persone che hanno messo in pratica questa scansione del corpo, trovano che faccia bene alla salute. È ottima per radicare la mente, per riportare la consapevolezza nel corpo, per fare ritorno ai sensi.
Si ritorna ai sensi invece di farsi acchiappare come mosche nella ragnatela delle nostre elaborazioni concettuali e delle nostre reazioni automatiche.
L’effetto positivo è che, dedicandoci soltanto a ciò che è, la vita diventa più semplice, sgravata dalla complessità delle nostre fantasie compulsive.
 
Questo tipo di attenzione è detta “nuda attenzione”, ed è una qualità della consapevolezza relativamente libera, ma non a livello assoluto, dalla pre-strutturazione concettuale, dai filtri, dalle modifiche, dalle interpretazioni e dalle proiezioni della mente.
In ciò che è visto, vi è solo ciò che è visto; in ciò che è udito, vi è solo ciò che ho udito. In ciò che è percepito con il tatto vi è solo ciò che è percepito con il tatto. In ciò che hai conosciuto conosciuto vi è solo il conosciuto. (Udana)
A questo punto, non resta che distinguere che cosa è reale da ciò che non lo è. In che modo?
Una cosa è reale se ha il potenziale di presentarsi in modo diretto ad uno qualsiasi dei nostri sei modi percettivi, che sono i cinque sensi e la percezione mentale, quella che ci rende immediatamente consapevoli dei pensieri, delle emozioni e di una gamma di fenomeni che non sono meno reali delle cose che possiamo percepire direttamente con i cinque sensi fisici.
Le cose che si presentano nel nostro campo percettivo, dunque, sono reali. Quelle che invece esistono soltanto in quanto sovra-imposizione concettuale sono immaginarie, o puramente convenzionali.
Per comprendere la differenza dobbiamo abbandonare la modalità della nuda attenzione e applicare l’attenzione che discerne.
Per esempio, guardandoti allo specchio puoi vedere il riflesso del tuo viso: esaminalo da vicino e cerca di scoprire che cosa lo rende tuo, osserva se la proprietà può essere realmente percepita o se è soltanto una sovra-imposizione, una proiezione concettuale. Cerca di distinguere che cosa è “io” da ciò che è “mio”. Questa è un’applicazione dell’attenzione che discerne.
La prossima volta in cui ti sentirai disturbato per qualcosa, prova a capire se è reale o immaginario, se davvero sei “tu” o se ciò che ti disturba “è tuo”, oppure non ha nulla a che fare con te, e quindi puoi lasciarlo andare. 

In questo modo ti accorgerai anche che gli eventi mentali esercitano un’influenza sugli eventi fisici, oltre che su altri fenomeni mentali, e gli eventi fisici esercitano un’influenza tanto sugli altri eventi fisici quanto sugli eventi mentali.

Anche se non riusciamo a identificare il meccanismo con cui avvengono queste interazioni fra processi mentali e processi materiali, ciò non toglie che avvengono. Controllando i nostri processi mentali abbiamo dunque l’opportunità di influenzare gli eventi fisici.

 

Consapevolezza, Volontà e Libero Arbitrio
Ripassiamo insieme come hanno origine le sensazioni.
Prima di tutto, si ha un contatto con uno stimolo sensoriale esterno.
La sensazione che deriva dallo stimolo verrà filtrata dalla mente e potrà essere considerata neutra, oppure dare origine ad un desiderio o ad un’avversione nei confronti dell’oggetto stesso: questa è già una fase diversa e ulteriore rispetto dalla sensazione originale.
Le reazioni di desiderio o avversione, a loro volta, possono condurre ad un’intenzione.
Naturalmente esistono anche sensazioni che non producono desiderio e desideri che non conducono a nessuna intenzione, ma questo ragionamento serve solo per spiegare, in linea generale, il meccanismo mentale secondo cui, partendo da uno stimolo esterno quale è una sensazione, si giunge a compiere un’azione.
Dal momento in cui sorge un’intenzione, passa circa un quarto di secondo prima che abbia inizio l’azione che le corrisponde. Questo tempo di interiorizzazione è cruciale: è il momento in cui abbiamo la capacità di eseguire l’impulso o fermarlo. Possiamo dire che qui che risiede la nostra volontà, in questo minuscolo quarto di secondo.

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