Shichifukujin: le Sette Divinità della Buona Fortuna

Di tutto l’affollato e vivace pantheon giapponese, di cui ormai sono entrate a far parte anche numerose divinità buddhiste,  sette di loro, e soltanto sette, sono state scelte per rappresentare gli Déi della Buona Fortuna.

Sette è un numero sacro persino in Giappone, che incontriamo in espressioni come “i sette corpi celesti”, “i sette gioielli “e” i sette saggi del boschetto di bambù”. Si ritiene infatti che il culto delle Sette Divinità della Buona Fortuna abbia avuto origine nel periodo Muromachi a causa dell’influenza del tema iconografico cinese proprio dei Sette Saggi del Boschetto di bambù.

Alcuni però sostengono che il detto “sette buone fortune” abbia avuto origine nei “sette problemi e sette buone fortune” menzionate nel sutra Niō gokoku hannya haramitsu-kyō.

shichifukujinSin dal primo periodo moderno, le Sette Divinità hanno continuato a formare un soggetto popolare per la pittura, la scultura e le rappresentazioni popolari; le immagini delle sette divinità della fortuna che cavalcavano nella loro “nave del tesoro” divennero un argomento comune, ed anche i pellegrinaggi  nei santuari e nei templi facenti parte del circuito dedicato ai Sette, divennero un’attività popolare.

Questo breve mini-pantheon include:

Ebisu: era considerato un tutelare della pesca, del commercio e dell’agricoltura che portava benedizioni dall’altra parte del mare. Era stato anche identificato con l’antico kami giapponese Kotoshironushi.

Daikoku: si ritiene che sia stato originariamente un tutelare indiano della cucina chiamato Mahākalā, ma sulla base della omofonica lettura sino-giapponese del nome “dai-koku”, è stato identificato anche con il classico kami Ōkuninushi, assumendo il ruolo di  tutelare dell’agricoltura.

Bishamonten: era conosciuto in India come Vaiśravaņa, capo dei “quattro deva re” che fungevano da guardiani nazionali.

Benzaiten: era originariamente la dea indiana dell’acqua, Sarasvatī, ed è conosciuta in Giappone come protettrice della musica e dell’eloquenza (saggezza). 

Hōtei: si ritiene che la figura di Hotei si sia originata nel sacerdote Chan/Zen Qì-cĭ (Kaishi in gapponese) della dinastia dei Liang (907-923); è stato aggiunto ai Sette Dei della Fortuna per l’associazione con il suo atteggiamento contento.

Fukurokuju e Jorojin hanno avuto origine nel taoismo cinese, dove sono stati visti come personificazioni della stella polare meridionale che, secondo l’astrologia cinese, aveva giurisdizione sulla longevità umana. Durante il primo periodo moderno, Fukurōju e Jurōjin furono spesso identificati come la stessa divinità, con il risultato che la dea Kichijōten o le mitiche bestie chiamate Shōjō furono aggiunte per fare sette.

Kichijōten (o Kisshōten, Sk. Śrīmahādevī) era originariamente la dea indiana Lakshmi, che nel buddismo era interpretata come la consorte di Bishamonten e venerata come tutelare della bellezza, della fortuna e della ricchezza. Quando Kisshoutennyo è annoverato tra i sette Fukujin e Daikoku è considerato nella sua forma femminile, conosciuta come Daikokunyo o Daikokutennyo  tutte e tre le dee indiane della Tridevi sono rappresentate nel Fukujin.

Shōjō, è un termine che oggigiorno in Cina indica gli orangutan, ma in passato indicava animali mitologici simili a scimmie ma capaci di parlare, famosi per la loro passione per le bevande alcoliche.

 

 

Ebisu

shichifukujinEbisu è l’unico membro dei Sette che si ritiene abbia avuto origine in Giappone, senza nessuna influenza estera.

Originariamente conosciuto come Hiruko, il primo figlio di Izanagi e Izanami, si diceva fosse nato senza ossa a causa della trasgressione della madre durante il rituale del matrimonio, avendo preso l’iniziativa parlando per prima.

Hiruko fu abbandonato in mare, sopra una barca di canne, e le correnti fluttuanti lo cullarono trasportandolo fin sulle rive dell’antico Hokkaidō. Qui venne raccolto e curato dall’Ainu Ebisu Saburo. Hiruko crebbe e superò i suoi handicap: rimase un po’ paralizzato e sordo, ma comunque sviluppò un buon carattere sempre allegro, fino a diventare “Il Dio che ride”.

Il nome Ebisu è stato scritto in diversi modi, con diversi caratteri kanji in varie combinazioni, ma né l’attribuzione del nome né le caratteristiche del Kami sono ambigue e, comunque, l’etimologia del nome Ebisu è sempre stata legata alla parola emishi, che significa “straniero” o “barbaro”.

shichifukujinÈ spesso raffigurato con un cappello nero, con una canna da pesca in una mano e un grande orata o spigola nell’altra. Anche le meduse sono spesso associate a Ebisu e i ristoranti giapponesi fugu,  che sanno preparare e cucinare il velenosissimo pesce palla, spesso incorporano Ebisu nel loro motivo.

Per questa sua rappresentazione, Ebisu è considerato il dio dei pescatori, e alcuni ritengono che sia questa la sua prima versione, mentre la sua origine come Hiruko sia stata una concezione molto più tarda, dopo che il culto si era diffuso tra i mercanti. 

Si è anche teorizzato che fosse originariamente un dio noto come Kotoronushi no Mikoto, figlio di Ōkuninushi,  Gran Maestro della Terra,  sovrano del mondo invisibile, degli spiriti e della magia. Si crede che sia un dio della costruzione della nazione, dell’agricoltura, degli affari e della medicina.

Questa coppia padre-figlio è la medesima Ebisu-Daikoku, che in alcuni versioni dei miti sono appunto padre e figlio, oppure maestro e apprendista. Entrambi vengono spesso esposti come divinità gemellate dai piccoli negozianti. Talvolta sono raggiunti anche da Fukurokuju, e allora sono detti  i Tre Dei della Buona Fortuna.

Nei villaggi costieri, Ebisu è spesso adorato in piccoli santuari (hokora) come una divinità molto generosa per i pescatori, e ogni anno all’inizio della stagione della pesca, è usanza che i capitani e i giovani uomini si immergano con gli occhi bendati nell’oceano per poi riportare indietro delle rocce in cui poi sarà sentito il Kami Ebisu. Allo stesso modo, anche balene, squali, delfini che si spiaggiano e persino cadaveri umani trovati galleggianti nell’oceano possono essere visti come Ebisu.

Col tempo, il culto di Ebisu si è diffuso tra i mercanti e così la sua divinità ha assunto caratteristiche come tutelare del commercio, celebrato nel festival Tōka Ebisu, che si tiene ogni 10 gennaio nel santuario Nishinomiya a Hyōgo e nel tempio Imamiya Ebisu di Osaka.

I santuari di Ebisu come tutelare dei mercanti furono dedicati all’interno del tempio Tōdaiji a Nara nel 1163 e a Tsurugaoka Hachimangū di Kamakura nel 1253, e gradualmente attirarono la devozione dei mercanti, in concomitanza con l’espansione del commercio. 

Alcuni villaggi di montagna usano il nome Ebisu per riferirsi al loro Kami della montagna (Yama no Kami), suggerendo che il culto di Ebisu si è sovrapposto al viaggio annuale dei kami dei campi (ta no kami) e dei kami delle montagne. E così il nostro Ebisu ha asssunto un ruolo aggiuntivo anche come Kami dell’agricoltura. Assumendo le caratteristiche di un Kami dei campi  che porta abbondanti raccolti, Ebisu viene venerato con offerte di piantine da trapianto di riso all’inizio di ogni anno.

La festa di Ebisu si celebra il ventesimo giorno del decimo mese, (20 ottobre), il Kannazuki detto il mese senza dei. Nella tradizione shintoista si diceva che, in questo giorno, gli otto milioni di Kami del Giappone lasciavano i loro santuari e si riunivano ogni anno a Izumo Taisha . Lì il mese era conosciuto come Kamiarizuki ( 神 在 月 ) , “il mese in cui gli dei sono presenti”. Tuttavia, il carattere 無, che normalmente significa “assente” o “non c’è”, era qui probabilmente originariamente usato come ateji, che è usato solo per il suono “na”. In questo nome il na è in realtà una particella possessiva, quindi Kaminazuki significa “mese degli dei”, non “mese senza dei”. 

Tuttavia, questo è stato comunemente interpretato nel senso che, poiché in quel mese, tutti i Kami si radunano nel santuario di Izumo, non ci sono dei nel resto del paese ad eccezione di Hiruko che, essendo sordo, non sente la convocazione ed è quindi ancora disponibile per l’adorazione.

 

 

Daikokuten

shichifukujinDaikoku, diminutivo di Daikokuten, è comunemente raffigurato in piedi su due balle di riso, con una poderosa mazza di legno nella mano destra e un sacco pieno di tesori sulla spalla sinistra. Nelle vicinanze ci sono spesso dei topi, che indicano l’abbondanza del cibo. Talvolta la mazza è chiamata Uchide no kozuchi, altrimenti noto come “maglio della fortuna”: si tratta di un martello magico che può far materializzare qualsiasi cosa si desideri. 

Si dice che l’identità di Daikoku sia originata dalla divinità indiana Mahākalā, variamente descritta come un’incarnazione di Shiva, conosciuto per la distruzione, oppure come un’incarnazione di Daijizaiten, un nome giapponese alternativo per uno Shiva che agisce come un Dio della guerra.

In questa forma, Daikokuten è stato a volte raffigurato con tre facce accigliate e sei braccia. D’altra parte, secondo il Nankai kikinaihōden compilato dalla dinastia Tang Yì-Jìng (Jp. Gijō, 635-713), i templi buddisti in India incastonarono Daikokuten sui pilastri della cucina, come un dio della fortuna, raffigurandolo mentre regge un sacco con due braccia di colore nero.

Fu questo il culto di Daikokuten che il fondatore della setta Tendai Saichō introdusse in Giappone, dando luogo alla pratica di venerare Daikokuten come tutelare della cucina nei templi Tendai giapponesi, e portando anche all’usanza di chiamare le mogli dei preti “Daikoku-san”. Fu in questo passaggio che Daikoku assunse la sua piacevole espressione serena al posto dello spaventoso cipiglio che aveva in India.

Una volta giunto in Giappone, lo sviluppo dei concetti di shinbutsu shūgō, ovvero la fusione di Kami con le divinità buddiste, a cominciare dal periodo medievale, portò all’associazione di Daikoku con il nativo Kami Ōkuninushi, basandosi sulla somiglianza omofonica dei caratteri sino-giapponesi usati nei loro nomi: ōkuni può anche essere letto come daikoku.

Okuninushi  è un Kami conosciuto con numerosi nomi alternativi, ma il nome Ōkuninushi che significa Maestro della Terra Grande è stato dato per rappresentare l’intera gamma degli attributi del kami.  Secondo il Kojiki, Unkuninushi accompagnò i suoi ottanta fratelli maggiori che andavano a corteggiare la fanciulla Yagamihime nella provincia di Inaba, la quale scelse di sposare Okuninushi causando grave malcontento. Fu durante la strada per arrivare a Inaba, che Okuninushi incontrò il coniglio bianco, che è divenuto poi il suo messaggero. 

Nel tardo periodo Muromachi, Daikoku venne inserito, insieme a Ebisu, tra le Sette Divinità della Buona Fortuna, e quindi entrò a pieno titolo  nel culto emergente Shichi Fukujin.

L’usanza di incastrare Daikoku ed Ebisu insieme era già presente quel periodo, in quanto aveva avuto origine dal fatto che l’oggetto principale di culto (saijin) nel Santuario Nishinomiya era Ebisu Saburō, una figura che, tuttavia, fu identificata simultaneamente con Ōkuninushi no kami e Kotoshironushi no kami.

Alla fine, comunque, Ebisu venne identificato come Kotoshironushi no kami da solo, lasciando quindi Daikoku (Ōkuninushi) come una figura separata.

Alla fine di questo processo, le due divinità Ebisu e Daikoku venivano incastonate nelle case nella zona della cucina, i mercanti li adoravano i come numi tutelari del successo commerciale e gli agricoltori li veneravano come tutelari della risaia.

Il compendio di Butsuzōzui del 1690 (ristampato ed espanso nel 1796) elenca ed illustra sei diverse manifestazioni di Daikoku, inclusa la forma femminile conosciuta come Daikokunyo, “Lei della Grande Nerezza”, o Daikokutennyo “Lei della grande oscurità dei cieli “.  Come Daikoku è la forma nipponizzata del Mahākāla maschile, Daikokutennyo è la forma nipponizzata del Mahākāli femminile.

Quando Daikoku è considerato il Daikokutennyo femminile e Kisshoutennyo è annoverato tra i sette Fukujin , tutte e tre le dee indiane Tridevi sono rappresentate tra i Fukujin.

I giapponesi hanno mantenuto il simbolo di Mahakala come monogramma: i pellegrini che scalano il santo Monte Ontake indossano tenugui (una specie di sciarpa bianca) con la sillaba del seme di Mahakala.

 

 

Bishamonten

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Bishamonten

Bishamonten è chiamato anche Bishamon, oppure Tamonten (abbreviato in Tamon) che significa “che ascolta molti insegnamenti”, perché è visto come il guardiano dei luoghi in cui predica il Buddha.

Bishamonten è una divinità sincretica, dio della guerra e dei guerrieri, punitore dei malfattori e simbolo di autorità. 

Tradizionale custode dei templi shinto, generalmente è rappresentato in armatura, con una lancia in una mano ed intento a sorreggere con l’altra mano una pagoda dorata rappresentante il forziere divino, il cui contenuto egli al contempo protegge e distribuisce. 

Abbiamo detto che Bishamon è una divinità sincretista, infatti unisce la divinità buddhista Vaisravana con Il Kami Shinto Yahata no kami, che nel pantheon buddista dell’VIII secolo divenne Hachiman, il protettore dei guerrieri, ma anche il protettore divino del Giappone , del popolo giapponese e della casa imperiale e del clan Minamoto (“Genji”), tanto che la maggior parte dei samurai lo adoravano. 

Hachiman

Il nome Hachiman significa “Dio dagli Otto Stendardi”, in riferimento agli otto stendardi celesti che indicavano la nascita dell’imperatore divino Ōjin . Il suo  animale simbolico e messaggero è la colomba .

Bishamon è considerato uno dei Quattro Re Celesti, che in Giappone sono detti Shitenno: quattro divinità buddiste  che provengono dalla versione indiana di Lokapalas , ognuno dei quali sorveglia una direzione cardinale del mondo.

Dunque, Bishamonten corrisponde a Vaiśravaṇa (sanscrito),  che a sua volta è fondato sulla divinità hindu Kubera.

Kubera è considerato il reggente del Nord ( Dik-pala ) e i suoi numerosi epiteti lo esaltano come il signore di numerose specie semi-divine e il proprietario dei tesori del mondo. Kubera è spesso raffigurato con un corpo paffuto, ornato di gioielli e con un vaso per soldi e un bastone.

Kubera

Sebbene le divinità buddista Vaisravana e la divinità hindu Kubera condividano alcune caratteristiche ed epiteti, ognuna di esse ha diverse funzioni e miti associati. 

Inoltre Vaiśravaṇa è diventato un personaggio nella religione popolare, in questo modo ha acquisito un’identità parzialmente indipendente dalla tradizione buddista. E’ il guardiano della direzione settentrionale, e la sua casa si trova nel quadrante settentrionale del livello più alto della metà inferiore di Sumeru . È il capo di tutti gli yakasa.

È spesso ritratto con una faccia gialla. Porta un ombrello o un parasole (chatra) come simbolo della sua sovranità. A volte viene anche esibito con una mangusta , che spesso mostra espellendo i gioielli dalla sua bocca, come simbolo di generosità. La mangusta è il nemico del serpente, un simbolo di avidità o odio.

 

 

Benzaiten

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Benzaiten

Conosciuta anche come Benten o Benzaitennyo, dove tennyo si traduce come “dea”: infatti è la dea di tutto ciò che scorre: dall’acqua, alla musica, alle parole e, per estensione, al discorso, all’eloquenza, alla conoscenza.  A volte viene chiamata Myoonten, “dea dei suoni meravigliosi”.

Il culto di Benzaiten arrivò in Giappone tra il VI e l’VIII secolo, principalmente attraverso le traduzioni cinesi del Sutra della Luce Dorata , che ha una sezione dedicata a lei. Benzaiten è anche menzionata nel Sutra del Loto. Viene spesso raffigurata tenendo un biwa , un liuto tradizionale giapponese, proprio come Saraswati tiene in mano una vina . 

Poiché il Sutra della Luce Dorata prometteva la protezione dello Stato, in Giappone Benzaiten fu inizialmente una divinità protettrice innanzitutto dello Stato e poi del. Infine, divenne una delle Sette Divinità della Buona Fortuna quando il suo nome venne scritto con caratteri sino-giapponesi diventando appunto Benzaiten, che enfatizza il ruolo nel conferire fortuna monetaria. 

I caratteri originali usati per scrivere il suo nome leggevano “Biancaitian” in cinese,  che in giapponese divenne foneticamente “Bensaiten”, e riflettono il ruolo di dea dell’eloquenza.

Benzaiten è l’equivalente giapponese della dea hindu Saraswati . Nel Rig-Veda Saraswati ha il merito di aver ucciso il Vritra a tre teste noto anche come Ahi, “serpente”. Vritra è anche fortemente associato con i fiumi, come lo è Saraswati. 

Saraswati

Questa è probabilmente una delle fonti della stretta associazione di Sarasvati/Benzaiten con serpenti e i draghi in Giappone. La stessa Benzaiten e un drago a cinque teste sono le figure centrali dell’Enoshima Engi , una storia dei santuari di Enoshima scritta dal monaco buddista giapponese Kōkei nel 1047 d.C. Secondo Kōkei, Benzaiten è la terza figlia del drago-re di Munetsuchi (letteralmente “lago senza calore”), conosciuto in sanscrito come Anavatapta , il lago che giace al centro del mondo secondo un’antica visione cosmologica buddista.

Documenti precedenti come quelli registrati dai monaci buddisti collegano l’aspetto periodico delle comete con la dea Benzaiten. Ad esempio, la cometa che apparve nel 552 d.C. e di nuovo alla fine del 593 d.C. erano associati alla divinità Benzaiten. 

Questi documenti suggeriscono che lo scambio di idee culturali e spirituali dal buddismo e dall’induismo in India al Giappone, avvenne molto prima del V secolo. 

Il culto di Benzaiten arrivò in Giappone tra il VI e l’VIII secolo, principalmente attraverso le traduzioni cinesi del Sutra della Luce Dorata , che ha una sezione dedicata a lei. Benzaiten è anche menzionata nel Sutra del Loto. Viene spesso raffigurata tenendo un biwa , un liuto tradizionale giapponese, proprio come Saraswati tiene in mano una vina . 

Benzaiten è un’entità sincretica con un lato sia buddista che shintoista . Benzaiten era adorato come personificazione della saggezza nel periodo Tokugawa.

 

 

 

Hotei

shichifukujinMeglio conosciuto nel mondo occidentale come il Buddha che Ride, Hotei è probabilmente il più popolare degli dei. La sua immagine abbellisce molti templi , ristoranti e amuleti .

La divinità ha origine da Budai, un monaco cinese semi-storico della scuola Chan (scuola cinese del Buddhimo Mahayana), vissuto presumibilmente introno al X secolo, nel regno Wuyue. La prova testuale principale della sua esistenza è la presenza di Budai in una collezione di biografie dei monaci buddisti zen conosciuta come “Jingde Chuandeng Lu”.

Il suo nome, Budai, che in giapponese è diventato Hotei, significa letteralmente “sacco di stoffa”,  e si riferisce alla borsa con cui la divinità viene convenzionalmente raffigurata: un monaco grasso e calvo che indossa una semplice veste, con un sacco in cui trasporta i suoi pochi oggetti mentre vaga senza meta per il mondo, povero ma felice. Infatti sul suo viso spicca un sorriso gioioso, che esprime una personalità allegra e spiritosa,  dallo stile di vita eccentrico, che lo distinguono dalla maggior parte dei maestri e delle figure buddiste. Da qui il suo soprannome in cinese, il “Buddha che Ride”. Si narra che Hotai fosse solito intrattenere i bambini che lo seguivano adoranti, e che fosse conosciuto per il gesto di accarezzarsi felicemente la sua grande pancia, e che fosse in grado di predire le condizioni meteorologiche ed anche di rivelare alle persone la loro fortuna. Il monaco errante era incline a dormire ovunque arrivasse, anche all’aperto, perché i suoi poteri mistici potevano allontanare il freddo pungente della neve ed il suo corpo non veniva toccato. In una nota datata 916 d.C., che il monaco stesso scrisse di suo pugno poco prima di morire, afferma che egli è un’incarnazione del Maitreya , il Buddha del futuro.

Budai fu uno dei tanti “santi non salvati” (in cinese: sansheng) che furono incorporati nel Pantheon di Zen, in rappresentanza della felicità, della contentezza e dell’abbondanza. Tuttavia simili figure “eccentriche” non furono mai inserite ufficialmente nella linea del patriarcato Chan, proprio perché non rientravano nel lignaggio patriarcale per legittimità, ma la loro personalità e le qualità peculiari esprimevano l’impegno della tradizione Chan verso un’idea di “risveglio”, che favoriva la diffusione del culto ampliando così la congregazione.  

In definitiva, Budai era riverito sia dal punto di vista folklorico come uno strano monaco vagabondo e come nuovo personaggio all’interno del contesto della tradizione Chan,  una sorta di “sacerdote mendicante” che portava abbondanza, fortuna e gioia a tutti quelli che incontrava, con l’aiuto della sua mistica borsa “sacco di stoffa” che, malgrado misera, rappresentava l’abbondanza.

Il Buddhismo Zen fu trasmesso al Giappone intorno al XIII secolo, i devoti monaci e laici della zona utilizzarono la pittura figurativa per ritrarre i personaggi centrali di questo periodo di “risveglio” dell’arte Zen.

Fu così che in Giapone, Hotei è diventato la divinità della felicità, della contentezza, e dell’abbondanza. 

Come dimostrano le immagini, Budai è esultante quando è in presenza di altri, in particolare dei bambini, mentre quando è raffigurato con i Sette Dei della Buona Fortuna mantiene un volto solenne o addirittura depresso.

 

Fukurokuju 

shichifukujinFukurokuju dal giapponese fuku  “felicità”, roku  “ricchezza” e ju  “longevità”, è il dio della saggezza e della longevità.

Viene raffigurato come un uomo con la fronte alta, calvo, con lunghi baffi, che porta sempre un bastone. Si dice che il libro sacro legato al suo bastone contenga la vita di ogni persona sulla Terra.

Suoi compagni sono una tartaruga, simbolo di lunga vita, e una gru, simbolo di saggezza.  Altri ritengono che fosse una reincarnazione del dio taoista Xuanwu.

È stato anche ipotizzato che Fukurokuju sia un’assimilazione giapponese degli Dei cinesi delle tre stelle (Fulushou), che sono:

  • Fu (福), Fuxing福星, si riferisce al pianeta Giove e rappresenta la prosperità
  • Lu  (禄), Luxing禄 星, è Zeta Ursae Majoris e rappresenta la saggezza
  • Shou  (壽), Shouxing寿星, è α Carinae ( Canopus ), la stella del polo sud nell’astronomia cinese, e rappresenta la longevità.

In particolare si ritiene che Fukurokuju corrisponda a Lu.

Fukurokuju non è stato sempre incluso nelle prime rappresentazioni dei Sette in Giappone. Fu invece sostituito da Kichijōten (dea della fortuna, della bellezza e del merito). Ora è un membro stabile dei Sette Dei della Buona Fortuna, l’unico che ha la facoltà di resuscitare i morti.

A volte viene confuso con Jurōjin , un altro dei Setti Dei della Fortuna che, secondo alcuni, è il nipote di Fukurokuju; alcuni ritengono persino che i due condividano lo stesso corpo, per quanto sono confusi.

 

Jurōjin o Gama

shichifukujinJurōjin è conosciuto anche come Gama e rappresenta la longevità . Viene spesso visto con un ventaglio in una mano e un bastone nell’altra. A volte è accompagnato da un cervo nero: antiche leggende dicono che un cervo diventa nero se ha più di 2000 anni. 

Jurōjin ha origine da una divinità taoista cinese che, prima di raggiungere la divinità, era un eremita della dinastia Song, noto per aver compiuto miracoli nel periodo della canzone del nord (960-1127). In Cina, questo eremita incarna i poteri celesti della stella polare del sud. Si dice anche che, durante la sua incarnazione umana, fosse un sennin, un filosofo che potrebbe esistere senza mangiare cibo. Ad ogni modo potrebbe essere stato una figura storica del periodo.

Mentre i dipinti e le statue di Jurōjin sono considerati di buon auspicio, questa divinità non ha mai sviluppato un seguito indipendente dagli altri del gruppo dei Sette Fortunati.

È raffigurato come un vecchio di bassa statura, per tradizione meno di 3 shaku (circa 90 centimetri), con una lunga barba bianca.

Jurōjin è spesso confuso o identificato con Fukurokuju.

 

Kichijōten

shichifukujinKichijōten è la dea giapponese corrispondente alla hindu Lakshmi, dea della ricchezza, fortuna e prosperità, moglie e shakti (energia) di Vishnu, una delle principali divinità dell’Induismo e dell’Essere Supremo nellaTradizione Vaisnavista . 

Con le dee Parvati e Saraswati , Lakshmi forma la Tridevi, la santa trinità.

Kichijōten era popolare in Giappone già nel periodo Nara, rappresentata nell’arte come una bella dama, vestita di preziosi costumi e ornata di raffinati gioielli, ripresa in piedi su un fiore di loto ed evidenziata nei suoi attributi, cioè la perla o la collana che tiene nella mano.

Spesso è raffigurata quale accolita di Kannon (Avalokiteśvara) o di Bishamonten (Vaisravana).

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