meditazione cabalistica

Introduzione alla Meditazione Cabalistica

La Meditazione Mantrica

La Contemplazione

La Visione e la Voce

La Visualizzazione

Il Nulla

La meditazione è un sistema che, nella Cabala, ha scopi profetici.

La profezia è l’espressione spirituale più elevata a cui un essere umano possa aspirare.

Nell’ebraismo, la Cabala Profetica si separa dalla Cabala Teurgica, essendo quest’ultima addirittura mal reputata dai cabalisti stessi, che annoverano la Magia e le pratiche magiche tra le superstizioni e le falsità.

La meditazione cabalistica, piuttosto, si affianca alla Cabala Teosofica, essendo entrambi sistemi che mirano alla comprensione, rispettivamente intuitiva e intellettuale. 

Pur tuttavia, nessuna pratica magico-teurgica può essere attuata senza un’adeguata preparazione. 

 

La Meditazione Mantrica

La meditazione mantrica agisce attraverso la ripetitività e di conseguenza attraverso l’acquisizione di un’abitudine. Quando si ripete abbastanza a lungo un mantra, la mente vi si abitua e si diventa capaci di recitarlo senza che la mente cosciente registri le parole.

A questo stadio si è acquisita anche la capacità di fare il vuoto mentale mentre si recita il mantra e questo ne fa un eccellente metodo psicologico per svuotare la mente da tutti i pensieri.

Tuttavia, dal momento che il mantra ha un potere spirituale in se stesso, non solo libera la mente dai pensieri estranei, ma eleva colui che medita in uno spazio spirituale particolare.

Con questa forma di meditazione, quanto più il corpo si rilassa, maggiormente la mente diventa lucida, come se l’energia liberata dal corpo venisse utilizzata dalla mente.

Il mantra, più che definire lo stato di coscienza, proietta l’iniziato nel primo stadio dello stato meditativo, da dove può utilizzare altre tecniche per elevarsi sempre più in alto.

È molto importante praticare la meditazione mantrica tutti i giorni per almeno un mese: normalmente occorrono trenta o quaranta giorni perché questa forma di meditazione inizi a dare dei risultati.

 

Gherushin

Alcune scuole cabalistiche utilizzano come mantra versetti biblici, talmudici e dello Zohar.

Una tecnica utilizzata a Safed nel XVI secolo, chiamata gherushin, consisteva nel ripetere un versetto della Bibbia come un mantra.

Questa tecnica non solo era usata per elevare l’iniziato a un livello di coscienza superiore, ma anche per arrivare a una comprensione più profonda del versetto, come se, attraverso la ripetizione, il versetto emanasse il suo significato. Piuttosto che leggere o analizzare il testo, l’iniziato entrava in comunione con esso.

Questo concetto è espresso in maniera ancora più concreta in una tecnica usata da Josef Caro (1448-1575) e dai suoi discepoli. Invece di un versetto della Bibbia, essi ripetevano un passo della Mishnà, la parte più antica del Talmud, terminata verso l’anno 200.

Il passo (paragrafo o mishnà) veniva ripetuto come un mantra ed elevava l’iniziato a uno stato di coscienza nel quale un Magghid, una creatura angelica associata alla mishnà recitata, gli parlava direttamente.

In un’epoca relativamente recente, il grande Rabbi Nachman di Breslav (1772-1811), insegnava una forma di meditazione mantrica che consisteva nell’entrare in conversazione con Dio.

Egli consigliava di ripetere come un mantra la frase Ribbonò shel Olàm, che in ebraico significa Padrone dell’Universo, per raggiungere uno stato di coscienza superiore.

Alcuni studiosi, per essere più corretti, preferiscono la pronuncia chassidica: Ribboinoi shel Oylom.

Per Nachman, la ripetizione del mantra non era un fine in sé, ma piuttosto un mezzo per aprire lo spirito alla conversazione con Dio, da lui ritenuta il metodo migliore per avvicinarsi a Lui. Tuttavia considerava la ripetizione come una tecnica valida in se stessa. 

Dal momento che la frase Ribbonò shel Olàm era prescritta come mantra da Rabbi Nachman, ai nostri giorni alcuni la definiscono il mantra di Rabbi Nachman.

In ogni caso, questa è la frase ideale se desiderate praticare un’autentica meditazione mantrica ebraica poiché, oltre ad essere stata consigliata da uno dei più grandi maestri chassidici, essa serviva da introduzione alla preghiera fin dagli inizi dell’era talmudica.

L’espressione Ribbonò shel Olàm la troviamo infatti utilizzata fin dal primo secolo a.e.v. da Shimon ben Shetach e, secondo il Talmud, risalirebbe ai tempi biblici.

Come già detto, il significato di Ribbonò shel Olàm è Padrone dell’Universo.

La parola universo viene dalla parola latina unus, che significa “uno”, e versum, che significa “vòlto”, cosicché la parola “universo” designa ciò che è “vòlto in uno” o “combinato in un tutto”. Nel suo senso profano l’universo è pertanto percepito come il grande fattore unificante della Creazione.

La parola ebraica per universo è invece olàm, un termine che viene dalla radice alam il cui significato è “dissimulare”. Nella visione ebraica l’universo è dunque ciò che dissimula il Divino.

Quando diciamo Ribbonò shel Olàm, Padrone dell’Universo, intendiamo dire che dissimulato al di là del mondo c’è un Signore. Dunque, attraverso la ripetizione di questo mantra, prendiamo coscienza della realtà nascosta al di là del mondo visibile.

 

Kavvanah

Il termine più comune nella letteratura ebraica per designare la meditazione è kavvanà, che è generalmente tradotto con concentrazione, sentimento o devozione. A seconda dei testi, si parla di pregare con kavvanà o di mantenere la kavvanà durante il rito sacro.

Risalendo all’etimologia della parola, troviamo che deriva dalla radice ebraica kaven che significa mirare, dirigere lo sguardo. Kavvanà denota dunque l’azione di mirare con la coscienza ad un determinato scopo. 

In generale, si definisce la meditazione come pensiero controllato, e in questo senso kavvanà sarebbe il termine più generico per designarla.

La parola kavvanà è usata spesso in relazione alla preghiera o al culto, ma nell’ebraismo la distinzione tra preghiera e meditazione è molto sottile.

Quando l’orante segue il culto con kavvanà, lascia che le parole della preghiera dirigano la sua coscienza. La mente è elevata allo stato di coscienza associato alla preghiera che viene recitata. La preghiera, in questo caso, è usata per dirigere lo stato di coscienza.

Oltre al concetto generale di kavvanà, varie opere devozionali ebraiche, in particolare quelle di carattere cabalistico, contengono tutta una serie di kavvanoth: meditazioni specifiche per riti particolari, utilizzate per dirigere la mente nei sentieri più reconditi della dimensione mistica dei riti stessi.

 

La Contemplazione

Un’altra forma semplice di meditazione è la contemplazione che, tra l’altro, non richiede nessuna esperienza precedente e neppure la conoscenza dell’ebraico o dell’ebraismo.

La tecnica è simile a quella della meditazione mantrica, solo che si tratta di un’esperienza visiva e non verbale.

Basta sedersi, o mettersi in una posizione comoda, e fissare su un oggetto per un periodo di tempo determinato, dai venti ai trenta minuti, lasciando che l’oggetto della contemplazione pervada la mente.

Non è necessario cercare di impedirsi di sbattere le palpebre poiché potrebbe essere una causa di disagio. Nel guardare l’oggetto della contemplazione, si deve essere il più rilassati possibile.

Quando avrai terminato, resta seduto ancora per cinque o dieci minuti, per assorbire gli effetti della meditazione.

Si può scegliere praticamente qualsiasi oggetto: una pietra, una foglia, un fiore o la pagina di un libro.

Se lo desideri, puoi scegliere un oggetto diverso ogni volta che mediti, il che del resto è inevitabile quando l’oggetto è deperibile, come nel caso della foglia.

Ma, se utilizzi ogni volta un oggetto diverso, gli effetti non saranno cumulativi.

Pertanto, è preferibile utilizzare lo stesso oggetto per un tempo abbastanza lungo, possibilmente per trenta o quaranta giorni, cosicché vi sia il tempo per abituarsi. L’effetto di ogni seduta di meditazione è allora rafforzato e diventa cumulativo.

Infine, è importante sapere che l’oggetto della contemplazione è solo un supporto, non è importante in sé. Occorre, dunque, fare attenzione a non trasformarlo in oggetto di devozione, il che porterebbe all’idolatria. Per questo motivo, alcuni consigliano di evitare le immagini, i quadri o le statue.

 

Hitbonenuth

Un termine importante associato alla meditazione ebraica è hitbonenuth, che tradotto letteralmente significa “isolamento di sé”, anche se molti studiosi, purtroppo, si sono accontentati di tradurlo con “isolamento”, “solitudine”, fuorviandone il senso interpretato come una condizione fisica piuttosto che come uno stato meditativo.

La chiave di questo concetto si trova in un testo di Abraham, figlio di Maimonide. Vi leggiamo che esistono due tipi di isolamento, quello esteriore e quello interiore.

L’isolamento esteriore implica semplicemente la solitudine fisica (andare nei campi, nei boschi, nelle caverne, ovunque è possibile essere lontano dagli altri) e rappresenta la prima tappa: l’isolamento esterno è la porta di accesso per l’isolamento interiore.

L’isolamento interiore consiste nell’isolare la mente da ogni altra sensazione e dal pensiero stesso. È quello che nella maggior parte dei testi classici non ebraici viene definito stato di meditazione.

In pratica, si comincia con il prendere una qualsiasi cosa come oggetto di contemplazione: una pietra, una foglia, un fiore, un’idea, etc. e ci si concentra solo ed esclusivamente su quello, isolandolo da tutto il resto.

Presto l’oggetto riempie la propria coscienza ed è a questo punto che accade qualcosa di particolare: esso diventa una specie di specchio in cui ci vediamo riflessi alla luce della Realtà. Usando questo specchio si può vedere il Divino che è in noi.

Forse si tratta dello Specchio di Profezia, aspaklaria, di cui parla il Talmud. Chi si vede in questo specchio e scopre il Divino che è in lui ed entra in comunicazione con Dio. 

La meditazione hitbonenuth significa Comprensione di sé, vale a dire la comprensione di sé alla luce della Creazione, nel senso che quando contempliamo la Creazione e comprendiamo il ruolo che vi abbiamo.

Progredendo in questa pratica, ci si potrà concentrare non su un oggetto, ma sul vuoto mentale, sul nulla.

Hitbodeduth è, dunque, il termine ebraico per designare ogni pratica suscettibile di portare l’individuo alla conoscenza di quello stato in cui la mente è isolata, sola, vuota di ogni pensiero o sensazione.

 

La Contemplazione della Fiamma

Lo Zohar fa menzione di una forma di contemplazione che ha come punto focale una candela o una lampada a olio. Molti sistemi di meditazione utilizzano la candela, ma nelle fonti ebraiche viene preferita una piccola lampada a olio d’oliva con lo stoppino di lino.

L’olio di oliva produce una fiamma particolarmente bianca che attira la contemplazione. Naturalmente, se non avete una lampada a olio, potete utilizzare una candela perché quello che è fondamentale è la fiamma.

La letteratura dello Zohar (Tikkuné ha-Zohar 21:50a) insegna che, quando si contempla la fiamma di una candela o di una lampada a olio, dobbiamo prendere coscienza dei suoi cinque colori: il bianco, il giallo, il rosso, il nero e l’azzurro. Questi cinque colori si vedono quando si raggiunge una contemplazione profonda della fiamma.

Lo Zohar dice che l’azzurro che si vede intorno alla fiamma rappresenta la Shekhinà, la Presenza divina.

Per comprenderlo è necessario praticare la meditazione contemplativa sulla fiamma in una stanza oscura in cui la candela sia la sola fonte di luce presente e sia posta in modo tale che non illumini i muri.

Utilizzerete la tecnica contemplativa abituale per lasciare che la fiamma pervada la mente. Prenderete allora coscienza dei suoi colori: il bianco, il giallo e il rosso. Ogni colore e le sue sfumature assumeranno significato e prenderete coscienza del calore e dell’energia emanati dalla fiamma.

Come nel caso della contemplazione della forza della mano, arriverete a un livello in cui è possibile vedere concretamente queste energie astratte.

La tappa seguente consiste nel concentrarsi sull’oscurità che circonda la fiamma. Il nero della stanza sarà allora profondo e palpabile. Lo percepirete come una specie di nero vellutato da cui si irradiano le tenebre, analogo al “fuoco nero” o alla “lampada di tenebre” di cui parlano le opere talmudiche e zohariche.

A questo livello, l’esperienza delle tenebre è spesso più profonda di quella della luce.

Ma, quando la meditazione si fa più profonda, si comincia a scoprire un alone azzurro. Intorno al buio che si estende fino a una certa distanza dalla fiamma, vedrete un azzurro purissimo e di una bellezza incomparabile, simile al colore del cielo in estate. Evidentemente, non si tratta di una realtà fisica, ma di una creazione della mente.

La meditazione sulla fiamma è importante per diverse ragioni.

In primo luogo ci fa conoscere il fuoco nero e le tenebre raggianti, due concetti a cui viene data molta importanza nei testi cabalistici.

Inoltre, quando si impara a vedere l’aura azzurra che circonda la fiamma, si impara a vedere l’aura in generale.

A tale riguardo, sottolineiamo che nei testi cabalistici l’azzurro è associato al cosiddetto terzo occhio. Una delle ragioni è che vediamo questo colore non con gli occhi del corpo, ma con l’occhio della mente.

 

La Visione e la Voce

Coloro che riescono a fare un solo tipo di meditazione alla volta chiedono se è meglio cominciare con la meditazione mantrica o con la contemplazione. È soprattutto una questione di preferenza personale: alcuni hanno una maggiore attitudine alla verbalizzazione, altri alla visualizzazione. Per i primi è evidentemente più efficace la meditazione mantrica, mentre per i secondi lo è la contemplazione.

Alcuni, invece, trovano utile associare la meditazione mantrica alla contemplazione. In effetti è molto facile riempire la mente con un’immagine quando, attraverso la meditazione mantrica, si è raggiunto uno stato di coscienza superiore.

Quando diciamo Ribbonò shel Olàm, Padrone dell’Universo, intendiamo dire che dissimulato al di là del mondo c’è un Signore.

Attraverso la ripetizione di questo mantra prendiamo quindi coscienza della realtà nascosta al di là del mondo visibile.

Quando si associa la ripetizione del mantra Ribbonò shel Olàm alla contemplazione di un oggetto fisico, si può cominciare a vedere il Divino nascosto nell’oggetto e l’oggetto stesso diviene un ponte tra il sé e Dio.

L’oggetto diventa, allora, un mezzo attraverso cui si può compiere l’esperienza di Dio.

 

Il Tetragramma Divino

Una forma di contemplazione consiste nel contemplare il più sacro dei nomi di Dio, il Tetragramma, YHVH. Basta scrivere il nome di Dio su un cartoncino o un foglio di carta, metterlo in un posto ben visibile e utilizzarlo come qualsiasi altro oggetto di contemplazione. La sua contemplazione può essere accompagnata da una meditazione mantrica, e ovviamente il mantra Ribbonò shel Olàm può essere di grande aiuto. Vi troverete allora in relazione diretta con Dio sia attraverso il mantra, sia attraverso la contemplazione del suo nome.

Affinché questo tipo di meditazione esprima il suo pieno significato, è necessario conoscere il simbolismo delle quattro lettere che formano il nome di Dio: Yod, He, Vau, He.

Per capire il significato di questo nome, possiamo far riferimento a un insegnamento della Cabala, secondo cui queste quattro lettere sono il simbolo del mistero della carità:

  1. la prima lettera, Yod, corrisponde alla moneta. La lettera Yod è infatti piccola e semplice, come una moneta;
  2. la seconda lettera, He, corrisponde alla mano che dona la moneta.
  3. la terza lettera, Vau, è il simbolo del braccio che si tende per donare. Questa lettera, del resto, ha proprio la forma di un braccio; inoltre la parola ebraica Vau significa uncino e implica quindi una connotazione di connessione;
  4. la quarta lettera infine, la He finale, rappresenta la mano del mendicante che riceve.

A proposito di Betzalel, l’architetto del Tabernacolo che gli Israeliti costruirono subito dopo l’Esodo, il Talmud dice: «Betzalel sapeva combinare le lettere con le quali i cieli e la terra furono creati». Poiché il mondo fu creato da Dio con le Dieci Espressioni e queste a loro volta sono formate da lettere, ne consegue che le lettere sono il mezzo attraverso cui noi stabiliamo un legame con Dio e il suo atto di creazione.

Quando contempliamo il nome di Dio scritto su un foglio di carta o su una pergamena, il nero dello scritto diventa più nero, e il bianco del foglio, più bianco. A un livello profondo di meditazione si vedrà il nome come se fosse scritto con “fuoco nero su fuoco bianco”. È interessante notare che, secondo il Midràsh, la Torah originale fu scritta con “fuoco nero su fuoco bianco”.

 

Meditazione sulle Lettere Ebraiche

Se alla contemplazione di ogni lettera dell’Alfabeto ebraico riusciamo ad unire il mantra del suono fonetico che gli è proprio, scopriremo il potere delle energie di cui è forgiata la Creazione.

Il Sefer Yetzirà, Il Libro della Formazione, è il libro più enigmatico del misticismo ebraico. Su questo testo sono stati scritti più di cento commentari nel tentativo di penetrarne i misteri, ma hanno tutti il difetto di voler leggere l’opera attraverso le lenti del proprio sistema piuttosto che estrarne il messaggio che contiene. Un’analisi attenta del testo mostra tuttavia che si tratta di un’opera estremamente profonda sulla meditazione.

 

 

La Visualizzazione

La Visualizzazione è la capacità di fissare un’immagine nell’occhio della mente è descritta ampiamente nei testi cabalistici che parlano della meditazione.

 

Chakikà e Chatzivà

Il Sefer Yetzirà menziona due metodi di rappresentazione mentale delle lettere: la chakikà, l’incisione, e la chatzivà, il taglio; ambedue sono tecniche importanti per chi desidera visualizzare le lettere.

L’incisione consiste nel fissare un’immagine nella mente in modo che non ondeggi né si muova. L’immagine incisa resta nella mente anche quando emergono altre immagini, proprio come se vi fosse incisa.

Tuttavia, anche se l’immagine è chiara e stabile, incisa nella mente, generalmente è circondata da altre immagini e la tappa seguente consiste nell’isolarla. Se, per esempio, volete visualizzare la lettera Alef, dovete cercare di allontanare ogni altra immagine che emerge nell’occhio della mente.

Questo procedimento è conosciuto con il nome di chatzivà, il taglio, in analogia con la pietra che viene tagliata nella roccia.

Il processo consiste nell’individuare la pietra desiderata e poi separarla dalle altre. Si tratta di attuare lo stesso procedimento a livello mentale: eliminare tutte le immagini estranee che circondano quella desiderata.

Esistono parecchi modi di tagliar via le immagini estranee. Una di queste consiste nel rimpiazzare ogni immagine, eccetto la Alef, con il bianco puro.

Concentratevi sulla Alef e lasciate che pervada tutta la vostra mente. Poi, gradualmente, tagliate via tutte le immagini che circondano la Alef e sostituitele con il fuoco bianco. Immaginate che questo fuoco bruci le altre immagini.

Iniziate con una fiammella sopra la Alef e immaginate che bruci una piccola parte delle immagini estranee. Lasciate poi che la fiammella si espanda sempre di più intorno alla Alef e consumi le altre immagini. Alla fine resterà solo la lettera Alef, scritta con fuoco nero su fuoco bianco.

 

Yichudim

Numerosi testi cabalistici parlano di yichudim o “unificazioni”. Nella maggior parte dei casi, il metodo di meditazione degli yichudim consiste nell’immaginare vari nomi di Dio e di manipolarne le lettere. Ma si tratta di un metodo molto avanzato e richiede la conoscenza della Cabala. 

Una buona introduzione al metodo degli yichudim consiste nel visualizzare il Tetragramma, senza alcun supporto esterno. Visualizzando il Nome, siamo pervasi da uno straordinario sentimento di intimità con Dio, ne sentiamo la presenza e sperimentiamo la sua maestà.

Secondo alcuni testi ebraici si fa riferimento a questo tipo di meditazione nel versetto dei Salmi «Costantemente ho posto YHVH davanti ai miei occhi» (Salmi 16:8).

È interessante notare che un esercizio di visualizzazione del Tetragramma è menzionato anche nello Shulchan Arukh, il codice tradizionale della Legge ebraica.

Questo tipo di visualizzazione è utile anche durante la preghiera e serve come introduzione a tutta una serie di altre tecniche di mediazione ancora più avanzate, descritte nella Cabala.

Uno di questi, consiste nell’immaginare che il cielo si apra e nel vedersi ascendere verso il regno spirituale. Si attraversano i sette firmamenti fino a raggiungere il più elevato.

A questo livello si immagina un’immensa cortina bianca che riempie tutto lo spirito e vi si visualizza il Tetragramma. Il nero delle lettere e il bianco della cortina diverranno sempre più intensi fino a che le lettere saranno scritte con fuoco nero su fuoco bianco. A poco a poco le lettere del Tetragramma diventano sempre più grandi fino a sembrare gigantesche come montagne di fuoco nero. Quando le quattro lettere riempiono tutta la mente, si è come assorbiti dentro il nome di Dio.

A un livello ancora più avanzato, le lettere non sembrano più scritte sulla cortina, ma appaiono come oggetti solidi a tre dimensioni. Si può arrivare ad avere la sensazione di penetrare nelle lettere e sentirsi avvolti dalla loro stessa essenza.

L’ultimo livello viene raggiunto allorché le lettere sono percepite come esseri viventi, come se ciascuna di queste fosse una creatura angelica. Si acquisisce allora una coscienza unica della loro forza vitale, della loro energia spirituale, del loro significato e del flusso di energia che passa da una all’altra. Si prende coscienza dell’unione fra Colui che dona e colui che riceve, dei primordiali elementi del femminile e del maschile nella creazione.

 

Maschio e Femmina li creò

Le ultime due lettere del Tetragramma, Vau ed He, rappresentano la forza maschile e quella femminile della Creazione.

La forza maschile è quella che agisce nel mondo, mentre quella femminile permette al mondo di essere ricettivo alla potenza di Dio.

È una delle ragioni per cui impieghiamo il genere maschile quando ci rivolgiamo a Dio. Naturalmente, anche se ci rivolgiamo a Lui al maschile, Dio non ha genere. Noi gli parliamo al maschile perché vogliamo che agisca nel mondo attraverso la forza maschile della Provvidenza, che corrisponde alla Vau del Tetragramma.

Ciò che però spesso viene dimenticato è che, affinché si possa ricevere l’intervento divino, occorre aprirsi e alla Provvidenza come la donna si apre all’uomo.

La Shekhinà, invece, è la Presenza divina, anche in ebraico è un nome femminile e corrisponde alla He finale del Tetragramma.

La Torà dice: «Dio creò l’uomo a Sua immagine, a Sua immagine Egli lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1:27).

Questo implica chiaramente che l’uomo e la donna insieme formano l’immagine di Dio e la ragione è ovvia: essi hanno il potere di fare quello che più si avvicina all’opera divina: creare la vita.

In ebraico uomo si dice iysh e donna ishà. Nella parola iysh c’è una Yod, mentre nella parola ishà c’è una He. Il Talmud dice che sono la Yod e la He del Tetragramma. Se da iysh e ishà togliamo la Yod e la He, le lettere che rimangono formano la parola “esh” che in ebraico significa fuoco.

I fuochi della passione che uniscono uomo e donna sono visti come ricettacoli delle Lettere che formano il Nome Divino e quindi ricettacoli degli elementi maschile e femminile dell’Essenza divina. La passione che unisce l’uomo e la donna nasce dal fatto che l’uomo e la donna sono il riflesso degli archetipi superiori del maschile e del femminile.

Quando la Vau e la He sono separate, si interrompe ogni legame tra il mondo creato e Dio, eccetto quello della sua energia creatrice. Come l’uomo e la donna che si amano, la Vav e la He ardono di unirsi per portare la potenza di Dio nel mondo inferiore e, quando si sono uniti, la presenza divina diviene palpabile e si può provare un’esperienza molto profonda del Divino.

Questo yichud si compie mediante la visualizzazione del nome divino. Ci si concentra sulla Vav e sulla He per prendere coscienza del desiderio ardente di riunirsi che hanno queste lettere. Quando questo desiderio diventa insostenibile, finiscono per unirsi, liberando un torrente di energia divina che discende in tutto il corpo e lo spirito.

 

A proposito del sesso

Nella Cabala, e nell’ebraismo stesso, la sessualità non è considerata una debolezza della carne o un male necessario, ma un mezzo per avvicinarsi a Dio sul piano più intimo che ci sia.

Quando una moglie guarda il marito deve vedere in lui il riflesso dell’aspetto maschile del Divino e, viceversa, quando un marito guarda la moglie deve vedere in lei la Shekhinà, la Presenza di Dio, l’aspetto femminile del Divino.

Nei momenti di intimità, l’uomo, espressione dell’aspetto maschile del Divino, può sentirsi in comunicazione profonda con l’aspetto femminile del Divino, e la donna, inversamente, in comunicazione profonda con l’aspetto maschile del Divino. Allora, attraverso la loro unione, lui e lei possono sentire che creano una «immagine di Dio».

Quando un uomo e una donna si vedono l’un l’altra come la personificazione dell’immagine divina, l’atto sessuale diviene qualcosa di sacro, è l’unione della forza maschile e femminile della creazione.

Per giungere a questo livello, durante l’atto sessuale, è molto importante evitare ogni immagine o pensiero estraneo. È necessario astenersi dal pensare a qualsiasi altra persona del sesso opposto che non sia quella con la quale siamo in comunicazione. Come in ogni altra meditazione che comporta un’azione, è necessario concentrarsi totalmente sull’atto, scacciando ogni altro pensiero.

Il Talmud e la Cabala danno molte indicazioni su come accrescere gli aspetti meditativi dell’atto sessuale. In primo luogo deve essere sollecitato il senso del tatto per cui è consigliabile che il luogo sia buio. Niente deve distrarre i due amanti dall’esperienza che stanno vivendo. È detto anche che i corpi non devono essere separati da alcuna veste.

La Torà dice, infatti, che l’uomo e la donna «diventano una sola carne» (Genesi 2:24) per cui i corpi devono essere a diretto contatto affinché l’esperienza tattile possa essere vissuta in tutta la sua intensità.

Va da sé che, promuovendo un’esperienza tattile, materiale, carnale, l’ebraismo è ben lungi dal proporre una versione sessuale angelicata, il cui fine è esclusivamente la procreazione.

La Cabala insegna che l’atto sessuale deve essere preceduto da parole d’amore, baci, abbracci, carezze, e avere infine il suo culmine nell’intimità totale.

Si potrebbe dire che l’atto d’amore ha inizio nella testa con le parole e i baci e discende poi nelle mani e nei corpi con gli abbracci e le carezze per culminare solo alla fine negli organi genitali, sede del piacere sessuale più intenso. È possibile sentire l’energia sessuale discendere lungo la colonna vertebrale e irradiarsi in tutto il corpo.

Se marito e moglie raggiungono un certo livello di consapevolezza, i loro pensieri durante l’atto sessuale possono avere un’influenza importante sul bambino che sarà concepito.

Ciò è l’esatto contrario di quanto viene descritto nei testi tantrici, in cui l’energia detta Kundalini è ascensionale e, partendo dalla zona del plesso coccigeo o osso sacro, si irradia lungo la colonna vertebrale fino alla base del cranio.

Naturalmente entrambi le correnti energetiche sono altrettanto valide, e non si tratta di scegliere se è meglio portare il divino nel mondo materiale, generando un figlio, oppure portare la propria coscienza di mero essere materiale nel mondo del divino, ovvero del pensiero e dell’assenza di pensiero.

In generale, qualsiasi tecnica meditativa applicata all’atto sessuale accresce notevolmente il piacere, e l’atto sessuale in sé cambia in base allo stato mentale in cui ci si trova, pertanto può essere l’esperienza più rozza e sporca o la più pura e santa, senza che nulla sia aggiunto o tolto all’atto fisico.

 

 

Il Nulla

Quando si è assimilata la tecnica della visualizzazione, allora si può tentare di visualizzare il nulla assoluto. Ma poiché nel mondo reale niente somiglia al nulla, è necessario riuscire a crearne una percezione nella mente. È una tecnica utile per avvicinarsi a Dio e per la realizzazione del sé.

Come tutte le tecniche di meditazione più avanzate, può essere estremamente pericolosa. La ragione per cui non può essere mai praticata da soli è che c’è il rischio di essere inghiottiti dal nulla e di non essere capaci di riemergere.

A questo livello, i minimi pensieri fugaci che turbano superficialmente lo spirito sono avvertiti come veri terremoti mentali. Prima di poter conoscere l’esperienza della spiritualità, è necessario pertanto far tacere tutti i pensieri che agitano la mente. Solo allora sarà possibile sperimentare la spiritualità, quel sentimento profondo fatto di ammirazione, di timore e umiltà.

Qual è il vero sé? A questa domanda troviamo un inizio di risposta nella parola ebraica anì, io. È interessante notare che se modifichiamo l’ordine delle lettere della parola anì, otteniamo ayn o ayin , parola che in ebraico designa il nulla; il che sembra implicare che il vero «sé» è il nulla in ciascuno di noi.

La situazione è molto simile a quella che si verifica quando cerchiamo di guardare dietro la nostra testa. Vediamo il nulla, non perché non ci sia nulla (o ci sia il nulla), ma perché gli occhi non riescono a vedere dietro la testa.

Quando immaginiamo il nulla, dobbiamo essere coscienti che si tratta dell’approssimazione più fedele a cui possiamo arrivare nella nostra rappresentazione di Dio, il che non significa assolutamente che Dio è il nulla.

Uno dei racconti più vividi della Torà è quello del sogno di Giacobbe in cui il patriarca vide «una scala che dalla terra raggiungeva il cielo» (Genesi 28:12).

In un midràsh è detto che questa scala aveva quattro scalini che, secondo i grandi mistici ebrei, rappresentano i quattro stadi che devono essere superati per raggiungere il più alto livello spirituale. Questi quattro scalini rappresentano i quattro livelli della meditazione: l’azione, la parola, il pensiero e il livello superiore al pensiero.

Questi quattro livelli sono il parallelo delle quattro lettere del Tetragramma.

Il primo livello è quello dell’azione, in cui interviene anche il nostro corpo. Nel Tetragramma corrisponde alla He finale, che è il simbolo della mano che riceve.

È, infatti, per mezzo del corpo che riceviamo tutte le benedizioni di Dio. La “mano” che Dio ci dona per ricevere la sua energia è il corpo che Egli creò a sua immagine. Pertanto il primo livello, partendo dal basso, è quello del corpo e dell’azione.

Il secondo livello è quello della parola. Al livello della parola prendiamo coscienza di essere entrati in comunicazione con il Divino.

La parola è il potere angelico nell’uomo, per mezzo del quale possiamo trascendere la nostra natura animale. La parola inoltre è il ponte tra la dimensione fisica e quella spirituale, tra l’uomo e Dio. Nel Tetragramma il livello della parola corrisponde alla lettera Vau, il braccio che Dio ci tende. La lettera Vau ha una connotazione di connessione che corrisponde alla parola che mette in relazione l’uomo con Dio.

Il terzo livello è quello del pensiero attraverso il cui potere percepiamo quello che possiamo cogliere del Divino. Il pensiero corrisponde alla prima He del Tetragramma, il simbolo della “mano che tiene”. Il pensiero è la mano che tiene ogni esperienza del Divino che noi possiamo sperimentare.

C’è infine il livello superiore al pensiero che è l’esperienza del nulla. È l’esperienza ineffabile del Divino stesso. È l’esperienza che raggiungiamo solo quando ogni altro pensiero è assente ed entriamo nel regno della pura esperienza che è al di là del pensiero.

Cosa ne pensi?