Volo al Sabba

Volo al sabba. Incisione tratta dal Compendium Maleficarum di F.M.Guaccio, 1608, Milano.

 

 

Il corteo di streghe, stregoni e spiriti infernali di cui si ha notizia attraverso le deposizioni delle imputate di stregoneria, è definito in molti testi “Gioco di Diana”. Diana è chiamata nei processi “Signora del gioco”, dove “gioco” traduce il latino ludus, nel significato di “luogo dove s’impara” o anche di “passatempo dilettevole”.

Il termine Sabba, etimologicamente identico alla parola Sabato, pare abbia origine da una antica tradizione riguardante la festa della Luna Piena (shabat = cessare; la luna smette di crescere), evento durante il quale si celebrava una festa gioiosa. Margaret Murray, ne “Le streghe nell’Europa Occidentale” suppone invece che il termine derivi dal verbo “s’esbattre” che significa sollazzarsi, definizione particolarmente adatta alla gaiezza dei convegni stregonici.

Sempre in tema di gaiezza e festosità dei Sabba, riportiamo dal libro della Murray il testo della dichiarazione, resa da una donna inquisita per stregoneria, che definisce la riunione notturna del Sabba come un vero paradiso, dove si provano piaceri tanto grandi da non potersi dire: “Per quelli che lo frequentano, il tempo trascorre così veloce tra ogni specie di divertimento, e il ritorno a casa è proprio un dispiacere”.

Secondo altre fonti, la parola “Sabba” deriva da Sabazio, o Bacco, divinità corrispondente al dio Dioniso dei greci, in onore del quale si celebravano i Baccanali, ovvero riti orgiastici.

In effetti anche nel Sabba vi era una forte componente sessuale, anzi diciamo pure una grandiosa Epifania delle forze vitali liberate, in cui le streghe rinnovavano e ripetevano la protesta della Lilith biblica, prima moglie di Adamo che, rifiutatasi di sottomettersi all’atto sessuale (sottomettersi letteralmente, cioè non voleva star sotto), fuggì sul Mar Rosso per accoppiarsi con dei demoni, rivelando così il proprio furore ma anche tutta la potenza ferina della sessualità femminile.

Mediante le confessioni estrapolate alle imputate sotto tortura, la Chiesa ottenne numerose prove concrete del fatto che le streghe si riunissero di notte, generalmente in luoghi solitari, nei campi o sui monti, per la grande cerimonia del Sabba. Nel corso del XVI e del XVII secolo, molte donne confessarono di essersi recate in volo ai Sabba, e che anche qualche uomo vi prendesse parte.

Uno o due giorni prima del Sabba, la strega riceveva l’intimazione di parteciparvi da parte di un demone appositamente delegato, e non poteva esentarsene, se non per un più che valido motivo. Si racconta che, quando una strega era chiamata al Sabba, fosse impossibile trattenerla, in quanto capace di superare ogni ostacolo per rispondere alla chiamata del diavolo.

Quando giungeva l’ora del convegno, la strega si sentiva chiamare dalla voce del demonio, apparentemente umana. Allora si ungeva con un unguento particolare di cui, si diceva, avessero ricevuto la ricetta dal Diavolo stesso.

Pare che l’unguento fosse ricavato dal grasso bollito di bambini non battezzati, rapiti e poi uccisi o esumati dalle tombe, quindi messi a cuocere con sedano, aconito, fronde di pioppo e fuliggine, fino allo spappolamento della carne. Quindi la parte più solida veniva usata come unguento per le pratiche magiche e le metamorfosi, mentre quella più liquida veniva versata in un fiasco o in un otre, pronta per essere bevuta .

La ricetta ovviamente varia a seconda delle testimonianze, comprendendo altri ingredienti, quali: pentafillo, sangue di pipistrello, grasso di maiale, solanum niger e olio. L’unguento satanico più noto è composto da grasso umano o di maiale e hascish, a cui vengono aggiunti un pizzico i fiori di canfora, di rosolaccio, semi di girasole pestati e radice di elleboro. Il tutto veniva scaldato e poi assunto dalla strega che se lo strofinava dietro l’orecchio, sul collo, sul torace, ma soprattutto sui seni e sui capezzoli, pronunciando irripetibili parole oscene e blasfeme.

L’unguento veniva strofinato sul corpo fino ad arrossare far bruciare la pelle, in modo da dilatare i pori per assorbirlo al meglio, ma anche affinché la pelle diventasse liscia e pronta alle carezze erotiche. Quindi, la strega era pronta per uscire.

La via naturale per uscire di casa non era certo la porta, ma neanche una finestra: era il camino. Il misterioso cunicolo che fungeva da comunicazione abituale col cielo. Quindi la strega si infilava su per il condotto e, dopo questa mirabolante performance, incontrava il demone che era passato a prenderla in forma di un’improbabile capro o ariete alato, gli saliva in groppa e in brevissimo tempo raggiungeva il luogo dalla riunione.

In seguito pare che le streghe si emanciparono e non ebbero più bisogno che un demone galante le passasse a prendere, ma giungevano al Sabba in maniera del tutto autonoma, volando a cavallo della propria scopa. A poco a poco, i mezzi di trasporto delle streghe comprendevano sedie, pale, bastoni, e chi più ne ha più ne metta.

Comunque il mezzo di trasporto per eccellenza era la scopa che, col passare del tempo, addirittura si evolse tecnologicamente. Nelle raffigurazioni più antiche era tenuta verso il basso, mentre nel XVI sec. era raffigurata rivolta verso l’alto , per di più con una candela accesa posta sul manico, forse come prototipo di fanale atto a rischiarare il volo notturno. Ad ogni modo anche questo dettaglio contribuì a conferire un aspetto ancora più sinistro al volo al Sabba delle streghe.

sabbaSecondo alcuni autori, l’andare a cavallo di una scopa o di un bastone indicava l’atto della masturbazione femminile, in cui il bastone o manico rappresentavano appunto l’oggetto del desiderio. Anche l’unzione preventiva sembra avvalorare questa tesi psicologa senza dubbio valida, in quanto simbolicamente rappresenta gli umori sessuali.

Tuttavia non bisogna dimenticare che la scopa ha una valenza particolare in diverse culture. In origine, nel nord Europa, la scopa era ottenuta tagliando un gambo di ginestra con un ciuffo di foglie alle estremità.

A questa pianta venivano attribuite notevoli proprietà magiche relative alla fertilità, ma anche proprietà distruttive, in quanto nelle culture arcaiche il bene e il male potevano derivare da un’unica entità.

Pertanto, vi era la credenza popolare secondo cui spazzare la casa con un ramo di ginestra nel mese di maggio provocasse lo “spazzare via” il capo famiglia. Inoltre spesso la scopa veniva portata in processione, ornata di piume, monete d’oro, anelli e gioielli vari.

In India, la comune scopa per spazzare casa è fatta di foglie di palma di dattero ed è considerata sacra, mentre la scopa degli spazzini, fatta di bambù, è un mezzo efficace contro il malocchio e le madri fanno entrare in casa gli spazzini che agitano la scopa davanti ai bambini per guarirli. E ancora: saltare su un manico di scopa, pare sia stato uno dei riti nuziali degli zingari.

Ancora oggi, in alcuni piccoli paesi d’Italia dove sopravvive il folklore, vi è la credenza popolare che la scopa spazzi i guai fuori di casa; in seguito occorre riporla con il manico appoggiato sul pavimento e le setole verso l’alto affinché li tenga lontani.

L’unzione da parte delle streghe prima del volo al Sabba, interpretato come una metafora degli umori sessuali, poteva invece essere un’usanza concreta, in quanto era frequente l’utilizzo di piante psicoattive a scopi omeopatici e fitoterapici. Le più conosciute appartengono al gruppo delle solanacee, una famiglie di erbe di cui molte sono commestibili, ma alcune contengono un alcaloide psicoattivo, la solanina, come ad esempio il Solamun.

Di uso frequente era anche l’ Atropa Belladonna, detta Erba delle streghe, da cui si ricava l’atropina; lo stesso vale per il Hyoscyamus Niger (gisquiamo nero), una pianta biennale europea, già nota nell’antichità con il nome di Apollinaris per la sua azione allucinante ed esaltante capace, secondo le antiche credenze, di produrre spirito profetico (Apollinaris deriva dal dio greco Apollo, di cui ricordiamo l’oracolo di Delfi).

La Datura Stramonium, nota coi nomi di Pane Spinoso oppure Erba o Artiglio del Diavolo, che provoca uno stato di stupore psichico, con amnesia retrograda e anterograda, con delirio simile a quello degli schizofrenici e con ebbrezza lucida.

E poi ancora la Solanum Dulcamara la cui assunzione provoca ansia, inquietudine, cefalea, senso di ebbrezza, eccitamento maniacale, ninfomania, sogni spaventosi, insonnia. L’oppio, che era estratto da teste immature di papavero, sviluppa un’azione morfinica, caratterizzata da allucinazioni spesso di carattere erotico, da delirio e da successivo sopore e sonno.

E non dimentichiamo la famosa Atropa Mandragora, nota fin dall’antichità per le sue proprietà afrodisiache ed utilizzata per curare la sterilità.

Nel medioevo la radice di Mandragora era considerata una creatura a metà tra il regno vegetale e quello animale a causa delle sue sembianze antropomorfe, e secondo alcuni trattati la sua assunzione permetteva addirittura di assumere sembianze animali.

Insomma, dopo queste considerazioni, non è tanto difficile credere che le streghe utilizzassero davvero qualche unguento magico, cosa che comunque non smentisce l’ipotesi di un atto masturbatorio.

Al momento della partenza, alcune streghe recitavano una formula magica: le streghe basche ad esempio dicevano “Emen Hetan, Emen Hetan!” che significa “Qua e là, qua e là!”.

Le streghe di Somerset dichiararono, nel 1664, di “ungersi la fronte e i polsi con un olio dato loro dal Diavolo e di essere poi trasportate in assai breve tempo, e di recitare durante il viaggio “Thout, tout a tout, tout throughout and about!”.

In Italia sono famose le bagiuie (streghe) liguri che gridavano grottescamente: “Vola vola mignattun, che tra en ua mi ghe sùn!”

Si narra che, nel 1527, Avellaneda, inquisitore della regione basca, poco prima della mezzanotte di un venerdì, mandò alcuni uomini in una locanda per catturare una strega. La donna fu portata in una camera, ma si unse con un unguento velenoso, si affacciò ad una finestra e chiese aiuto al diavolo, il quale arrivò prontamente , prese la donna e la portò a terra, sotto la finestra. Uno degli uomini, terrorizzato, invocò il nome di Cristo, al che la strega e il diavolo sparirono. Qualche giorno dopo la strega fu catturata in un’altra città.

Nel 1558, lo scienziato e letterato napoletano Giambattista della Porta, osservò una strega che, dopo essersi spalmata un unguento, cadde in trance; svegliatasi, affermò di aver volato, benché egli non avesse visto il corpo muoversi.

Nel 1609 durante una caccia alle streghe a Pays de Labourd, nella Francia, l’inquisitore Pierre de Lancre ottenne una confessione straordinaria. Sotto tortura, la diciassettenne Maria Dindarte affermò che la notte del 27 settembre si era spalmata un unguento e aveva preso il volo.

Gerolamo Tartarotti nel 1749 parla del volo notturno delle streghe come di un’illusione suggerita ad esse dal diavolo: “le donne credono di recarsi in volo al noce di Benevento, ma in realtà non si muovono da casa”. Analogo intento razionalistico fu quello di Costantino Grimaldi nel 1751.

Insomma, col passare del tempo si è giunti a spiegazioni sempre meno farneticanti in merito alla festa stregonica del Sabba, fino all’epoca moderna in cui il tema è stato analizzato e rivisitato da svariati autori.

Carlo Ginzburg, dal 2006 detentore della cattedra di Storia delle Culture Europee alla Normale di Pisa, attraverso un percorso tanto complesso quanto affascinante, arriva ad una decifrazione del Sabba riconoscendolo come una radicata presenza nel folklore di elementi di provenienza sciamanica, contrapponendosi dunque al tema di complotto ordito da una setta ostile e nefasta elaborato da giudici e inquisitori durante il medioevo.

Ginzburg non si limita a constatare le accuse e le testimonianze estorte con la tortura, ma esamina il fenomeno della stregoneria cercandone le origini, e riscontrando testimonianze, da un capo all’altro dell’Europa in un arco di tempo più che millenario, di una cultura estatica in larga prevalenza femminile, dominata da una dea identificata con molti nomi a seconda dei luoghi e dei popoli, che gli accusatori identificarono, o vollero identificare, con Satana.

Secondo questa teoria, il Sabba, divenuto nel medioevo il volo notturno verso convegni diabolici, era in realtà la forma ormai stravolta e irriconoscibile di antichissimi culti. Ad ogni modo, a qualunque delle due diverse teorie si voglia credere, quella della setta satanica o quella delle vestigia di antichi culti, si ammette comunque la certezza di un mondo invisibile.

Molto spesso, il luogo della riunione sabbatica era una radura che aveva al centro una grande pietra o un particolare albero, intorno ai quali si danzava. Il Sabba più conosciuto e frequentato era certamente quello di Brocken o Bloksberg, nell’Hartz, una delle regioni più aspre e selvagge della Foresta Nera nella Germania occidentale. Verso la metà del XVIII sec., i geografi che disegnavano le mappe di quella regione, non mancavano di disegnarvi anche delle streghe a cavallo della propria scopa.

In particolare la mappa di un ingegnere di nome L.S. Bestehorn pubblicata nel 1749, e successivamente nel 1751 da un editore di Norimberga, evidenzia proprio in mezzo alla carta il monte Brocken che domina su tutte le montagne circostanti, “Bructerus Herciniae montes supereminet” come dice l’inscrizione che lo sovrasta. Disegnate sulla mappa, giungono dal cielo sei streghe a cavallo della loro scopa, provenienti da tutta la Germania. La didascalia annessa alla carta, indica che lì vicino si trova il famoso “spiazzo delle Streghe”, dove si svolgeva il Sabba, vicino ad un altare consacrato ad un “falso dio dei pagani”, e ad una fontana, ambedue usati durante le cerimonie diaboliche.

Una descrizione del Sabba sul Puy de Domè, è opera di un consigliere del parlamento di Bordeaux del XVII sec. Florimond de Remond, nel suo libro L’Antipapesse.

Anche in Italia vi sono numerosi luoghi in cui si riteneva avvenissero dei Sabba.

Tra i più famosi vi è la cima del Tonale (TN), dove si racconta che migliaia di streghe si radunassero per compiere i loro riti. Si narra che le Streghe, dopo aver confermato di non professare la nuova religione, vedessero comparire un magnifico destriero in groppa al quale raggiungevano la cima del monte. Qui danzavano vestite di abiti leggerissimi, volteggiando graziosamente. Le loro danze erano accompagnate dal Dio delle donne, che gli esponenti della nuova religione chiamavano Diavolo, il quale cantava:

“Liru, liru, liru, TeppTepp!”

A Portovenere, in provincia di La Spezia, lungo la strada che da Biassa porta a Schiara e a Monesteroli, c’è un grande masso che è detto il “Menhir del Diavolo”. Le leggende raccontano che vicino al menhir, all’imbrunire, fosse possibile vedere gruppi di streghe che ballavano intorno al macigno. Una storia recente narra di una fanciulla che, passando una sera accanto al menhir, fu colta da uno strano fremito e nel contempo udì un vociare di donne, delle risa e, nell’aria, una musica suggestiva che la spinse a ballare. Ballò a lungo con euforia ed esaltazione, e solo quando fu notte inoltrata uscì dallo stato di incantamento e si ritrovò infreddolita, distesa ai piedi del menhir.

Un altro luogo italiano rinomato per le adunanze stregoniche, è il famigerato Noce di Benevento, sebbene non è mai stato detto dove fosse esattamente questo albero. Tuttavia vi è un poemetto popolare ottocentesco edito a Napoli che si intitola “Storia della famosa noce di Benevento” raccolto da Giuseppe Cocchiara, che al noce e alle streghe dedica un intero capitolo del suo libro “Il paese di cuccagna”.

Il poemetto comincia così:

Vicino alla città di Benevento

Vi sono due fiumi molto rinomati

Uno Sabato , l’altro Calor del vento;

Si dicono locali indemoniati,

Un gran noce di grandezza immensa

Germogliava d’estate e pur d’inverno;

Sotto di questa si tenea gran mensa

Da Streghe, Stregoni e diavoli d’inferno.

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