Yama: le cose da non fare

Nell’Induismo, il termine Yama è il nome del Deva della Morte, “Colui che irrimediabilmente trattiene con sé”. Yama fu il primo uomo a morire, e da allora è lui che conduce le anime nel regno dei morti, accompagnato da una moltitudine di spiriti inquieti e costantemente insoddisfatti.

Yama viene chiamato anche Dharma, che letteralmente significa  giustizia, poiché ha il compito di giudicare le anime e controllarne il trapasso da un mondo all’altro; inoltre è detto anche Kalá, che significa tempo, e infatti Yama è legato al tempo in quanto decreta il momento della morte, dunque il tempo che ci è concesso.

Yama è figlio di Vivasvat, il dio hindu del sole inteso come divinità,  considerato anche l’architetto che ha costruito le città degli dei, e della sua sposa Saranya, dea delle nubi. Suoi fratelli sono Yami, Manu e gli Aswins, i gemelli divini del Rig Veda .
 

Nel contesto Yoga , Yama va inteso come il “trattenitore”, dalla radice Yam che significa frenare, controllare, cessazione. Yama, quindi è l’astinenza che deve essere applicata ai pensieri, alle parole e alle opere.

 

Ahimsa

La parola himsa  significa ingiustizia o crudeltà; l’assenza di himsa, che la “a” privativa suggerisce, indica la non-violenza. Ahimsa esprime un concetto più ampio del comandamento biblico di non uccidere, e può essere interpretato a più livelli.

La non-violenza è un atteggiamento onnicomprensivo nei confronti di tutto ciò che può ferire, sia che si tratti di persone, di animali, dell’ambiente, ed anche di noi stessi. La violenza può essere anche auto-inflitta, non solo come forma di autolesionismo, ma anche come forma di pensiero: sono brutto, sono incapace, sono stupido, gli altri sono migliori di me, sono ridicolo,… sono tutte forme di auto-violenza.

La violenza non è soltanto un gesto fisico, ma un atteggiamento mentale. E’ una mancanza di rispetto e di accettazione nei confronti di ciò che ci circonda ed anche di noi stessi. Come conseguenza di questa mancanza di accettazione, tentiamo di cambiare le cose forzandole, dunque andando a lederne l’identità e/o la funzione.

Questo forzare le cose avviene sia a livello fisico, sia emotivo, sia psicologico. Si può adoperare violenza o subire violenza in tutti e tre questi piani.

Non soltanto il procurare dolore nel perseguire propri vantaggi o propri fini, rientrano nella violenza. La freddezza nella comunicazione, l’indifferenza, una certa forma di infida ironia, il non prestare ascolto, il manipolare, mettere in condizioni di sottomissione, o anche solo immaginare di ferire o vendicarsi, sono tutti atteggiamenti da considerarsi forme di violenza.

Ahimsa rappresenta il totale controllo sulla propria aggressività, ma controllare non significa reprimere.

L’aggressività nasce alla paura. E la paura ancestrale, madre di tutte le paure, è la paura di morire. Essa è il polo negativo dell’istinto di sopravvivenza. Lavorare a livello psicologico su questo aspetto di noi stessi, rivela il più alto grado di Ahimsa.

Diventare completamente inoffensivi, ha un effetto collaterale. Si diventa vittime. Il vittimismo è anch’esso una forma di violenza. Noi possiamo scegliere se essere vittime proprio quando guardiamo chi abbiamo di fronte come carnefice. Ahimsa ci invita a osservare ciò che accade all’esterno e dentro noi stessi, a chiederci cosa ci ferisce e perché ci sentiamo feriti; quindi ci invita a ricordare che siamo noi i creatori della nostra realtà, e spesso ci sentiamo vittime perché noi stessi abbiamo deciso di esserlo.

C’è una storia, in India, che rivela l’essenza della non-violenza molto meglio di qualsiasi spiegazione.

«C’era una volta un grande e pericoloso cobra che viveva in un villaggio e che avrebbe morso chiunque gli si fosse avvicinato troppo. Uno Yogi arrivò in quel villaggio e un giorno decise di praticare accanto all’albero dove si trovava il rifugio del cobra. Il cobra allora si avvicinò e sollevatosi come per morderlo si rese conto che lo yogi non aveva intenzione di fargli del male e quindi non lo attaccò. Al contrario gli chiese tutto ciò che sapeva sullo yoga e lui gli rispose che sarebbe tornato dopo un anno e gli avrebbe insegnato tutto ciò che voleva a patto che per quel periodo il serpente avesse praticato ahimsa, la non violenza. Così il cobra si impegnò nella pratica di ahimsa, ma la gente del villaggio, vedendo che anche avvicinandosi il serpente non era più pericoloso, iniziò a tirargli pietre e bastoni per provocarlo e per prendersi gioco di lui. Trascorso un anno il cobra era vicino alla morte. Lo yogi arrivò e vedendolo in quello stato gli chiese cos’era successo. Il cobra allora raccontò del suo impegno in ahimsa e di come non avesse attaccato nessuno nonostante le torture della gente del villaggio. Lo yogi rispose – “Ti ho detto di praticare la non violenza, ma non ho mai detto che potevi subirla».

 

Satya

Satya significa “verità”. Al livello più basso, Satya è la sincerità, la capacità di essere degni di fiducia. Dire la verità è un aspetto molto importante: non mentire, non trarre in inganno gli altri, non dare informazioni tendenziose, non raccontare mezze verità, non fingere di conoscere qualcosa che invece non si conosce.

La menzogna crea complicazioni nella nostra vita, e disturba in modo fastidioso la nostra mente che avrà un bel da fare dovendo sostenere la menzogna, mentre potrebbe essere libera e volgersi altrove.

La pratica di Satya è assolutamente indispensabile se si vuole sviluppare la Buddhi. Inoltre, intraprendendo la Via Regale, si andrà incontro a numerosi ostacoli e problemi che non saranno risolvibili se non attraverso l’intuizione e il discernimento non offuscati. E non c’è nulla di più offuscante della menzogna.

Può capitare che la verità sia spiacevole e dannosa, troppo difficile da affrontare per chi la riceve. Il Satya non deve mai porsi in contrasto con l’Ahimsa. Il Mahabha Srata, la grande epopea indiana, dice: “Di la verità piacevole, non dire le verità spiacevoli. Non mentire anche se si tratta di menzogne dolci all’orecchio. Questa è l’eterna legge del dharma”.  Satya indica l’uso benevolo della parola e delle azioni mentali. Bisogna dire la verità ma quando è dura si deve stare attenti a non dirla troppo bruscamente, si possono trovare altre formule rispettose e che possano essere d’aiuto per chi ci ascolta. Imporre le proprie idee, il proprio pensiero, il proprio punto di vista, è arrogante e saccente, ed è altresì una violenza. Talvolta, è molto meglio tacere. Saper tacere è una grandissima virtù.

Quando si avanza nella pratica di satya bisogna essere sinceri con sé stessi e capire se le intenzioni che muovono le nostre azioni, e se  nascano effettivamente dal cuore, dal nostro centro, dalla nostra essenza. Essere se stessi è un lavoro psicologico molto più complesso e profondo di quanto lo si intenda.

Essere in grado di collegarci con il nostro aspetto più profondo ed inconscio, permette di conoscere la verità sui noi stessi e su ciò che ci circonda. In occidente questo concetto è espresso con la massima: “Uomo, conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dei”.

Infine poniamoci una domanda: che cos’è la verità? Ce lo insegna un’altro racconto dell’India.

«Un giorno un Re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto.

Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: “Abbiamo capito: l’elefante è simile a un timone ricurvo”.
Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: “È simile a un grosso ventaglio”.
Quelli che avevano toccato una zanna dissero: “Assomiglia a un pestello”.
Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: “Assomiglia a un monticello”.
Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: “È simile a un muro”.
Quelli che avevano toccato una gamba dissero: “È simile a un albero”.
Quelli che avevano preso la coda dissero: “Assomiglia a una corda”.

Ognuno era convinto della propria opinione. E, a poco a poco, la loro discussione divenne una rissa.
Il Re si mise a ridere e commentò: “Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell’elefante è naturalmente
unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori. Chi non si sforza di avere della realtà una visione più ampia possibile, ma si accontenta degli aspetti separati e parziali senza metterli in relazione tra loro, si comporta come questi ciechi”».

 

Asteya

Steya significa “rubare”, Asteya è l’astenersi dal prendere ciò che non ci appartiene. Questa astensione non si limita alla volontà di sottrarre oggetti ad altri, ma si estende anche all’appropriazione indebita di meriti e capacità, all’abuso di fiducia, all’approfittare di persone o situazioni.

L’atto del prendere da altri trova le sue radici nell’invidia, nella gelosia, nella competizione, nel desiderio di possesso, nel senso di insicurezza, dalla sensazione di non avere abbastanza, nell’avidità. Tutto questo ha inizio da un senso di mancanza, il quale genera il desiderio. E’ la personalità che vuole affermare sé stessa facendo propri elementi in cui si identifica erroneamente ma che non le appartengono. Solo spogliandosi da queste false identificazioni potremo trovare noi stessi.

Il desiderio ci induce a sviluppare aspettative e attaccamento, entrambi causa di dolore e sofferenza. Occorre invece operare un distacco, osservare in modo disinteressato.

A livello psicologico, si lavora con Asteya sviluppando l’osservatore, imparando ad osservare anche noi stessi, e vivere le situazioni senza esserne troppo coinvolti, senza provare quella disperazione che deriva dalla sensazione di dovere o volere intervenire per cambiare le cose a proprio vantaggio.

Asteya implica scoprire che tutto ciò che siamo e che ci occorre è dentro di noi, che siamo completi e abbiamo già tutto, che non dipendiamo dall’esterno.

 

Brahmacharya

La parola Brahmacharya è composta da brahma che indica l’unità, e dalla radice car, “movimento, spostamento”. Il brahmacharya e quindi il movimento verso l’unione. In genere viene presentato come astinenza, soprattutto come astinenza sessuale. Ma questa interpretazione non è  del tutto corretta.

Il Brahmacharya indica più una continenza che un’astinenza, e non si riferisce esclusivamente al sesso: qualsiasi eccesso, che sia mangiare, dormire, o anche il sesso, è contrario al Brahmacharya, che prevede invece l’affrancarsi dal piacere e da ogni schiavitù che deriva da esso. Il che, comunque, non vuol dire rinuncia.

Inoltre questo termine può essere tradotto anche con l’espressione “vivere in Dio”, il che consiste nel trasformare ogni azione in un atto sacro, ricco di significato per la nostra esistenza, quindi anche nutrirsi, riposarsi e accoppiarsi sono gesti sacri; dunque l’accoppiamento sessuale ha una sacralità particolare in quanto riproduce l’Essere Uno, ovvero l’unione sacra del maschile e del femminile. 

Nell’induismo, la fusione amorosa estatica assomiglia all’unione delle energie di Shiva e Shakti, due polarità opposte, tuttavia unite. Ciò è esattamente il concetto del movimento verso l’unità.

L’identificazione di Brahmacharya con l’astinenza sessuale trova comunque una sua spiegazione.

Ogni cosa nella vita ha il suo tempo e il suo luogo, così la vita di ogni individuo si può suddividere in quattro fasi: il primo è quello dell’infanzia, il secondo quello degli studi, il terzo comprende la formazione di una famiglia e l’educazione dei figli, e il quarto e quello in cui, terminate le responsabilità e le occupazioni psico-fisiche, ci si può dedicare interamente alla librazione e alla ricerca della verità. Nel quarto stadio della vita tutti possono diventare sannyasin cioè monaci o monache.

E’ certamente vero che per dedicarsi interamente alla spiritualità e alla ricerca del divino è necessario avere la mente sgombra dai doveri e dalle preoccupazioni mondane, ed aver dunque effettuato un certo distacco. E’ anche vero che questo distacco, che in realtà dovrebbe essere un atteggiamento mentale, è più facilmente attuabile se si è soli, isolati, evitando così ogni sorta di distrazione. Da qui deriva il termine “monaco” che indica appunto uno stato di solitudine ed isolamento.

Ciò è tutto vero, ma è il livello più basso di questa espressione.

Infatti il termine monaco deriva da “monos”, che non significa affatto “solo” ma bensì “uno”, “unico”, “unità”. Rieccoci dunque al termine Brahmacharya. L’unità va intesa come il superamento della dualità, rappresentata simbolicamente dall’Unione di Shiva e Shakti.

Questo stato di “unione interiore”, non pregiudica affatto i rapporti sociali, né l’atto sessuale. Tuttavia la persona che pratica Brahmacharya evita incontri sessuali senza significato, ed usa la sua energia sessuale per rigenerare il collegamento con il Sé spirituale.

Vi è ancora una cosa da spiegare riguardo l’astinenza sessuale a cui si associa Brahmacarya. Essa può riferirsi non all’atto sessuale completo, ma bensì all’eiaculazione. Il controllo dell’eiaculazione è una pratica fondamentale nel Tantra. Il Tantra è un insieme di pratiche, culti e ideologie apparentemente scollegati dall’induismo classico dei Veda, ma che tuttavia si ritrovano nell’induismo stesso, come una sorta di corrente interna e segreta.

 

 

Aparigraha 

Parigraha vuol dire “prendere afferrare”. Aparigraha, significa “non toccare” o “non afferrare l’occasione”. Viene abitualmente tradotto come assenza di avidità,  ma il termine “non possessività” è molto più corretto.

Se Asteya invita a non appropriarsi indebitamente, Aparigraha aggiunge che bisogna anche non accumulare, ma prendere solo ciò che è necessario.  Non accaparrare, non mettere da parte per il futuro. Non ce n’è bisogno. La vita offrirà tutto ciò che ci serve, quando ci servirà.

Per mezzo di Aparigraha non vi sarà più l’ansia per il futuro. Quando siamo grati per ciò che siamo e abbiamo, facciamo l’esperienza della gioia del vivere e della serenità.

 

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