yoga

Yoga

Attribuito a Patanjali, II sec. a.C.

 

 

Yoga: dalla radice yuj- che ha il significato di “unire”, “legare”, “aggiogare”. Il termine yugà si riscontra già nel più antico dei Veda, il Ṛig-veda, con il significato di “giogo”. In tal senso nel brano del Ṛig-veda viene indicato che l’uomo deve “aggiogare se stesso come un cavallo disposto ad ubbidire”.

Nel senso di unire, lo Yoga implica l’unione tra l’essere umano e l’Universale. Introduce il concetto di Ishvara, il Signore, che è il principio primo dell’ordine della manifestazione, è l’Essere, il Sè superiore. Brahma invece è al di là dell’Essere, non rientra nell’ordine della manifestazione ma rimane sul piano spirituale. Per gli esseri manifestati, l’unione con Ishvara è uno stadio necessario in vista dell’unione con Brahma.

Patanjali: filosofo hindu di cui non si conosce praticamente nulla, se non l’unica opera a lui attribuita, gli Yoga-Sutra.

Shatra-Yoga: implica regole speciali per giungere ai gradi secondari, per superarli in successione.

Kriya-yoga: Yoga “attivo”; prende in esame le azioni esterne necessarie alla purificazione.

Hatha-Yoga: distrugge o meglio trasforma quanto nell’essere umano è di ostacolo all’unione con l’Universale, conducendo la coscienza in stadi separatori attraverso determinati ritmi legati essenzialmente alle asana e alla respirazione. Lo scopo finale è quello di condurre al Raja-Yoga.

Raja-Yoga: Yoga meditativo composto di concentrazioni, raccoglimenti, recitazione di suoni sacri (mantra) e altro. Supera d’acchito gli stadi secondari, giungendo direttamente allo scopo finale.

Yogi: è colui che ha realizzato lo scopo perfetto e definitivo. E’ dunque erroneo attribuire il termine a coloro che studiano lo Yoga sia in quanto darshana, sia come disciplina pratica.

Yoga-Sutra: letteralmente “aforismi sullo Yoga”. E’ l’opera attribuita a Patanjali. In commercio si possono trovare svariate pubblicazioni dello Yoga-sutra, tra le quali emergono numerose differenze. Tali differenze, talvolta riscontrabili anche nei canoni fondamentali, non sono dovute all’autore originale ma ai suoi commentatori. In questo modo lo Yoga è divenuto preda di atei la cui sola intenzione è di guadagnare poteri mistici, di impersonalisti che vogliono fondersi nel Brahman Assoluto e privo di qualità (nirguna) e, ai giorni nostri, di persone banali che l’hanno commercializzato per ottenere futili vantaggi materiali, quali dimagrire o aumentare le proprie capacità sessuali.

Come detto poc’anzi, il termine Yoga deriva dalla radice yuj che denota l'”atto di aggiogare” e, nel caso specifico, si riferisce al risolvere le turbolenze mentali e fisiche in modo da ottenere una perfetta unità coscienziale, la quale va oltre i limiti del pensiero, quindi di là dalle categorie del tempo-spazio. Vi sono, ovviamente, molti tipi di Yoga, dall’ Hatha all’ Asparsha metafisico. Quello che stiamo trattando e il Raja yoga codificato da Patañjali, quello regale (raja) che porta alla reintegrazione. Dice Pindaro: «La categoria più inconcludente tra gli individui è quella di coloro che denigrano ciò che è loro vicino per rivolgersi verso ciò che è lontano, lasciando che le loro speranze irrealizzabili inseguano fantasmi».

Yoga-Sutra – Aforismi sullo Yoga

Samadhi-Pada, composto da 51 versi

Sadhana-Pada, composto da 55 versi

Vibhuti-pada, composto da 56 versi

Kaivalya-Pada, composto da 33 versi


Pada I. Samadhi-Pada – Riguarda gli stadi di concentrazione

La concentrazione è il punto di partenza della Yoga. Concentrarsi significa ritirare la propria attenzione dalle cose esteriori smettendo di disperdere la propria attenzione nella loro molteplicità mutevole. I nostri sensi sono sollecitati a posarsi in continuazione sui loro rispettivi oggetti, per un gioco di piacere, per provare ad ogni istante qualche gusto, qualche emozione nuova. Il risultato è ritrovarsi in balia di queste stesse sensazioni ed emozioni, fino al punto di identificarsi con le modificazioni mentali che comportano.

Le continue stimolazioni dei sensi, impediscono la facoltà di concentrarsi. Quando invece riusciamo a immobilizzare la mente e a portarla sotto il nostro dominio, è possibile diventare stabili all’interno di noi stessi.

I cinque tipi di modificazione mentale sono:

  1. La conoscenza corretta. Possiamo giungere a una conoscenza vera delle cose in modi diversi, quali usando la percezione diretta, cioè quella ottenuta con i sensi e la mente (pratyaksha); oppure attraverso la deduzione, cioè attraverso il ragionamento dell’intelletto (anumana); oppure grazie alle testimonianze, ovvero tramite le parole delle persone che hanno già avuto esperienza dell’Essere (agama).
  2. La conoscenza falsa
  3. La fantasticheria
  4. Il sonno come stato di inconsapevolezza, di oblio totale
  5. La memoria: la rievocazione delle passate esperienze.

Lo sforzo continuo di mantenere la mente nel suo stato di calma (abhyasa) e il distacco volontario dagli attaccamenti agli oggetti e alle situazioni materiali (vairagya) , fanno si che le modificazioni del mentale si arrestino definitivamente, o almeno che si attenuino. Dopo un po’ non sarà più necessario una costrizione continua per mantenersi allo stato yogico, ma diventerà una cosa del tutto naturale, spontanea, quasi automatica.

Dopo aver conseguito la capacità alla concentrazione, si inizia con la meditazione. Vi sono due modalità di stato meditativo: Samprajnata e asamprajnata samadhi, la prima con contenuto mentale, la seconda senza contenuto mentale. Infine vi è la meditazione su Ishvara. Ishvara è un Dio personale, l’Anima Suprema, superiore al Sè individuale (jivatman). Il suo nome è OM. L’OM è uno strumento di meditazione, la rappresentazione sonora di Dio. Meditando sul suono e sui suoi significati, ripetendola costantemente e con rapita attenzione, gradualmente tutti gli impedimenti svaniscono e ci risvegliamo a una nuova consapevolezza.

Gli ostacoli alla meditazione sono: malattia, stanchezza, dubbio, negligenza, pigrizia, attaccamento agli oggetti dei sensi, percezione errata, incapacità di raggiungere una forma mentale di astrazione, instabilità della condizione ottenuta.

Questi ostacoli possono essere accompagnati da sofferenza, angoscia, respirazione affannosa.

Vi sono vari metodi per superare tali ostacoli, tra cui la respirazione e il controllo del pensiero. Quindi si sperimenterà la meditazione in due stadi differenti:

  • argomentativa, detta meditazione con seme, in cui è presente nella mente un oggetto ben definito su cui meditare;
  • la meditazione non-argomentativa, detta senza seme, che permette di giungere Vera Conoscenza.


Pada II. Sadhana-Pada – Riguarda le pratiche di perfezionamento dello Yoga

I preliminari dello Yoga ( kriya-yoga): tapas, svadhyaya e isvarapranidhana, ovvero l‘Ascetismo, la Recitazione a bassa voce e l’Abbandono all’Anima Suprema. Le azioni consigliate sono le austerità, lo studio delle scritture e gli atti compiuti come offerta per il Supremo Dio, Ishvara. Il Kriya-yoga è un tipo di Bhakti-yoga nel quale è presente un’enfasi maggiore per le pratiche ascetiche. La pratica di queste tecniche aiutano a ridurre la sensazione di sofferenza e di disagio presenti in questo mondo e aiutano a sviluppare il samadhi.

I preliminari dello Yoga ( kriya) conducono all’attenuazione dei klesha, che sono:

l’ignoranza: l’ignoranza (avidya) è il male fondamentale, ed è a causa di questa avidya se le altre fonti di infelicità sono in grado di operare.

l’egoismo: è il senso di essere. Quando ci identifichiamo con qualcosa che non siamo (cioè il mondo e gli oggetti che visualizziamo) quello è chiamato falso ego, o egoismo.

Il desiderio: la ricerca dei piaceri mondani, la quale dà origine a un attaccamento sempre più folle, con cui mai si riesce a raggiungere una soddisfazione piena e duratura

l’avversione: la rabbia per ciò che non piace è l’altra facciata della medaglia, desiderio e repulsione sembrano due cose diverse, opposte, ma hanno lo stesso valore in quanto interdipendenti.

l’attaccamento per la vita e la paura della morte: è conseguente a tutti gli altri vizi. Quando si vuole la soddisfazione in questo mondo, naturalmente si è avversi a morire fino a che non si trova l’oggetto della ricerca, cioè la felicità totale. Infatti l’anima è eterna, e nella sua identificazione con il corpo non riesce a capacitarsi che debba morire. L’ignorante non sa che in realtà la morte è solo un uscire da un vestito per indossarne un altro.

I klesha ci conducono in ogni sorta di esperienze conflittuali, generatori di karma e samskara nel il ciclo delle rinascite. I samskara sono impronte qualitative stampate nel corpo sottile, che vengono trascinate dall’anima individuale da corpo in corpo, da un numero imprecisabile di vite. In altre parole, tutto ciò che abbiamo visto, fatto e provato nelle vite precedenti ci hanno provocato delle impronte di carattere che ci portiamo dietro, vita dopo vita, corpo dopo corpo, e che ci inducono a comportarci, ad essere, a sentire in un certo particolare modo, talvolta anche contro la nostra stessa volontà, causando sensazioni di infelicità. Queste “qualità ereditarie” devono essere annullate, e ciò è possibile solo con la meditazione. Infatti da queste scaturiscono attaccamenti e giudizi errati che provocano ulteriori sofferenze. Da lì provengono altre azioni materiali, dalle quali scaturisce il karma. Ci sono diversi tipi di reazioni: alcune causano una certa gioia, altre tristezza. Ma il saggio riesce a percepire che si tratta solo di diversi generi di sofferenza e quindi le evita, le elimina prima ancora che generino i loro frutti.

Prima di tutto è importante stabilire chi noi siamo. Il Veggente, cioè “Colui che vede”, siamo noi, la nostra anima, non fa parte del mondo dell’oggetto in visione, del mondo materiale. In un certo senso gli oggetti del mondo sono fatti per facilitare la liberazione del soggetto che li vive, che li sperimenta, e non per un gioco di identificazione. Occorre imparare a trascendere le influenze dei tre guna (sattva, rajas e tamas) per vedere la realtà, altrimenti si vivrà sempre attraverso il velo della mente materiale (maya).

E’ dunque di importanza fondamentale saper collocare nel loro giusto ruolo l’osservante e l’oggetto osservato. Appena la persona spirituale giunge a disidentificarsi dal corpo, vede sorgere in sé la vera conoscenza, poi la visione dell’energia spirituale ed infine la liberazione. Come tutte gli altri, anche questo esercizio discriminatorio fra il vero e il falso richiede costanza e determinazione.

Astanga: gli otto mezzi dello yoga. Otto tappe per raggiungere l’illuminazione, stadi che corrispondono anche a complesse discipline. Queste sono: yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana e samadhi.

Yama: significa astensione, ed è lo stadio in cui lo yogi deve praticare virtù morali, che sono necessarie per la pulizia della mente e del corpo. Deve essere non-violento, veritiero, onesto, casto e distaccato. Man mano che procede nel cammino, queste regole non devono essere abbandonate, ma è obbligatorio che rimangano sempre punti fermi della vita e della coscienza del praticante.

Niyama: è lo stadio successivo, in cui è necessario coltivare ulteriore purezza del cuore e del corpo. L’accontentarsi di qualsiasi cosa si abbia (dunque non desiderare altro), l’austerità, lo studio e il servizio devozionale d’amore a Dio aiutano a costruire una predisposizione mentale positiva che è importante ai fini della meditazione. I pensieri negativi (quali l’odio, l’invidia e altri sentimenti simili) conducono lontano dalla meta e devono essere sostituiti. Chi si perfeziona nello stadio di niyama acquista un profondo disgusto nei confronti del proprio corpo e di quello degli altri; così il desiderio sessuale scema fino quasi a scomparire. Da questo stato sprigionano la gioia, il controllo sui sensi e poi la beatitudine; all’interno del nostro corpo fluisce una possente energia fisica. In questo stadio acquista fondamentale importanza la recitazione dei suoni trascendentali (mantra-japa) come forma di servizio devozionale al Signore. Attraverso l’intima sottomissione a Dio si può raggiungere ogni perfezione. Acquisita una profonda pulizia mentale e fisica, ora lo yogi può cominciare ad affrontare le tecniche meditative vere e proprie. Prima di tutto è importante sedersi in modo corretto, e questo è materia dello stadio successivo.

Asana: significa imparare a sedersi in posizioni corporee stabili e comode. Imparate queste, le perturbazioni mentali e i fastidi fisici causati dalle dualità (come il caldo e il freddo, la fame e la sazietà, il buio e la luce) si attenuano e siamo pronti ad affrontare la meditazione.

Pranayama: controllo del respiro, diviso in quattro momenti. Seduti comodamente in asana di vario genere, si deve passare a controllare l’inspirazione e la espirazione. I tempi che passano fra l’uno e l’altro devono diventare sempre più prolungati e sottili, per cui il momento in cui si trattiene il respiro nei nostri polmoni è il terzo stadio del pranayama. Il quarto momento del pranayama è la contemplazione, durante la quale si avvertono sensazioni estatiche, qualunque cosa si osservi. A quel punto la luce della piena conoscenza si accende e la mente diventa ancor più idonea alla concentrazione totale.

Pratyahara: la rinuncia della mente alle impressioni dei sensi che provengono dalle immagini sensoriali. Lo yogi deve rinunciare a provare piacere da qualsiasi cosa che provenga dall’esterno di sé, che sia di natura materiale. A quel punto il controllo sulle influenze del mondo dei sensi è quasi raggiunto.

Pada III. Vibhuti-Pada – Riguarda i poteri mistici

Il Pada 3 inizia continuando la spiegazione degli ashtanga con l’ultima tappa, Samyama, in cui la concentrazione diviene esclusiva. Si divide in 3 momenti:

Dharana: significa concentrazione e consiste nello sforzo di focalizzare la mente su un determinato oggetto.

Dhyana: insegna a mantenere ferma la concentrazione. E’ la meditazione o contemplazione intellettuale; mentre un’azione qualsiasi è sempre separata dalle sue conseguenze, la meditazione porta in sé il suo frutto. L’azione non può avere come affetto quello di farci uscire dalla sfera dell’azione, cosa che invece è implicata nella realizzazione metafisica.

Samadhi: si raggiunge quando la mente diventa un tutt’uno con l’oggetto su cui si medita, con “l’idea” spirituale che è alla base di ogni ente. Appena conquistiamo il controllo sulle nostre capacità di isolarci dai disturbi esterni, la sapienza comincia a farsi largo nel nostro intimo.

Se consideriamo agli altri cinque astanga che lo precedono (yama, niyama, asana, pranayama e pratyahara), il samyama è uno stadio in cui il praticante si è già rivolto all’interno di sé ma, paragonato al samadhi profondo, appare chiaro che non è ancora giunto alla perfezione.

L’abitudine di concentrare la mente e di trascinarla in uno stato di pura consapevolezza, produce qualcosa di molto simile a un flusso continuo, privo di interruzioni qualitative, per cui dopo un po’ la mente si acquieta. Con la concentrazione assoluta su un oggetto la mente si acutizza e diviene ferma, finché ogni distinzione di forma, tempo e stato scompaiono. Essere condizionati significa cadere vittima delle trasformazioni che avvengono nella tridimensionalità del tempo (passato, presente e futuro).

Segue un’elencazione delle siddhi che si ottengono praticando il samyama, specificando che i siddhi sono dei poteri particolari che si manifestano, ma sono ben lungi dall’essere ricercati in quanto non sono che ostacoli alla realizzazione e lo Yogi se ne serve solo in circostanze particolari.

Dal samyama sulle tre mutazioni temporali scaturisce la conoscenza del passato e del futuro.

Concentrandosi su una parola, sul suo significato e sulla sua pronuncia è possibile comprendere tutti i linguaggi delle varie forme di vita (umane, animali e anche vegetali).

Praticando il samyama sulle proprie eredità mentali sottili, lo yogi acquista conoscenza delle sue vite precedenti.

Esercitando il samyama sui segni corporei di un’altra persona, può giungere a conoscerne la mente e la psiche.

Se si concentra sulla propria forma corporea, sparisce la possibilità di percezione dall’esterno e lo yogi diviene invisibile.

Esistono due tipi di karma: quello che genera frutti immediati e quello che invece li produce nel tempo. Meditando sul karma (o meglio su adrishta, i segni karmici visibili dall’esterno) si può predire l’ora della propria o dell’altrui morte.

Dirigendo i sensi sottili dentro di noi, si può ottenere la conoscenza dell’occulto, se ci concentriamo saldamente sul sole possiamo conoscere il cosmo e il sistema solare, e se lo facciamo sulla Luna conosciamo tutto ciò che riguarda le galassie stellari.

Praticando samyama sui chakra o rorgani pranici:

sulla punta del naso, lo yogi acquista conoscenza e controllo della forza vitale, il prana, l’energia che permea l’intero universo; sull’ombelico si giunge a poter controllare completamente gli organi corporei; sull’incavo della gola si ottiene libertà dalle schiavitù dei bisogni del corpo, come la fame e la sete; sul nervo kurma (che è alla base della spina dorsale, vicino al plesso sacrale) è possibile guadagnare totale imperturbabilità e incrollabile sicurezza; sull’aureola che emana dal capo, si ottiene la visione e il contatto con le anime liberate; concentrando l’attenzione sul cuore, si raggiunge la conoscenza del pensiero altrui.

Conquistando il respiro chiamato udana, è possibile camminare sull’acqua, diventare insensibile al dolore, abbandonare il proprio corpo nel momento che considera più opportuno. Una luce soffusa circonda il praticante nel momento in cui giunge a controllare il respiro chiamato samana.

Praticando samyama:

sullo spazio (etere), lo yogi sviluppa un udito perfetto e illimitato; sulle relazioni sottili che intercorrono fra il proprio corpo e lo spazio etereo, lo yogi diventa leggero e può levitare fino ad attraversare il cielo; sugli elementi e sulle loro funzioni si raggiunge il dominio sugli elementi che compongono il corpo;

Dal samyama sui sensi consegue il dominio degli stessi; dunque, tra le altre cose, è possibile spostarsi con la velocità del pensiero, trasformare un oggetto in un altro e governare i fenomeni della natura.

Grande sapere e potere sono i frutti del samyama esercitato sulla distinzione fra Purusha (soggetto spirituale) e sattva (oggetto materiale).

La manifestazione dei poteri è sintomo che la pratica è corretta, ma allo stesso tempo questi possono essere un impedimento alla trance estatica, in quanto lo yogi può attaccarsi al senso di potenza che ne deriva. Solo distaccandosi da questi poteri è possibile l’eliminazione del seme dell’interesse personale e raggiungere la liberazione. Inoltre quando il praticante diviene potente, i Deva vengono da lui e lo invitano a gioire delle favolose delizie dei loro pianeti. Chi cade in questa trappola, dopo un certo periodo di tempo deve lasciare quei paradisi e ricadere nel circolo vizioso della materialità grossolana. Per evitare questi pericoli si deve meditare sullo scorrere del tempo e ottenere così la consapevolezza della Verità Suprema come qualcosa che è al di là di ogni aspetto di questo mondo. Allora si realizza la differenza tra il reale e l’irreale. Quella conoscenza che dà la liberazione nasce dalla discriminazione (appunto tra il vero e il falso).

Studiando e praticando la dimensione della Purezza Assoluta (Ishvara, Brahma, la Suprema Personalità di Dio) è possibile raggiungere la liberazione finale.

Pada IV. Kaivalya-Pada – Riguarda il raggiungimento della liberazione

Le siddhi possono scaturire dall’uso di droghe, oppure dalla pratica di mantra, o dell’acesi al samadhi, o ancora possono manifestarsi dalla nascita. In questo caso, le siddhi sono il risultato una eredità di pratiche yogiche svolte in qualche vita precedente.

Sempre per mezzo della meditazione, un individuo umano può trasformarsi in un Deva.

Liberazione dal falso ego. Le menti procedono dal falso ego, il quale è l’identificazione con qualcosa che non si è. Ogni essere vivente ha una propria mente, ma la sorgente originale di tutte queste menti è Una.

Liberazione dal karma. In questa vita noi non possiamo essere nulla di diverso da una conseguenza del karma accumulato nelle vite precedenti. Non importa dove e come si nasca, siamo un effetto di cause passate. E questo processo non conosce inizi, in quanto è provocato dai desideri, che sono eterni. Essendo legati fra di loro in una stretta relazione di causa ed effetto, questi ultimi (gli effetti) svaniscono quando scompaiono le cause. Proprio per questa ragione, il passato, il presente e il futuro sono indissolubilmente legati fra di loro. In realtà anche il passato e il futuro sono già presenti, sebbene la loro attuazione abbia luogo in momenti diversi.

Tutti gli oggetti, sottili o materiali, così come i diversi tipi o qualità di desideri, e persino il tempo (passato, presente e futuro) sono soggetti all’azione dei guna.

La percezione delle cose e delle situazioni sono soggettive. Dunque la cognizione è distinta dall’oggetto. La mente è solo un veicolo relativo, mentre Ishvara è testimone del movimento mentale. Egli è il conoscitore delle modificazioni della mente ma mai Egli le subisce. La mente dell’anima individuale non brilla di luce propria, non è in grado di autoilliminarsi in quanto è uno strumento dell’anima e viene modificata e colorata dalle esperienze dell’anima. Il jivatman (l’anima individuale) e il Paramatman (l’Anima Suprema, Dio) sono entità diverse: non sono un tutt’uno. La mente è materiale, il Paramatman è spirituale. Quando la comprensione della mente e l’anima sono unite allora ne consegue l’auto-conoscenza. Ishvara è perfetto nella consapevolezza di sé e di tutto per cui, quando una mente si accosta a Lui, si purifica e acquista perfetta coscienza della propria natura spirituale. Così raggiunge la saggezza. La nostra attenzione invece, sempre spinta all’azione da innumerevoli desideri, sempre attratta a qualche obiettivo, deve dirigersi verso Purusha.

Tra una meditazione e l’altra possono sorgere dei pensieri: occorre eliminarli come i klesha. Se l’asceta prosegue anche dopo aver conseguito la conoscenza perfetta, giunge al dharma-megha-samadhi (Nuovola di Virtù), e alla libertà da tutti i karma e klesha.

Quando l’impurità e il velo dell’illusione sono spazzati via, la conoscenza si dirige verso l’infinito e tutti gli oggetti di conoscenza facenti parte di questo mondo perdono ogni importanza.

Anche i mutamenti causati dalle influenze della natura materiale giungono al termine. Non c’è più il passato e il futuro, tutto esiste in un illimitato presente, e i guna hanno cessato ogni loro influenza. Solo in questo momento otteniamo la nostra posizione trascendentale originale, dotati di un corpo composto di elementi spirituali, parte dell’energia superiore del Purusha.

In questo stato di purificazione, il potere di discriminazione si consolida, e diventa automatico rifiutare l’identificazione dell’io con il non-io. In altre parole, si comprende che il Sé è di natura spirituale e non materiale. Man mano che la capacità di discriminare si perfeziona, la natura divina che è nostra si avvicina e la mente non può più fare a meno di viaggiare in quella direzione fatata. E raggiunge kaivalya, la liberazione finale. Gli ostacoli sono dunque costituiti dai pensieri che scaturiscono dalle impressioni delle azioni e dalle abitudini passate. Distruggere quei pensieri di natura materiale equivale a sconfiggere l’ignoranza.

Con il consolidarsi della perfetta discriminazione e con il conseguente risveglio dei poteri mistici, si entra in uno stato di assoluta concentrazione spirituale. E qui ogni sofferenza ed ansia conosce la sua fine.

 

 

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