Yurei. Fantasmi Giapponesi

La Festa di Obon, gli Ujigami e i Gaki

Che cos’è uno Yurei?

Funa Yurei, i Caduti in Mare

Onryo, gli Spiriti Vendicativi

Goryo, Vittime di Complotti Politici

Ikiryo, gli Spiriti dei Viventi

 

La Festa di Obon, gli Ujigami e i Gaki

Nello Shinto, i Kami hanno senza dubbio il ruolo più importante: paragonabili alle divinità nelle culture politeiste, essi ricoprono davvero un’enorme parte del mondo spirituale giapponese, tuttavia non esistono solo i Kami.

Al termine dell’articolo precedente, A Proposito dei Kami, si è accennato al fatto che non tutte le persone, quando muoiono, diventano Ujigami, ovvero Kami protettori di famiglie, clan o addirittura popoli. Gli spiriti di alcune persone, dopo la morte,  rimangono intrappolati nel mondo dei vivi, schiavi delle loro frustrazioni. Questi spiriti non sono Kami ma sono detti Yurei. 

Secondo la tradizione giapponese tutti gli esseri umani hanno uno spirito o anima detto reikon. Quando una persona muore, il reikon lascia il corpo e resta in attesa del funerale e dei riti successivi, prima di potersi riunire ai propri antenati nell’aldilà. Se le cerimonie sono svolte nel modo appropriato, lo spirito del defunto diventa un protettore della famiglia, a cui torna a far visita ogni anno ad agosto durante la festa Obon, nella quale i vivi porgono ai defunti i propri ringraziamenti.

Dunque il mondo dei morti, detto Yomi, è separato da quello dei vivi da una sorta di limbo, una specie di area di attesa in cui transitano le anime dei defunti prima di trasferirsi definitivamente nello Yomi.

Gli spiriti che si trovano in questo stato, se animati da emozioni forti come amore, odio, gelosia o dolore, o ancora a causa di una morte improvvisa e violenta, oppure se i riti funebri non sono stati effettuati, possono trasformarsi in Yūrei ed entrare in contatto con il mondo fisico. Tuttavia, non tutti gli spiriti che si trovano nelle suddette condizioni si trasformano in Yūrei, perché agire sul mondo fisico dal mondo spirituale richiede una grande forza mentale ed emotiva. Gli Yurei sono quindi spiriti molto potenti.

La festa di Obon, abbreviazione di urabon’e, corrisponde alla festa buddhista di Ullambana, che in sanscrito significa “appeso a testa in giù”, ed è dedicata ai morti, agli antenati, ma anche agli esseri che si trovano negli inferni e ai Preta, che in giapponese si chiamano Gaki. 

I Gaki sono fantasmi di persone morte nella pratica ossessiva dei loro vizi, e che sono state condannate perciò ad una sete e fame insaziabili di particolari oggetti, generalmente ripugnanti e umilianti.

Il Gaki ha la capacità di impossessarsi di chi ha fame: una volta che una persona viene posseduta da questo spirito, la fame diventa abissale, e non si è più nemmeno in grado di muovere un singolo passo senza rischiare di cadere per via dei capogiri. Chi subisce il malefico influsso di questo spirito deve assolutamente mangiare: non importa cosa, ma deve farlo subito. Nella regione di Niigata,  però, si ritiene più saggio evitare di dare cibi qualsiasi ad un posseduto di questo genere, ed è consigliato somministrargli prima una tazza di zuppa di miso o, in alternativa, riso con molta acqua.

Il Gaki lo si può incontrare prevalentemente fra i monti, ma è stato avvistato spesso anche per le strade delle cittadine. In alcuni posti il Gaki, demone affamato, si chiama Dari o Hidarushin. 

 
Nel distretto di Kitasaku,  nella regione di Nagano, esiste un luogo chiamato Gakidake, Monte del Gaki, che è una delle cime della montagna di Konpira. Oggi sembra un tumulo e ci si trova un tempietto di pietra, ma una volta era adibito alle esecuzioni capitali. Chi abita da quelle parti sta bene che non deve mai mangiare voltato in quella direzione, perché in caso contrario, anche dopo un pasto abbondante non avrebbe alcun senso di sazietà, proprio a causa della maledizione del Gaki.
Alcuni mostri simili al Gaki sono il Gakibotoke,  della regione di Tokushima e il Gakiana,  buco del Gaki,  nel monte Ookumotori di Kumano.  Quest’ultimo è un vero e proprio buco, molto profondo due punti pare e chi osi guardare al suo interno non riesca più a muoversi, e debba essere portato via di peso. Per evitare le malattie dei gaki, fin dai tempi antichi in Giappone esiste il rito del segaki, letteralmente “Offrire ai Gaki”, durante il quale si portano in dono cibi e bevande a questi esseri. 

L’origine della festa deriva dal Ullambanasūtra, dove Maudgalyayāna (giapponese: Mokuren), uno dei più importanti discepoli del Buddha Gautama Siddhartha, messosi alla ricerca della madre morta la trova, grazie ai poteri meditativi, rinata come Preta, dotata cioè di una bocca e un collo strettissimi e tormentata da una fame insaziabile. Inoltre, ogni qual volta portava un boccone alla bocca, questo si trasformava in fiamme ardenti. Chiestone il motivo al Buddha, questi spiegò che la causa era dovuta al fatto che in una precedente vita non aveva dato cibo in elemosina a dei monaci, accumulando così karma negativo. Interrogato su come salvare la madre, il Buddha rispose che sarebbe stato opportuno stabilire una festa in cui accumulare meriti positivi e devolverli agli spiriti degli inferni, sprofondati là proprio per aver accumulato demeriti nelle loro vite precedenti.

Su queste basi scritturali, si basano quelle che sono le tradizioni e i riti della festa di Ullambana: ci si reca nei monasteri buddhisti, si fanno donazioni al Sangha (nel buddhismo fare doni è atto meritorio per sé e ancor più se il ricevente è degno moralmente), si imbandiscono pranzi vegetariani e si liberano animali. Nello stesso tempo è una festa in onore e a favore dei propri familiari deceduti, cosa che la rese automaticamente bene accetta anche in ambienti confuciani.

Il Gaki non rientra dunque nella categoria degli Ujigami, nè tanto meno in quella dei Kami, ma appartengono ad una categoria di spiriti detti Yurei. Ma che cos’è, esattamente, uno Yurei?

 

Cos’è uno Yurei?

La parola Yurei è composta da “yu” che significa flebile, evanescente, oscuro, e “rei” che significa anima o spirito. Tuttavia, gli Yurei sono talvolta chiamati anche bōrei che significa spiriti dei caduti, oppure shiryō che signifca spiriti dei morti, o anche con i più generici nomi di yōkai e obake.

Il termine giapponese Yurei indica dei fantasmi tormentati, anime di persone defunte incapaci di lasciare il mondo dei vivi e raggiungere in pace l’aldilà, che non abbandoneranno questo mondo fino a che non saranno placati.

Sono l’equivalente dei fantasmi occidentali e, come questi ultimi, hanno assunto con l’andare del tempo alcune caratteristiche peculiari. 

All’inizio, la tradizione giapponese non attribuiva agli Yūrei un aspetto differente da quello dei comuni esseri umani ma, a partire dalla fine XVII secolo, durante il periodo Edo, si diffuse un gioco detto Hyakumonogatari Kaidankai (kaidan è un termine non più in voga, sostituito nel giapponese moderno dall’inglese horror), molto popolare ancora oggi, che consiste nel raccontare a turno una storia dell’orrore  e poi spegnere una luce. Si credeva che quando l’ultima luce fosse stata spenta uno Yūrei si sarebbe manifestato. 

kaidan divennero oggetto di letteratura, opere teatrali e dipinti, e gli Yūrei cominciarono ad assumere degli attributi che permettevano al pubblico di identificarli immediatamente tra i personaggi.

Tra queste caratteristiche troviamo un ampio abito bianco, che ricorda il kimono funerario in uso durante il periodo Edo; il kimono può essere un katabira (una semplice veste bianca) o un kyokatabira (simile al precedente ma decorato di sutra buddhisti). Questo elemento ricorda molto il folkloristico lenzuolo bianco dell’immaginario collettivo occidentale, nel quale troviamo una postura che in Giappone è tipica degli Yurei: mani che penzolano senza vita dai polsi, che sono generalmente portate in avanti con il gomito all’altezza dei fianchi. Inoltre la parte inferiore del corpo è spesso assente, così che lo Yurei fluttua nell’aria, esattamente come i nostri fantasmi. 

Queste caratteristiche comparvero dapprima negli ukiyo-e del periodo Edo, e vennero poi fatte proprie dal kabuki, nel quale per nascondere la parte inferiore del corpo si usava un kimono molto lungo o si sollevava l’attore da terra con delle corde. Inoltre gli Yurei hanno i capelli lunghi, proprio come le Banshee del folklore europeo, poiché si credeva che, anche dopo la morte, i capelli continuassero a crescere. Nel teatro kabuki gli attori indossavano delle parrucche e  capelli venivano tenuti davanti al viso, a cui spesso in scena veniva aggiunto un leggero trucco indaco (aiguma).

Per finire, gli yūrei sono spesso accompagnati da una coppia di fuochi fatui (hitodama) in sfumature tetre di blu, verde o viola; queste fiammelle sono considerate parte integrante dello spirito. Le hitodama sono entrate a far parte anche della simbologia di anime e manga, in cui oltre a seguire un fantasma compaiono intorno a persone dall’aria funebre o stati emotivi fortemente depressi.

Un elemento di vestiario che invece contraddistingue i fantasmi giapponesi, (ma soprattutto in alcune opere teatrali o di carattere comico e reso popolare principalmente da anime e manga) è un fazzoletto detto Hitaikakushi, che viene avvolto intorno alla testa che assume una forma triangolare, con la punta rivolta verso l’alto, sulla fronte. 

Uno Yūrei può infestare un oggetto, un luogo o addirittura una persona, e può essere scacciato solo dopo aver risolto il conflitto emotivo che lo tiene legato al mondo dei vivi, e aver celebrato i riti funebri. Spesso le due cose coincidono, dunque per dar pace ad un fantasma occorre trovare i suoi resti mortali e dargli la dovuta sepoltura. Altre volte invece, dar seguito al desiderio di uno Yurei al fine di placarlo, significa dover realizzare la sua vendetta, cosa non sempre possibile… e inoltre le emozioni dello Yurei potrebbero essere sufficientemente forti da  sopravvivere anche dopo che lo scopo sia stato raggiunto.

Per questi casi esistono delle vere e proprie forme di esorcismo. 

Nello Shintoismo è possibile recitare un norito (una preghiera rituale) con lo stesso scopo, oppure usare un ofuda, un foglio con impresso il nome di un kami del quale assorbe il potere, che vengono premuti sulla fronte del posseduto o sparsi nell’area infestata.

Nel Buddhismo i monaci stessi possono celebrare dei riti volti a facilitare il passaggio dello spirito nella sua prossima reincarnazione.

Il concetto di Yurei è simile a quello dei “fantasmi affamati” della filosofia buddista: queste creature si troverebbero al secondo stato più basso nei Sei Regni dell’Esistenza: 

  1. Il regno dei Deva. La sofferenza degli dei nasce dal prevedere la propria caduta dal regno di Dio. Questa sofferenza deriva dall’orgoglio.
  2. Il regno degli Dei in guerra (asura). La sofferenza degli asura è un combattimento costante. Questa sofferenza deriva dalla gelosia.
  3. Il regno umano. La sofferenza degli esseri umani è nascita, malattia, vecchiaia e morte. Questa sofferenza viene dal desiderio.
  4. Il regno animale. La sofferenza degli animali è la stupidità, il predarsi l’un l’altro, essere uccisi dagli uomini per carne, pelli, ecc. e ancora essere bestie da soma. Questa sofferenza viene dall’ignoranza.
  5. Il regno dei fantasmi affamati . La sofferenza dei fantasmi affamati è la fame e la sete. Questa sofferenza deriva dall’avidità.
  6. Il regno infernale. Le sofferenze dell’inferno sono calde e fredde. Questa sofferenza deriva dalla rabbia e dall’odio.

 

Funa Yurei, i Caduti in Mare

Gli Yurei possono essere distinti in base al loro trauma, che costituisce la fonte dell’attaccamento al mondo terreno.

Abbiamo così il Gaki, di cui abbiamo già detto in abbondanza; gli spiriti dei suicidi o di coloro che sono morti con dei rimpianti (Jibakurei); spiriti di madri morte nel dare alla luce un figlio (Ubume) che desiderano solo incontrarlo e  sapere cosa sia accaduto ad essi; i fantasmi dei bambini (Zashiki-warashi), generalmente dispettosi; gli spiriti di marinai morti in mare (Funayūrei). 

Si dice che le anime della gente annegata per il rovesciamento di un’imbarcazione siano spinte dal risentimento a causare lo stesso tipo di incidente nei confronti dei vivi.

Questo tipo di spettri si chiamano Funa Yurei, fantasmi della nave, e appaiono spesso in una zona chiamata kikokunada, che significa mare aperto di Kikoku in Cina, ma a volte vengono avvistati anche nei mari giapponesi. 
La loro apparizione inizia con l’arrivo di una piccola massa grande come un pugno, che a prima vista sembra cotone bianco: fluttua nell’aria finché non si posa sull’acqua, dove resta per un po’ a galleggiare fra le onde. Quasi impercettibilmente le sue dimensioni aumentano poco alla volta, finché su di essa non inizia a delinearsi un volto umano, dopodiché una voce spettrale inizia a lanciare richiami a invisibili compagni.
Da quel momento, una decina di apparizioni spettrali circondano la barca dello sventurato spettatore e la tengono ferma stringendo le i bordi con le mani. Poi, all’unisono, prendono a ripetere tutti in coro «Dateci gli inata!» alzando sempre di più il tono della voce. In gergo marinaresco, un inata è una sorta di grande mestolo, e gli spettri lo pretendono per poter travasare acqua marina all’interno dell’imbarcazione. I marinai sanno che, se non vogliono rischiare di colare a picco,  devono accondiscendere alla richiesta, ma fornendo ai fantasmi degli inata senza fondo. 
Nelle notti di tempesta è abitudine accendere dei falò sulle scogliere per fornire segnali visibili ai barcaioli al largo. I Funa Yurei fanno lo stesso, ma accendono le fiamme in mezzo al mare, ingannando i malcapitati che spesso, a causa di ciò, finiscono dritti fra le loro grinfie e muoiono annegati.
I barcaioli conoscono bene questi trucchi e sanno riconoscere gli inganni degli spiriti: i falò normali restano fermi in un punto, mentre quelli spettrali si spostano in continuazione. I più attenti sono anche in grado di intravedere le imbarcazioni dei Funa Yurei, e riescono a distinguerle da quelle umane perché oltre a viaggiare solitamente in gruppi di dieci circa, quando hanno le vele spiegate possono andare in qualsiasi direzione, anche contraria a quella del vento.
Pare comunque che anche il barcaiolo più esperto difficilmente riesca a sopravvivere all’incontro con questi terribili spiriti.

 

Onryō, gli Spiriti Vendicativi

Gli Onryō sono Yurei animati da un particolare desiderio di vendicarsi dei torti subiti durante la vita terrena, per cui tornano a perseguitare chi li ha maltrattati. 

Benché esistano Onryō di sesso maschile, la maggior parte di quelli rappresentati nel teatro kabuki sono di sesso femminile. Indifese da vive, questi donne hanno sofferto in vita a causa del marito o dell’amante e, una volta morte, cercano il proprio riscatto. Diventate potentissime, possono arrivare persino ad uccidere chiunque li incontri o causare disastri naturali, poichè la loro collera colpisce in modo irrazionale.

Uno degli esempi più famosi di Onryō nel folklore giapponese è la storia di Oiwa, tratta dallo Yotsuya Kaidan. In questa storia il marito rimane assolutamente illeso, benché continui ad essere vittima del tormento psicologico della defunta moglie, ritornata sotto forma di Onryō. 

Forse il più famoso onryō è Oiwa, dallo Yotsuya Kaidan, una storia storia di tradimento, omicidio e vendetta spettrale . In questa storia il marito Tamiya rimane illeso, tuttavia è il bersaglio della vendetta di Oiwa, che si manifesta su di lui non come una punizione fisica ma piuttosto come un tormento psicologico. 

Pur essendo un opera teatrale, lo Yotsuya Kaidan incorpora e combina due omicidi sensazionali realmente accaduti: il primo coinvolse due servi che avevano assassinato i rispettivi padroni ed in seguito vennero catturati e giustiziati lo stesso giorno; il secondo omicidio, invece, fu perpetrato da un samurai che scoprì la sua concubina in una relazione con un servo. I samurai fecero inchiodare a una tavola di legno la concubina infedele, mentre il servo fu costretto a gettarsi nel fiume Kanda .

Un’altra storia famosa, appartenente all’area di Izumo e registrata da Lafcadio Hearn, racconta di un samurai che giura alla moglie morente di non risposarsi mai più. Presto, però, rompe la promessa. Il fantasma della moglie viene prima a metterlo in guardia, poi, in un secondo momento, uccide la giovane sposa strappandole la testa. Le sentinelle che erano state addormentate si risvegliano e inseguono l’apparizione finchè, trafiggendola con la spada mentre recitano la preghiera buddhista, la distruggono. 

Alla collezione medievale Konjaku Monogatarishū. appartiene la storia di una moglie abbandonata che viene trovata morta, ma con una chioma particolarmente lunga e fluente e le ossa ancora attaccate le une alle altre. Il marito, temendo la vendetta dello spirito, chiede aiuto ad un onmyōji che compie un esorcismo durante il quale il marito deve resistere mentre afferra il corpo della moglie per i capelli stando a cavalcioni sul suo cadavere. 

Mentre l’origine degli Onryō non è chiara, la fede nella loro esistenza può essere fatta risalire all’VIII secolo, e si basa sull’idea che le anime potenti e infuriate dei morti possano influenzare o danneggiare la gente vivente.

Il primo culto Onryō che si sviluppò, fu intorno al principe Nagaya che morì nel 729: ricevendo la pena di morte per una falsa accusa, fu costretto a suicidarsi. 

Il primo episodio registrato di una possessione da parte di uno spirito Onryō in grado di influenzare la salute di un vivente si trova nella cronaca Shoku Nihongi (797), e afferma che l’anima di Fujiwara Hirotsugu danneggiò a morte il prete Genbō, un monaco erudito e burocrate della corte imperiale di Nara meglio conosciuto come leader della setta del buddismo Hossō. Hirotsugu morì in un’insurrezione chiamata “Ribellione di Fujiwara no Hirotsugu”, dopo aver fallito nel tentativo di rimuovere dal potere il suo rivale, Genbō.  In seguito, Genbō fu esiliato a Dazaifu sull’isola di Kyushu e, al momento della sua morte, si credette che fosse stato ucciso dallo spirito vendicativo di Hirotsugu.

Nel linguaggio comune, la vendetta perpetrata da esseri o forze soprannaturali viene chiamata tatari.

 

Goryo, Vittime di Complotti Politici

Gli Onryo sono tradizionalmente ritenuti capace di causare non solo la morte del loro nemico, come nel caso dello spirito vendicativo di Hirotsugu, ma anche di provocare disastri naturali come terremoti, incendi, tempeste, siccità, carestie e pestilenze.

Uno di questi è il caso dello spirito del principe Sawara, amareggiato contro suo fratello, l’imperatore Kanmu. 

L’imperatore Kanmu aveva accusato Sawara di complottare, forse falsamente, con l’unico scopo di rimuoverlo come rivale al trono, e come conseguenza Sawara, esiliato, morì digiunando. In seguito, la ragione per cui l’Imperatore trasferì la capitale da Nagaoka-kyō a Kyoto fu per il tentativo di evitare l’ira dello spirito di Sawara, almeno secondo alcuni studiosi. Non riuscendoci, l’imperatore cercò allora di placare il fantasma del fratello, eseguendo riti buddisti per rendergli omaggio e concedendo al principe Sawara il titolo postumo dell’imperatore. 

Gli spiriti che non hanno pace perché vittime di complotti politici che li hanno portati alla morte vengono chiamati Goryo. Non dobbiamo dimenticare che questi spiriti, come gli Onryo e gli Yurei in generale, possono essere placati e pacificati.

Un noto esempio di pacificazione dello spirito Goryo è il caso di Sugawara no Michizane, disonorato politicamente e morto in esilio. In seguito alla sua morte si ritiene che causò la morte dei suoi calunniatori in rapida successione, oltre a catastrofi naturali, soprattutto incendi provocati da fulmini. Alla fine la corte placò lo spirito irato ripristinando il vecchio rango e la posizione di Michizane, che venne anche deificato nel culto del Tenjin, con dei santuari di Tenman-gū eretti in suo onore. Michizane è dunque diventato un Kami, il Kami dello studio e della cultura.

 

 

Ikiryo, gli Spiriti dei Viventi

Ikiryō significa letteralmente “fantasma vivente” e si riferisce ad uno spirito di una persona viva che lascia il corpo fisico per andare a perseguitare altre persone che si trovano in altri luoghi, a volte a grande distanza.

Il termine Ikiryo è usato in contrasto con il termine shiryo, che invece si riferisce invece allo spirito di un defunto.

Si dice che gli spiriti vendicativi dei vivi possano infliggere maledizioni (祟り tatari) all’oggetto della loro ira vendicativa trasformandosi in ikiryō. In pratica un Ikiryo è una particolare forma di fantasma che si materializza quando la persona è ancora in vita: se questa prova un forte rancore e il desiderio di vendetta, l’anima può arrivare a separarsi in parte dal corpo e andare a perseguitare il nemico.Si crede inoltre che la possessione sia un altro mezzo con il quale gli Ikiryō possono fare del male, mentre la persona posseduta è ignara di quanto stia accadendo. 

Tuttavia, secondo la mitologia, l’ikiryō non agisce necessariamente per astio o vendetta. Un altro caso di Ikiryo può avvenire quando una persona è molto malata o in coma, allora il suo spirito può manifestarsi accanto ai familiari. Coloro che ricevono la visita hanno una premonizione metafisica della morte della persona in questione, prima che arrivino notizie concrete del suo decesso.

Manifestazioni di Ikiryō appartenenti a coloro la cui morte è imminente sono attestati in tutto il Giappone. 

Molti dei termini locali per definire gli Ikiryō sono stati raccolti da Kunio Yanagita e dalla sua scuola di folklore. Tra questi, i termini tobi-damashi o omokage, shininbō sono usati nella Prefettura di Ishikawa in casi isolati, ma non sono utilizzati frequentemente in altre zone.

Nella tradizione del Distretto di Nishitsugaru della Prefettura di Aomori, le anime delle persone prossime alla morte sono chiamate amabito, e si crede che si allontanino dal corpo e vaghino, a volte producendo un suono simile ad una porta che si apre.

Secondo Yanagita, tobi-damashi è il termine equivalente usato nel Distretto di Senboku, nella Prefettura di Akita. Yanagita definisce il termine come l’abilità posseduta da certi individui di attraversare il mondo sotto forma di Ikiryō. Si afferma che tali individui abbiano il controllo volontario di questa loro abilità, diversamente da coloro che sono in grado di prendere questa forma solo vicino alla morte.

Nel Distretto di Kazuno nella Prefettura di Akita, un’anima che fa visita ai propri cari è chiamata omokage (面影), ovvero “reminiscenza, traccia”, e assume la forma di un essere umano in vita, nel senso che ha i piedi e produce un rumore di passi, diversamente dall’immagine tradizionale del fantasma Yurei, che è senza gambe e piedi.

Yanagita, in Tōno monogatari shūi, scrive che nella regione di Tōno nella Prefettura di Iwate “i pensieri dei morti o dei vivi si fondono in una forma che cammina, e appare all’occhio umano come un’illusione che in questa regione è chiamata omaku.” Un esempio di questa credenza è quello che racconta di un’attraente ragazza di 16 o 17 anni, gravemente malata di “male da freddo” (probabilmente febbre tifoide). La ragazza viene vista vagare nel cantiere di ricostruzione del tempio Kōganji a Tsujibuchi nei giorni precedenti la sua morte.

Nel Distretto di Kashima a Ishikawa nella Penisola di Noto, un folklorista ha attestato il credo negli shininbō (死人坊), che si dice appaiano due o tre giorni prima della morte di qualcuno, il quale viene avvistato mentre va a visitare il danna-dera (il tempio di famiglia, anche detto bodaiji). Si crede che il tempio sia il luogo di riposo definitivo dello spirito, il quale vi trova il suo posto tra gli antenati.

Ci sono casi in cui l’Ikiryō appare come un’anima sotto forma di fiammella fluttuante, una sorta di fuoco fatuo conosciuto in Giappone come hitodama o hidama. Tuttavia, non è inusuale associare questo tipo di fiamma all’anima di una persona vicina alla morte, visto il concetto tradizionale per cui l’anima si allontana dal corpo per un breve periodo (solitamente di qualche giorno) prima o dopo la morte. 

Di conseguenza, le fiammelle pre-morte nelle opere che trattano di fantasmi potrebbero non essere classificate come casi di Ikiryō , ma associate al fenomeno degli hitodama.

Lo studioso di folklore Ensuke Konno descrive casi di oggetti di colore giallastro iridescente simili a palloncini che fluttuano, presentandoli come presagi di morte. I residenti di Aomori nel Distretto di Shimokita chiamano questi fenomeni tamashi, “anime”, lo stesso termine di uso comune da parte della popolazione locale della frazione di Komena, nel comune di Ōhata. Si dice che un bambino sia morto in ospedale a causa delle ferite sostenute in una caduta da un ponte in bicicletta il 2 Aprile 1963 dopo aver visto una di queste luci mentre si dirigeva verso il Monte Osore.

Un caso di hitodama considerato da un folklorista come appartenente al discorso sugli Ikiryō si trova nel Tōno monogatari: si racconta di un individuo che, assistendo all’apparizione di un’anima, decide di seguirla finché raggiunge il proprietario, il quale afferma di aver vissuto l’intero avvenimento in sogno.

Un individuo che lavorava all’ufficio comunale di Tōno, una notte riferì di aver visto un hidama emergere da una stalla e “svolazzare” all’interno dell’entrata all’edificio. Dichiarò di averlo inseguito con una scopa, e averlo intrappolato sotto un lavandino. Poco dopo fu chiamato per andare a visitare lo zio in punto di morte ma, prima di andare, si assicurò di aver liberato la palla di fuoco. Giunto dallo zio questi era appena morto, ma ritornò in vita brevemente, giusto il tempo di accusarlo di averlo inseguito con una scopa. 

Allo stesso modo, gli archivi folkloristici di Umedoi, nella Prefettura di Mie (ora parte di Inabe), riportano l’episodio di un gruppo di uomini che, a notte fonda, videro e inseguirono una palla di fuoco fino ad un magazzino di sake, svegliando una domestica che vi dormiva all’interno. Questa più tardi dichiarò di “essere stata inseguita da tanti uomini ed essere fuggita” per trovare riparo nel magazzino.

Nonostante gli ikiryō siano generalmente spiriti di umani che lasciano il corpo inconsciamente, anche azioni quali lo svolgimento di rituali magici e il tormento intenzionale di un obbiettivo possono essere interpretati come forme di Ikiryō. 

Allo stesso modo, nella Prefettura di Okinawa, svolgere un rituale magico con l’intenzione di diventare Ikiryō è definito ichijama.

L’ushi no koku mairi, ovvero “visita nell’ora del bue” è un rituale per cui chi pianta un chiodo in un albero sacro nell’ora del bue (dall’una alle tre di notte) diventa un Oni, e con i poteri acquisiti può scagliare maledizioni e sfortune sul proprio nemico. 

Di contro, nel periodo Heian, un’anima umana che lasciava un corpo e se ne allontanava era descritta dal verbo akugaru, che significa, appunto, allontanarsi. Nel Genji Monogatari, il turbato Kashiwagi, temendo che la sua anima possa vagare, richiede che alcuni rituali siano eseguiti sul suo corpo per fermare questo processo nel caso in cui si verificasse.

Sempre nel Genji monogatari (ca. 1000-1010), si narra di un noto episodio di ikisudama (la lettura più arcaica del termine Ikiryō) che emerge dall’amante di Genji, la Dama Rokujō, che tormenta la moglie incinta di Genji, Aoi no Ue, causandone la morte per parto. Questo spirito è anche ritratto in Aoi no Ue, l’opera di teatro Nō che narra la stessa trama. Dopo la sua morte, la Dama Rokujō diventa un Onryō e continua a tormentare le successive consorti di Genji, Murasaki e Onna-sannomiya.

Si ipotizza che la prima comparsa dell’ikisudama della dama Rokujō sia nel capitolo intitolato a Yūgao, fiamma del principe Genji che attira il rancore dell’altra dama sua amante. Durante l’unica notte che Yūgao e Genji passano insieme, la donna comincia a stare male e muore quasi subito dopo, senza nessun motivo apparente, scatenando in Genji l’ansia che essa sia stata posseduta da uno spirito malvagio.

In seguito, la dama Rokujō, continuamente trascurata da Genji, viene umiliata pubblicamente durante una parata dai servitori di un’altra dama, la sposa di Genji Aoi, a cui è intitolato il capitolo. Questo evento scatena nuovamente il suo Ikiryō (contro la sua stessa volontà), che tormenterà e ucciderà Aoi durante il parto. Gli attacchi di cui soffre Aoi sono riconosciuti come opera di uno spirito vivente appartenente a Rokujō dopo che questa parla attraverso Aoi, esprimendosi con una voce che non le appartiene. Rokujō nel frattempo sogna di percuotere una donna e si rende conto con orrore del delitto commesso.

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