I Santuari Shintoisti. Visita Guidata

Il Giardino Sacro

Ingresso all’Area Sacra

La Via verso il Kami

L’Edifico Sacro

 

I Santuari Shintoisti sono la manifestazione spontanea e concreta della Fede del Popolo giapponese verso i Kami.

Originariamente i Riti e le Cerimonie Shintoiste venivano officiati in luoghi dal profondo significato, fosse esso storico o anche solo causato dall’immagine della natura del luogo, da sempre la parte più importante dell’architettura e della cultura Shinto. Infatti, alberi, rocce, grotte, fiumi, montagne e, in definitiva, qualsiasi elemento della Natura, sono dei veri e propri “ricettacoli naturali” in cui si manifestano i Kami in maniera concreta e visibile e, dunque, sono oggetto di venerazione.

Il Santuario Shinto, in pratica, è solo il luogo dove l’essere umano può fisicamente mostrare la sua Fede nei confronti del Kami che, in quel paesaggio naturale, si manifesta. Infatti, lo scopo primario per cui un Santuario Shintoista viene edificato, è quello di fornire un luogo in cui il Kami possa soggiornare e, di conseguenza, risiedere nel mondo materiale, fornendo, con la sua presenza, protezione e soccorso agli uomini e al mondo stesso.

Una volta che il Kami è disceso, il Santuario diventa una sorta di terra di mezzo, il luogo di incontro tra i Kami che possono discendervi e gli esseri umani che vi si recano manifestando la propria devozione al Kami stesso.

Per questa ragione, per quanto le difficoltà urbanistiche o naturali possano rendere ardua l’edificazione di un Santuario, una volta che un Kami discende e decide di albergare nella Camera Interna, il Santuario diviene un’area sacra, anche nel caso che questa sia di dimensioni davvero piccole, o abbia una scomoda accessibilità.

santuari shintoisti

Può capitare che venga riconosciuta la presenza di un Kami in un particolare albero, magari secolare, oppure in una grotta, o in una roccia. In questo caso, come accadeva nei tempi più antichi, la presenza del Kami è segnalata dalla Shimenawa, una corda intrecciata, a volte anche molto spessa, da cui pendono nastri di carta dalla caratteristica forma a zigzag che richiama l’immagine stilizzata del fulmine. 

Nei santuari la Shimenawa è appesa per le estremità sopra l’ingresso della Camera Interna o dell’edificio che la ospita, dentro la quale risiede il Kami.

E’ importante notare che i Santuari Shintoisti non cercano mai di essere imponenti, decorati o sfarzosi: la protagonista è la Natura, manifestazione dei Kami, e tentare di offuscarla con costruzioni dell’uomo non solo non sarebbe in alcun modo utile ma risulterebbe anzi arrogante e offensivo. Nei Santuari vengono evitati anche i dipinti o altro genere di sculture.

Per queste stesse ragioni, i Santuari Shintoisti non sono affatto luoghi di propaganda o proselitismo, né di insegnamenti dottrinali. Anzi, non è raro trovare Santuari privi di alcun genere di figura religiosa che vi risiede, ma comunque frequentati dagli abitanti della zona o, in alcuni casi, perfino da pellegrini.

Attualmente si contano circa 80.000 Santuari ma solo 21.000 Sacerdoti, il che significa che più della metà dei Santuari Shintoisti sono sprovvisti di una figura ufficialmente incaricata della cura e della manutenzione.

Tuttavia è estremamente raro imbattersi in Santuari Shintoisti, per quanto edificati in luoghi impervi o perduti nel fitto dei boschi, che non siano in qualche modo sempre mantenuti in condizioni dignitose dai fedeli stessi che, nel prendersene cura, esprimono il loro prendersi cura del Kami che vi dimora.

Man mano che la civilizzazione occupava e urbanizzava gli spazi naturali, divenne indispensabile designare aree apposite per le aggregazioni religiose: così si spazia da piccole sale per una comoda preghiera dinnanzi alla manifestazione del Kami, a grandi complessi ricchi di svariati edifici compresi nell’Area Sacra.

Prima, però, di andare a scoprire questi elementi in una sorta di visita guidata, credo sia giusto spendere qualche parola par spiegare la meravigliosa arte dei giardini giapponesi.

 

Il Giardino Sacro

Il giardino giapponese nasce con i primi Santuari Shintoisti dallo stretto rapporto tra ideologia, spiritualità, meditazione e amore per la natura. L’intento è quello di creare un microcosmo ideale fatto di pietre, acqua, ponti e vari elementi naturali che ricreano in miniatura una raffinata versione del paesaggio giapponese: una sorta di paesaggio idealizzato e simbolico influenzato dall’idea buddhista di “paradiso”.

I giardini giapponesi sono nati sull’isola di Honshū, la grande isola centrale del Giappone, dunque nel loro aspetto fisico sono stati influenzati dalle caratteristiche distintive del paesaggio di quest’isola: aspre cime vulcaniche, valli strette e ruscelli impetuosi, cascate, laghi e spiagge pietrose. Sono stati anche influenzati dalla ricca varietà di fiori e diverse specie di alberi, sempreverdi in particolare, e dalle quattro stagioni ben distinte in Giappone: estati calde e umide e inverni nevosi.

I giardinieri-artisti nipponici prediligono forme astratte e minimaliste, bandiscono l’uso di linee rette o della simmetria a favore di percorsi sinuosi, che offrono al visitatore una serie di vedute attentamente studiate.

La visione dello spettatore viene così guidata lungo il percorso tra elementi nascosti e rivelati: pietre affioranti per attraversare un corso d’acqua, piccoli bacini di pietra (per lavarsi mani e bocca e simboli di purificazione prima della cerimonia), elementi nascosti che introducono a un’atmosfera di mistero.

Un altro accorgimento spesso utilizzato è la creazione di vedute e scorci che includono i cosiddetti “paesaggi presi in prestito”, ovvero elementi del paesaggio oltre i confini del giardino, quali montagne in lontananza, alberi, ecc., che sapientemente incorniciati diventano parte integrante del giardino stesso.

I giardini giapponesi sono classificabili in quattro tipi diversi.

  • Giardini del Paradiso, creati per evocare la Terra Pura o paradiso buddhista, sono formati da cosiddetti “paesaggi presi in prestito”, ovvero gli alberi e le montagne al di là dei confini dell’Area Sacra diventano parte integrante del giardino stesso, mentre le pietre formano sponde e isole rocciose.
  • Giardini del Paesaggio Secco, detti karesansui: veri e propri luoghi di meditazione adiacenti ai templi buddhisti; questi giardini, rappresentano la quintessenza del giardino giapponese e sono formati da rocce scelte di forma ambigua, collocate in un recinto di ghiaia rastrellata. Il giardino, in questo caso, viene visto come un luogo da meditare e rielaborare all’infinito, in quanto le rocce prive di connotazioni e caratteri particolari si prestano alle più svariate interpretazioni (a differenza del giardino cinese dove le rocce scelte ricordano elementi del paesaggio quali montagne o creature mitologiche come ad esempio i draghi).
  • Giardini di Passaggio, popolari nel periodo Edo quando venivano commissionati dai signori feudali (daimyo), sono giardini attraversati da sentieri sinuosi dove il paesaggio cambia ad ogni passo tra stagni, elementi rivelati e nascosti, “paesaggi presi in prestito”, ecc.
  • Giardini del tè, risalenti al periodo Momoyama (1568-1600), attraversati da un piccolo sentiero, con piante ai lati, che conduce alla casa del tè, una piccola sala cerimoniale (una cella) simile a una capanna. Il sentiero simboleggia il collegamento del mondo reale con quello della cerimonia del tè; gli elementi utilizzati, quali recinti di bambù, sono elementi semplici in linea con il rituale della degustazione del tè.

Il carattere contemplativo dei giardini giapponesi è sottolineato dalla possibilità di classificarli anche in base al modo in cui vanno guardati:

  • funa asobi sono creati intorno a un lago e andrebbero osservati da una barca;
  • gli shuyu si rivelano un po’ alla volta percorrendo il lungo sentiero sinuoso che li attraversa;
  • kansho si guardano da un unico punto di vista (tra questi rientrano i karesansui, ovvero i giardini secchi da meditazione curati e sorvegliati da monaci zen);
  • kaiyu, sono formati da tanti piccoli giardini disposti intorno a un lago centrale e a una casa del tè.

Ancora oggi i giardini della tradizione sono fonte di ispirazione per molti architetti e paesaggisti contemporanei giapponesi e nel resto del mondo. Nelle recenti creazioni però si avverte maggiormente l’intervento umano e la volontà di ricreare un ambiente esteticamente gradevole piuttosto che ricercare l’armonia e il rapporto simbiotico con la natura.

Il giardino giapponese tradizionale è tutt’uno con la natura ed è fonte di contemplazione e relax per l’individuo perché in questo microcosmo tutti i sensi e anche lo spirito vengono coinvolti: suoni di animali, piccoli giochi d’acqua, profumi, sensazioni estetiche irripetibili alla vista del mutare delle stagioni e naturalmente la pace e il rapporto profondo con il divino e con l’intima essenza dell’individuo.

 

 

Ingresso all’Area Sacra

 

Torii. Il primo elemento che si incontra quando si accede all’Area Sacra, che è anche l’elemento più caratteristico dello Shintoismo, è il torii, che costituisce la porta del tempio; spesso è dipinto di rosso vermiglio, ma non necessariamente.

Il Torii è un portale che conduce dal mondo materiale terreno a una “zona franca” tra il mondo degli uomini e quello dei Kami.

Anche se rappresenta l’ingresso all’Area Sacra, non è insolito trovare altri Torii lungo il sentiero che conduce all’edificio che contiene la Camera Interna, ad indicare l’immergersi in aree via via maggiormente sacre: in questo senso il passaggio attraverso vari Torii funge da purificazione.

Il Fushimi Inari Taisha di Kyoto è rinomato proprio per la presenza di lunghissimi corridoi di Torii che serpeggiano lungo tutta la collina fino a giungere all’edificio principale che ospita la Camera Interna.

La parola Torii in giapponese unisce i caratteri utilizzati per “uccello” (鳥) e “essere, stare, luogo” (居); ciò è dovuto alla somiglianza del Torii con un trespolo per uccelli.

Secondo una versione dei miti, quando la Dea del Sole Amaterasu si rinchiuse in una caverna per sfuggire al pestifero fratello Susanoo, causando un’eclissi, le persone, timorose di non rivedere più la luce del Sole, misero sopra ad un grosso trespolo di legno per uccelli tutti i galli della città. Il loro continuo cantare incuriosì la Dea e la indusse a sbirciare fuori dalla caverna. Approfittando del varco, uno degli Dèi aprì completamente l’ingresso, spingendo via la roccia e permettendo alla luce del Sole di illuminare ancora la Terra. Quel trespolo divenne il primo Torii.

Secondo alcune fonti autoctone, un tempo i Torii avevano proprio la funzione di ospitare i galli sacri dalla lunga coda e gli uccelli in generale, visti come messaggeri degli Dèi (tra l’altro questi particolari galli si trovano ancora in certi sacrari). È probabile che con il tempo venne dimenticato l’utilizzo primitivo e il Torii passò dall’essere un’uccelliera al diventare un portale sacro. 

L’origine storica di questo particolare ingresso è purtroppo sconosciuta: si hanno fonti che riportano come esso venisse anticamente utilizzato come portale d’ingresso per vari luoghi, più o meno legati alla religione e più o meno importanti, ma il suo significato è andato perduto ed è rimasta conservata l’usanza di utilizzarlo solo per i Santuari Shintoisti.

Tuttavia, con l’abolizione dello Shintoismo come Religione di Stato, questo limite è stato abrogato, dunque si possono trovare dei Torii in alcuni cimiteri o anche in mezzo a strade trafficate: in questo caso i Torii sono prettamente simbolici e ricordano la presenza dei Kami a proteggere e vegliare sulla popolazione (oltre ad esser meramente belli a livello architettonico ed estetico).

Vi sono casi in cui è possibile ritrovare il Torii anche in Templi Buddhisti: in questi casi è indubbio che vi sia un qualche tipo di influenza Shintoista nella zona, come ad esempio nel bellissimo Tempio Buddhista di Shinsenen, a Kyoto, dove si venera un Kami come manifestazione del Buddha.

Nonostante originariamente il Torii fosse una costruzione in legno molto semplice, col passare del tempo si è leggermente evoluto nello stile: il legno è stato in alcuni casi colorato di rosso, in altri casi è stato sostituito dalla pietra o addirittura dal cemento, ed alcune piccole differenze hanno generato degli “stili”.

Esistono più di venti stili di Torii che appartengono a due famiglie principali:

  • Shinmei torii, stile che utilizza solo travi diritte e che comprende sette varianti;  
  • Myōjin torii, di gran lunga la più comune, che utilizza anche travi ricurve e comprende nove varianti.

Tutte le varianti di Torii, in qualsiasi stile, sono costituite da nove elementi che caratterizzano il Torii stesso, non tutti sempre presenti:

  • il kasagi, la trave a cavallo delle due colonne
  • lo shimaki, una seconda trave a volte presente sotto il kasagi
  • il nuki, trave secondaria sotto il kasagie lo shimaki che collega e tiene insieme le due colonne
  • kusabi, cunei che fermano il nuki;
  • il gakuzuka, supporto situato tra shimakinuki a sostegno del primo e a volte recante un’iscrizione
  • gli hashira, le colonnecilindriche che sostengono la costruzione
  • daiwa, i capitelli delle colonne
  • daiishikamebara, le basi di queste ultime
  • nemaki, guaine nere (o a volte di altro colore) alla base delle colonne

Le colonne possono avere una certa inclinazione verso l’interno detta uchikorobi.

La variante più semplice del Tori è lo shime torii, composto da due hashira a cui è legata una shimenawa.

Una delle caratteristiche più affascinanti dei Santuari Shintoisti è quella di non esser mai chiusi: sebbene gli uffici e i locali adibiti alla vendita di amuleti e talismani abbiano degli orari di apertura e chiusura, in genere i Santuari Shintoisti non hanno porte ed è possibile visitarli a qualsiasi ora del giorno e della notte, ogni giorno dell’anno. Alcuni, tuttavia, per ragioni di sicurezza, hanno dei veri e propri cancelli, decorati e abbelliti, che vengono chiusi a determinati orari per preservare il Santuario stesso.

Se invece che in un Torii, ci si imbatte in un portale la cui architettura è molto più sfarzosa e il cui nome termina con il suffisso -mon, che significa “porta”, allora saremo alle porte di un Tempio Buddhista, piuttosto che un Santuario Shintoista.

 

Chozuya o Temizuya. La purezza e la pulizia, sia fisica che interiore, sono sempre stati elementi essenziali nello Shintoismo, cosicché appena si oltrepassa il Torii che indica l’ingresso all’Area Sacra, si trova il padiglione per il Rito delle Abluzioni necessarie per purificarsi prima di presentarsi dinnanzi al Kami.

Qui troviamo il chozuya cioè una  vasca contenente acqua, che può essere in pietra come in legno, di piccole o grandi dimensioni, con acqua corrente o meno, e lì saranno disponibili degli hishaku, dei mestoli che i fedeli usano per sciacquarsi le mani e la bocca versando l’acqua nella coppa della mano.

Il Rito viene effettuato in diversi modi, non vi è una sequenza precisa e prestabilita, tuttavia ecco un metodo perfettamente educato, considerando che i giapponesi tengono molto all’etichetta.

  1. Riempire il mestolo di acqua.
  2. Tenendo il mestolo con la mano destra, versare un po’ d’acqua sulla mano sinistra, sia sul palmo che sul dorso.
  3. Passare il mestolo nella mano sinistra e sciacquare allo stesso modo la mano destra.
  4. Prendere di novo il mestolo con la mano destra, versare un po’ d’acqua nella mano sinistra e sciaquare la bocca.
  5. Lavare di nuovo la mano sinistra.
  6. Tenendo il mestolo con la mano destra e posizionarlo verticalmente, in modo che l’acqua rimanente scorra lungo il manico per pulirlo.
  7. Riporre il mestolo.

Il tutto va fatto raccogliendo l’acqua solo una volta, quindi non esagerate con le abluzioni: è un rituale, non un modo per lavarsi! Questo piccolo rito è la versione ridotta del misogi, il bagno purificatore che i pellegrini compiono immergendosi nelle acque di un fiume posto all’interno del recinto sacro del tempio.

Il Padiglione delle Abluzioni è tipico dello Shintoismo tuttavia, essendo i giapponesi particolarmente amanti della pulizia e della purificazione, anche i templi buddhisti giapponesi sono forniti di questi oggetti.

 

La Via verso il Kami

 

Sando. Il sentiero che collega il Torii alla Camera Interna viene denominato Sando (la famosa area Omotesando a Tokyo, rinomata per i negozi di alta moda, deve questo nome proprio al fatto che è stata storicamente il viale che conduce al Santuario Shintoista Meiji Jingu). Questo viale attraversa il Giardino Sacro, un’area verde in cui possiamo trovare diversi elementi.

Ornamenti vari. Un ornamento che non manca mai sono le lanterne. Queste possono essere le classiche lanterne arancioni in bambù e carta, dette chochin, che di solito vengono utilizzate durante i matsuri, oppure bellissime lanterne in pietra o altri materiali. 

Lungo il sentiero possono trovarsi delle bandiere nella caratteristica forma giapponese (ovvero rettangolari, con il lato lungo che segue l’asta e il lato corto che se ne allontana), che rappresentano la presenza maestosa di un Kami e sono allo stesso tempo un’offerta. A volte riportano solo il nome del Santuario, altre volte i caratteri del Sole, della Luna o di vari animali (usanza, tuttavia, quest’ultima di influenza Buddhista). Le bandiere, comunque, vengono considerate solo per il loro scopo ornamentale, senza alcun simbolismo. 

Armi, scudi e gioielli possono essere trovati su speciali supporti dedicati: dove le armi rappresentano la forza nel voler difendere il Kami, gli scudi rappresentano il potere con cui il Kami difende i suoi fedeli.

Spada, gioielli e specchio sono la rappresentazione dei tre Augusti Tesori Imperiali: vengono visti come rappresentazione delle virtù Coraggio, Benevolenza e Saggezza.

Meno comuni, ma sicuramente di un certo impatto scenografico, possono essere i ponti sacri (come nel Santuario Tsurugaoka Hachimangu a Kamakura) o rappresentazioni di essi (come nel Santuario di Seimei a Kyoto).

L’Albero Sacro è un elemento spesso presente nell’Area Sacra, una lampante testimonianza dell’amore e del rispetto per la Natura proprio dello Shintoismo, onorato e rispettato in virtù della sua età, ben superiore a quella dei singoli uomini, facilmente identificabile grazie alla Shimenawa.

Una pianta sacra per lo Shintoismo è il Sakaki, ovvero la Cleyera japonica,  un albero sempreverde spesso presente nei Santuari, il cui nome sakaki è scritto con un carattere kanji che combina la radicale 木 ki “albero, legno” con 神 Kami “divinità, spirito”. 

Nelle offerte rituali ai kami, rami di sakaki vengono decorati con fettucce di carta (shide) così da ottenere un tamagushi .

 

Edifici vari. All’interno dell’Area Sacra si possono trovare diversi padiglioni prima di giungere all’edificio principale che custodisce la Camera Interna. 

Tra questi edifici possiamo trovare il Kaguraden, una zona adibita alle Danze Sacre dette Kagura. Un tempo la danza kagura  fu rigorosamente un’arte cerimoniale derivata da kami’gakari (divinatoria), ma in seguito si è evoluta in molte direzioni nell’arco di oltre un millennio.

Il Gishiki-den è un edificio che, in anni recenti, viene usato per matrimoni e altri riti non celebrati nell’Honden o Heiden.

Nei Santuari Shintoisti di dimensioni notevoli, è possibile trovare aree adibite a vari tipi di Cerimonie, utilizzate ad esempio nei più importanti Matsuri, come nel caso del passaggio di cavalieri in groppa a cavalli durante l’Aoi Matsuri presso i Santuari di Kamigamo e Shimogamo, in Kyoto, e addirittura delle Stalle Sacre ospitanti i cavalli protagonisti dei Matsuri, ma altre volte, come nel caso del Santuario Itsukushima, sull’Isola Sacra di Miyajima, possono ospitare anche delle statue, oppure dei magazzini che possono contenere, ad esempio, il Palanchino utilizzato durante i Matsuri.

Oltre a questi elementi possiamo trovare ancora altri edifici dedicati alla preghiera, al riposo del pellegrino, uffici pubblici dove si possono richiedere cerimonie private, la dimora del Sacerdote e della sua famiglia o anche eventuali edifici nel caso i Sacerdoti e/o i loro aiutanti vogliano o debbano fermarsi presso il Santuario.

Alcuni Santuari hanno dei Musei o Sale dei Tesori annessi (come, ad esempio, il Museo della Seconda Guerra Mondiale che si trova all’interno dei terreni del Santuario Shintoista Yasukuni, in Tokyo).

Vi sono infine dei Santuari che hanno degli spazi dedicati al Teatro Noh (forma tradizionale di teatro giapponese), al Sumo (lotta libera giapponese) e altro ancora, come ad esempio può essere il piccolo campo per il Kemari (un antico sport giapponese).

 

 

Bancarelle. All’interno del Giardino Sacro sono spesso presenti delle bancarelle ce vendono ogni sorta di talismano, amuleto e quant’altro.

santuari shintoistiEma. Nei pressi di queste bancarelle non manca un posto in cui appendere le tavolette votive dette Ema su cui scrivere i propri desideri, poiché ai Kami, durante la preghiera, si portano solo ringraziamenti e mai richieste. Queste tavolette sono distribuite sia nei Santuari Shintoisti che nei Templi Buddhisti.

“Ema” significa letteralmente “immagine di cavallo”, e il suo nome deriva forse dal fatto che in passato dei cavalli reali venivano offerti al santuario come messaggeri o servitori dei kami.

Gli ema sono, dunque, piccole tavolette di legno dalla forma di un pentagono irregolare di circa 20 cm di base.  

Durante i periodi Muromachi e Tokugawa, degli ō-Ema (grande ema) finemente dipinti venivano offerti in vari santuari-templi e poi esposti nell’emadō (sale dell’ema) come ringraziamento per qualche favore ricevuto, o anche solo per il loro valore artistico — una tradizione questa che continua tuttora.

Tra i produttori di ema si svilupparono ben presto delle norme e convenzioni pittoriche ben precise, così che, ad esempio, la figura di un cane indicava un parto facile, quella di un fallo la fertilità, quella di un lucchetto con sopra inciso l’ideogramma kokoro 心 che rappresenta il cuore sono invece un voto di astinenza. 

Di solito oggi si imprime su una faccia degli ema l’immagine dell’animale dello zodiaco cinese corrispondente per quell’anno — come ad esempio la figura del drago, del serpente, della scimmia ecc. — oppure anche il disegno o il simbolo del santuario in cui è stata acquistata la tavoletta.

Sull’altra faccia, invece, i visitatori scrivono il loro nome e il desiderio che si intende chiedere ai kami di esaudire, oppure un voto, un ringraziamento, o ancora un messaggio rivolto a uno spirito, a un antenato, a un parente defunto e perfino un bambino che si è abortito. In pratica, gli ema sono dei messaggi inviati tramite il Santuario al Kami o al Bosatsu. Gli ema utilizzati durante l’anno vengono ritualmente bruciati a Capodanno, così come accade anche per i talismani, gli ofuda e gli omamori.

Ofuda o Shinpu. Sono amuleti realizzati scrivendo il nome di una Kami, di un tempio o di un rappresentante del kami su un pezzo di carta, legno, stoffa o metallo. Si crede che un ofuda abbia il potere di infondere la protezione del Kami e viene generalmente apposto su una porta, una colonna o una parete per proteggere la casa e i suoi abitanti. Può anche essere apposto in posti specifici, ad esempio in una cucina per prevenire dagli incendi. Inoltre può essere posto all’interno dell’altare privato (kamidana), nelle dimore che ne hanno uno.

 

Omamori. Un altro oggetto caratteristico della cultura nipponica che si trova in vendita presso i Santuari sono gli Omamori, talismani costituiti da un sacchetto di stoffa decorata dentro cui è custodito un foglio ripiegato, oppure un pezzetto di legno, su cui è scritta una preghiera. 

Questa preghiera, secondo la credenza giapponese, contribuirebbe a proteggere chi la possiede e anche a raggiungere i propri desideri.

A differenza degli ofuda che proteggono tutta la famiglia, gli omamori sono personali.

Esiste un Omamori per ogni ambito della vita: amore, salute, fortuna, viaggi, successo ecc.

La forma più diffusa per realizzare gli Omamori, è quella rettangolare, ma la creatività, e anche l’intento della preghiera, fanno sì che esistano Omamori di varie forme, come ad esempio quelli con le sembianze di animali.

Ogni tempio poi, ha i suoi Omamori: a seconda della divinità e del tipo di protezione che essa offre ai propri adepti, gli amuleti prendono il nome del tempio di riferimento.

Oggi, esistono Omamori che si adattano ai tempi moderni: non solo sacchetti da applicare alla borsa, o da appendere in auto o in casa, ma anche piccoli Omamori da applicare al cellulare. Oltre ai tradizionali venditori che si trovano nei pressi dei Santuari poi, è possibile acquistarli in Giappone anche attraverso distributori automatici, e ovunque, sui siti internet.

 

Omikuji. Letteralmente significa “lotteria sacra” e consiste in un biglietto contenente una predizione divina, un oracolo scritto che si estrae pescandone una alla cieca da una scatola.

In alcuni Santuari sono venduti dalle sacerdotesse miko, in altri vi sono addirittura dei distributori automatici. 

Nel caso che la predizione sia buona il foglietto dovrebbe essere conservato, mentre quando la predizione è cattiva è consuetudine annodare il foglietto di carta ed attaccarlo ad un pino nel territorio del tempio.

La motivazione addotta per questa consuetudine è un gioco di parole sulla parola per “pino” (松 matsu) ed il verbo “attendere” (待つ matsu); il concetto sarebbe che la cattiva sfortuna attenderà presso l’albero piuttosto che attaccarsi a chi ha aperto il foglietto. 

 

Ishi-age. Esiste una pratica che consiste nell’appoggiare un sasso o un ciottolo su qualche superficie del santuario come atto devozionale eseguito durante un pellegrinaggio o una visita.

Il ciottolo ottenuto nei santuari o nei templi sarà così segnato con richieste o invocazioni, e il fedele lo porta con sé a casa. Quando una preghiera è stata esaudita, o un desiderio si è avverato, il ciottolo viene riconsegnato al santuario.

 

Richieste al Kami. La pratica più comune consiste, poco prima della preghiera, nel gettarvi dentro una moneta da 5 yen (la scelta è legata alla credenza che il numero cinque sia un numero fortunato per la somiglianza tra i suoni go en, appunto 5 yen, e goen, ovvero la versione onorifica di “rispetto” e  “relazione”).

Sopra questa cassetta per le offerte al Santuario è possibile trovare una campana da cui pende una corda oppure uno o più lembi di stoffa; questi ultimi vengono utilizzati per suonare la campana dopo che si è proceduti con l’offerta e prima della preghiera: si reputa che il suono della campana attiri l’attenzione del Kami e quindi renda la preghiera e i ringraziamenti offerti più facilmente ascoltati).

Molto frequenti sono dei box, posizionati di fronte alla zona per le offerte al Kami, nel Giardino Sacro: questi contenitori vengono utilizzati per le offerte al Santuario.

 

Komainu.  Sono i famosi “leoni cinesi”, ovvero due statue che assomigliano a un mix tra un leone e un cane, la cui bocca di uno è sempre chiusa mentre quella dell’altro aperta:la bocca aperta pronuncia la prima lettera dell’alfabeto sanscrito “a”, mentre quella chiusa pronuncia l’ultima lettera “um”, per rappresentare l’inizio e la fine di tutte le cose. Insieme formano il suono Aum, una sillaba sacra in diverse religioni come l’ Induismo e il Buddishmo.

Queste due statue sono poste ai lati dell’ingresso all’edificio, di fronte alla Camera Interna e svolgono la funzione di veri e propri guardiani: il loro scopo è sorvegliare l’area sacra, scoraggiare gli impuri di Fede nonché fermare e tenere fuori le negatività e gli spiriti maligni. In particolare per quest’ultima funzione vengono posti verso nord-est, poiché è da questa direzione che giunge il kimon, termine che identifica quell’energia responsabile di indurre le persone in tentazione, e liberamente traducibile in “cancello dei demoni a nord-est” o “creature che giungono da nord-est”. Secondo le credenze popolari cinesi la direzione nord-est è considerata particolarmente infausta e tale convinzione ha finito per influenzare le tradizioni giapponesi. 

Alcuni Santuari hanno altre figure, legate alla propria tradizione, come ad esempio il Santuario Fushimi Inari Taisha che ha delle volpi magiche (Kitsune) come guardiani, ma esistono anche Santuari in cui figurano cervi o scimmie.

Il cavallo, spesso presente, non è un guardiano ma è visto come un nobile animale (difatti in Giappone non vi è usanza di mangiare carne di cavallo, così come quella di coniglio, per lo stesso motivo) che funge da cavalcatura per i Kami.

Talvolta, l’ingresso all’edificio è presieduto dalle statue di dignitari seduti, armati di arco e frecce e vestiti alla moda dell’antica Corte Imperiale. Si dice che queste due eleganti figure rappresentino due mitici antichi Kami, di cui oggi poco si conosce, ma che hanno a cuore il preservare i Santuari.

 

L’Edificio Sacro 

 

Lo stile originario dell’edificio che contiene la Camera Interna è caratterizzato da colonne e pareti in legno naturale, di solito legno di hinoki, ovvero cipresso giapponese, il cui nome significa “albero del fuoco” in riferimento al suo colore rossastro. 

Gli stili architettonici degli edifici possono variare, ma se ne possono riconoscere fondamentalmente due:

  • il taisha zukuri (che è quello del santuario di Izumo) in cui l’entrata è frontale e vi si accede tramite una scalinata e che ricorda le case tradizionali;
  • il shinmei zukuri (che è quello del santuario di Ise) in cui si accede lateralmente e che ricorda i vecchi magazzini.

Qualunque sia lo stile, due sono gli elementi che non mancheranno mai e che rivelano alcuni dettagli sulla natura del Kami che vi risiede: i chigi e i katsuogi.

I chigi, che sono estensioni delle travi del tetto che si incrociano su entrambe le estremità dell’espulsivo e che proseguono la loro traiettoria per circa un metro formando la classica figura a X. Se le estremità sono tagliate verticalmente, esse indicano che il santuario ospita una divinità maschile, se invece sono tagliate orizzontalmente ospita una divinità femminile.

I Katsuogi  sono tronchi decorativi di piccole dimensioni posizionati ad angolo retto lungo la cresta del tetto. Se sono in numero pari il Kami è femminile, se sono dispari è maschile.

La Tradizione vuole che questi edifici vengano ricostruiti tali e quali ogni vent’anni, per assecondare l’ideale di rinnovamento e di purezza.

 

Tamagaki È la recinzione che racchiude l’Honden, il cuore di ogni Santuario Shinto, il sancta sanctorum del “sostegno materiale della divinità”. A seconda dell’importanza del tempio, queste recinzioni possono essere più di una. Inizialmente erano costituite da siepi di cleyera japonicasakaki in giapponese; era usata proprio questa pianta perché ritenuta sacra dallo shintoismo in quanto il suo kanji (ideato in Giappone e non mutuato dal cinese) racchiude gli ideogrammi di albero e di divinità. Oggi giorno possono essere fatte anche di legno o in muratura. 

 

Haiden. Lo spazio per le offerte al Kami, nonché per le preghiere di ringraziamento. Occorre notare infatti che non ci si presenta mai al Kami con delle richieste (queste vengono espresse nell’apposita area nel Giardino Sacro). L’Haiden è dunque lo spazio per le offerte al Kami, spesso rappresentato da un piccolo, basso tavolino di legno su cui vengono poste le offerte su vasi, piatti e altri contenitori di vario genere detti saisen.

 

Hobei  Presentazione delle offerte alla divinità. Comunemente il termine si riferisce all’offerta di un heihaku simbolico da parte dei fedeli, ma l’hōbei può consistere anche in altri oggetti come, ad esempio, gioielli, seta, della carta speciale, armi, denaro e altri utensili. In base alla persona che compie l’offerta (ad esempio, l’Imperatore), l’hōbei può anche essere usato per confermare il rango di un santuario.

 

Hairei. È una forma di venerazione individuale nei confronti dei Kami. Presenta diversi gradi di elaborazione e di formalismo, ma comprende di solito:

  1. l’avvicinarsi al kami,
  2. il presentare una piccola offerta (saimotsu) gettando delle monete nell’apposita cassetta (saisen-bako),
  3. l’inchinarsi una o due volte congiungendo le mani al petto ringraziando il Kami
  4. e poi battendo le mani (kashiwade) due o più volte sempre all’altezza del petto,
  5. e infine l’inchinarsi un’ultima volta di fronte al Kami come profondo saluto.

 

Gohei o Heihaku. Un oggetto che non manca mai nell’Haiden è il Gohei: un’asta alla cui estremità superiore vengono poste delle strisce di carta o stoffa bianca, sagomate seguendo una traiettoria zigzagante che ricordano molto la forma di un fulmine stilizzato, come nel caso della Shimenawa. La carta, come detto, è bianca anche se vi sono casi in cui essa è d’oro, d’argento o colorata di rosso, blu scuro o, al suo posto, vien utilizzato del tessuto ornato.

E’ di solito posta al centro del tavolo di fonte alle porte dell’Honden, proprio nel punto in cui esse si chiudono, oppure accompagna il kami laddove venga trasportato — come, ad esempio, nella processione shinkō-shiki.

In maniera simile al tamagushi, può essere usato come un’offerta (hōbei) al kami, può essere considerato uno shintai o, più semplicemente, può indicare la presenza del kami. Il suo uso deriva forse dall’antica pratica di presentare delle offerte di stoffa (saimotsu) al santuario, ma può anche essere considerato come un albero o un ponte simbolico attraversato dal kami per passare in questo mondo. Il termine è a

volte, ma erroneamente, usato per indicare lo shide, delle strisce di carta tagliate a zig-zag che pendono dallo shimenawa.

Molto spesso si potrà trovare sopra al tavolino anche uno specchio: questo è solo un oggetto simbolico, utilizzato per ricordare alcuni eventi mitici, quali la storia del Kami Amaterasu Omikami, e quindi non è oggetto di venerazione.

In quanto oggetto simbolico lo specchio è estremamente positivo e di grande impatto: di fronte ad uno specchio tutto si riflette, senza menzogne e senza difetti e lo specchio in sé non opera discriminazioni di sorta. Esso simboleggia quindi la purezza della Fede di chi si appresta alla preghiera verso i Kami.

Non a caso, in passato, sono esistiti esempi di “specchi magici” il cui potere era proprio quello di penetrare le illusioni per lo più effettuate da Oni o Yokai: ne è un pregiato esempio quello presente di fronte alla Camera Interna nel Santuario Yasukuni (Tokyo).

 

Haraigushi. Oltre questi due oggetti, è possibile trovare, posizionato su un lato del tavolo delle offerte, quello che, a prima vista, potrebbe sembrare un ombrellino di sottili strisce di bambù: questa è in realtà l’Haraigushi, la “bacchetta” per le Purificazioni e Benedizioni. Formata da un’asta di legno della lunghezza massima di un metro, dalla cui sommità discendono lunghi nastri di carta e alcuni, più corti, nastrini di lino.

Si trova normalmente collocato su un piedistallo cilindrico da cui viene estratta dal sacerdote o dalla sacerdotessa mediante un movimento conosciuto con il nome di sa-yu-sa (左右左 sinistra, destra, sinistra). Quindi, rivolgendosi verso il fedele o l’oggetto che deve essere purificato, la Hiraigushi viene dondolata verso sinistra (dal punto di vista di chi/cosa riceve la Purificazione), quindi destra e, infine, i nastrini finisco per esser gettati all’indietro sopra la spalla sinistra dell’officiante, con una funzione del tutto simile a quella di una “scopa spirituale”, in quanto scaccia, purifica e ripulisce l’area dalle negatività. A questo punto la Hiraigushi viene riposta nel suosupporto.

A volte, al posto dell’haraigushi, viene usato un piccolo ramo dell’albero sacro sakaki con attaccate delle strisce di carta (nusa). Questa versione ridotta dell’Haraigushi è chiamata ko-nusa.

 

Heiden. È una struttura situata tra l’Honden e l’Haiden, usata per le offerte e per la preghiera ma intesi come riti di rango superiore da quelli celebrati nell’Haiden, officiati da sacerdoti piuttosto che da fedeli.

 

Honden. La Camera Interna. Ed eccoci finalmente giunti al punto focale del Santuario Shintoista: la Camera Interna, un vero e proprio locale in cui soggiorna il Kami. In questa Camera un oggetto materiale vien utilizzato affinché sia possibile al Kami risiedere fisicamente nel Santuario. Questo oggetto, può essere di due tipi:

  • Shintai: un “corpo divino” un oggetto in cui il Kami si è letteralmente infuso, divenendo tutt’uno con questo.
  • Mitamashiro: un “sostituto dell’Augusto Spirito” un oggetto rappresentativo del Kami (un famoso esempio è lo Specchio del Grande Santuario di Ise che rappresenta il Kami Amaterasu Omikami, scelto poiché il Kami stesso, facendone dono alla Famiglia Imperiale, affermò che avrebbero dovuto riverire tale oggetto come fosse stata Ella stessa). Se questo oggetto è presente nella Camera Interna è basilare che questa non venga in alcun modo dissacrata: quindi non vi si può entrare, non si devono aprire le porte, l’oggetto non deve essere reso visibile, e non dovrebbe neppure essere fotografato.

Qualora l’oggetto dovesse essere rimosso, l’intero Santuario non avrebbe più alcuna connotazione sacra (potrebbe, però, ricoprire comunque uno scopo puramente storico).

La Camera Interna è sempre chiusa da due porte e sigillata tramite lucchetti, tranne in occasioni speciali (quali la Cerimonia del Matsuri, ad esempio) in cui viene aperta ma comunque viene protetta da tendaggi o simili. Sopra le due porte della Camera Interna si trova lo Shimenawa.

La Camera Interna altro non è che la riproduzione di una comune abitazione antica giapponese: la sua semplicità è la chiave della sua bellezza e il suo stile architettonico è unico al mondo.

 

Nel caso che in un Santuario si venerino più Kami, questi avranno ognuno una sua Camera Interna e un suo spazio per le offerte, con la grandezza e la centralità del posizionamento a decretarne i ruoli subordinati, in caso non vi sia una parità di ruolo. 

Bekku è il nome del Santuario secondario, ma la divinità presente non è né secondaria né inferiore rispetto a quella che risiede nel santuario principale.

Se il Santuario si dovesse espandere, queste due strutture potrebbero divenire più complesse e decorate e se ne potrebbero aggiungere di altre diverse, come anche la presenza di altre Camere Interne per la venerazione di altri Kami, tuttavia la (o le) Camera Interna e lo spazio per le offerte al Kami rimangono comunque il fulcro del Santuario e senza di esse non sarebbe possibile definire tale l’area.

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