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Yule, il Solstizio d’Inverno

Il Solstizio d’Inverno

Il Solstizio d’Inverno cade il 21 dicembre, il giorno più breve dell’anno poiché il Sole non si alza oltre il punto più basso dell’orizzonte.

In questo giorno le ombre sono più lunghe e il giorno che non è davvero giorno, mentre la notte è la più lunga e la più buia dell’anno.  

Gli antichi popoli Norreni chiamavano questa festa Yule o Yuletide (Tempo di Yule) e segnava, insieme a Eostre, Litha e Mabon, solstizi ed equinozi.

Tra le popolazioni gaeliche, in particolare tra i Druidi, questa ricorrenza è chiamata Alban Arthuan, cioè Festa della Luce.

Dopo l’avvento del Cristianesimo, tale festività si è convertita nel Santo Natale, conservando ben poche delle antiche connotazioni, nonostante il suo significato di rinascita sia immutabile. 

Analizziamo, dunque, le valenze simboliche racchiuse nei miti e nei riti legati a questa ricorrenza.

 

Yule

L’etimologia della parola Yule non è chiara. Si suppone che derivi dal norreno Hjól che significa ruota, tuttavia i linguisti suggeriscono che sia un termine derivato dal substrato linguistico proto-indoeuropeo.

Odiernamente, nelle lingue scandinave, il termine Jul (danese e svedese) o Jól (islandese, faroese, norvegese) ha entrambi i significati di Yule e di Natale. Talvolta è usato anche per indicare altre festività del mese di dicembre. Il termine si è diffuso anche nelle lingue finniche per indicare il Natale (in finlandese Joulu).

Le popolazioni vichinghe usavano festeggiare questa ricorrenza in un modo particolare, come narra la Saga di Hakon, re delle popolazioni norvegesi.

Era tradizione che tutto il popolo dovesse partecipare ai festeggiamenti che si tenevano nel tempio principale, portando con sé cibo e vivande, con la particolarità che la maggior parte del cibo fosse ancora vivo.

In pratica, il bestiame veniva condotto alla festa e sacrificato in tempo reale. Neppure i cavalli erano esclusi.

Il sangue versato dal sacrificio del bestiame era detto hlaut (sangue sacrificale), mentre hlautbolli era la coppa che lo conteneva. Hlautteinar erano invece i rami sacrificali (aspergiglie) che venivano intinti nel sangue e utilizzati per aspergere i piedistalli degli idoli, le pareti del tempio dentro e fuori, ed anche le persone stesse.

La carne degli animali veniva bollita in un grande calderone appeso sopra al fuoco che ardeva in mezzo al tempio.

Colui che era il capo aveva il compito di consacrare sia la carne che la coppa da cui si beveva il sangue degli animali sacrificati, quindi procedeva con i brindisi.

Il primo era per Odino, per la vittoria e il potere al re. Il secondo agli dei Njörðr e Freyr per buoni raccolti e per la pace. Il terzo era un brindisi per il re stesso. 

 

La Caccia Selvaggia

Il dipinto “Åsgårdsreien” del pittore norvegese Peter Nicolai Arbo raffigurante la caccia selvaggia, 1872, Galleria nazionale di Oslo

L’immagine mitica del folklore europeo legata alla festa di Yule è quella della Caccia Selvaggia, originaria della Germania e della Britannia.

Con l’andare del tempo l’immagine della Caccia Selvaggia si è diffusa in molte regioni europee, dalla Scandinavia alla zona delle Alpi, inserendosi in diversi racconti e leggende.

Tuttavia, la radice originaria della Caccia Selvaggia affonda nella mitologia norrena.

Si narra che, nelle notti del Sacro Periodo che comprende i dodici giorni successivi al solstizio d’inverno, il dio Wotan a cavallo di Sleipnir, il suo destriero grigio dalle Otto Zampe, guidi un corteo di esseri soprannaturali in una vorticosa ridda attorno alla Terra.

A questo corteo, detto Caccia Selvaggia, prendevano parte elfi, fate, déi, demoni, spiriti dei morti e tutti gli esseri del mondo che, normalmente, restava invisibile.

Durante quelle notti invece, era possibile vedere la Caccia Selvaggia, ma ciò era presagio di sventura.

Essa portava guerre e pestilenze, oltre alla morte di colui che vi assisteva, che talvolta poteva essere rapito dagli spiriti stessi e portato nel regno delle fate. Vale a dire che diventava folle.

La Caccia Selvaggia è presente anche nella cultura romana, dove però è Ecate a guidare il corteo seguita dai suoi cani infernali.

Nelle tradizioni della Gallia troviamo invece la dea Epona, associata ai cavalli, alla quale si collegavano anche altre figure del mondo celtico, come la dea notturna Queen Mab, tramontate con l’arrivo del Cristianesimo.

Epona era una divinità mortuaria, spesso rappresentata con una cornucopia, simbolo dell’abbondanza. Successivamente, a questa dea si è sovrapposta la dea romana Diana.

Come abbiamo detto, questa tradizione si è diffusa in gran parte dell’Europa, sotto nomi diversi. In Inghilterra si chiama Wild Hunt, in Scozia Sluagh, in Germania Wutende heer, in Francia Chasse Arthur, in Svizzera Struggele selvaggia.

In Italia, soprattutto nell’area alpina, la Caccia Selvaggia veniva associata a luci lontane, allo scalpitio di zoccoli, all’abbaiare dei cani e ad un forte sibilare del vento. Essa assume nomi differenti a seconda delle località. In Lombardia Cascia Morta, in Piemonte è il Corteo dla Berta o Càsa d’i canètt, in Trentino è la Cazza selvadega, in Val di Non è la Ciaza Mata, mentre in Valsassina Kasa selvadega.

Tuttavia, il cristianesimo ha modificato i connotati di questa leggenda,  utilizzandola a fini di ammonimento. 

Il protagonista, in una storia ambientata al Bus de la Bastia, si chiama Beatrik. Accompagnato nottetempo da un’orda di cani diabolici, il Beatrik cavalca nei boschi cacciando le streghe, che nella zona vengono dette “vivana”, “aguana”, “guana”, “dubiana” o ancora “bregostane”. Si tratta di  creature selvagge e predatrici, che si nutrono di fanciulli e fanciulle. C’è solo un modo per difendersi da loro: usare cani feroci.

Nel corso del Medioevo, questo nucleo mitico alimentò la tradizione cortese del ciclo arturiano, nei quali Re Artù appare come un vero re dei morti.

La sua raffigurazione in groppa ad un caprone sul mosaico di Otranto (XII secolo), così come la sua comparsa, dopo un secolo, alla testa della Caccia Selvaggia, testimonia la contiguità tra rielaborazioni letterarie e folklore, incentrate sul rapporto con l’aldilà.

Sempre nel ciclo arturiano, il viaggio di eroi come Erec, Perceval e Lancillotto verso castelli misteriosi, che un ponte, un prato o una landa separano dal mondo degli uomini, è stato riconosciuto come un viaggio verso il mondo dei morti.

 

Alban Arthuan e La Stella Arcturus

Alban Arthuan cadeva tra la lunazione dei mesi di Dumannios, che significa Tempo delle Profonde Tenebre, e Riuros che significa Tempo del Freddo.

Qualcuno traduce Alban Arthuan come l’Alba di Artù. Si dice infatti che il leggendario re sia nato proprio la notte del solstizio d’inverno.

Alcuni sostengono che il nome Artù derivi dal romano “Artorius” che identifica una gens ronama di probabili origini etrusche.

Tuttavia, è stato fatto notare che il nome del leggendario re Artù appare solo come Arthur o Arturus nei primi testi latini arturiani, mai come Artorius.

Un’altra possibilità è che il nome sia derivato dalla radice linguistica britannica, Arto-rig, che significa Re Orso e che trova nel nome di persona irlandese Art-ri. Tale forma potrebbe essere stata latinizzata in Artorius.

Meno probabile è la derivazione comunemente proposta dal gallese arth che significa “orso” + (g) wr che significa “uomo”. Però nella poesia gallese il nome è sempre scritto Arthur ed è esclusivamente in rima con parole che terminano in -ur, mai con le parole che terminano in –wr, il che conferma che il secondo elemento non può essere [g] wr “uomo”. 

Rimane comunque arth “orso”.

Ed ecco che è nata una teoria alternativa, che ha guadagnato solo un’accettazione limitata tra gli studiosi professionisti.

Questa teoria fa derivare il nome Arthur da Arcturus, la stella più luminosa della costellazione di Boote (costellazione del Bifolco, cioè del bovaro), vicino all’Orsa Maggiore.

La luminosità e la posizione nel cielo ha portato a considerare questa stella come il “guardiano dell’orso”, da cui deriva il nome greco  Ἀρκτοῦρος (Arktôuros): árktos (orso) + ôuros (guardiano).

Il nome latino Arcturus sarebbe dunque diventato Art(h)ur.

Arcturus è visibile in inverno a notte fonda guardando verso est, in primavera per tutta la notte (meglio intorno alla mezzanotte, guardando verso sud), e in estate nelle prime ore della notte, guardando verso ovest, dopodiché va a tramontare.

Nella mitologia greca, la stella Arturo (o, secondo altre versioni, tutta la costellazione Boote di cui fa parte) fu messa in cielo da Zeus per proteggere la vicina costellazione Callisto (Orsa Maggiore) dalla gelosia di Era.

Callisto era la figlia di Licaone, re dell’Arcadia. Essa, ancora giovinetta, si votò alla dea Artemide (dea della caccia, degli animali selvatici il cui nome – tra altre ipotesi – potrebbe derivare dal termine greco ἄρκτος árktos, “orso”): doveva rimanere vergine per servire e accompagnare la dea a caccia di animali nella foresta.

Zeus tuttavia si innamorò di Callisto e la sedusse; dalla loro unione nacque Arcade.

Zeus sapeva che se sua moglie Era fosse venuta a conoscenza del tradimento si sarebbe vendicata su Callisto; quindi, per proteggerla, la trasformò in un’orsa (in un’altra versione del mito è Era stessa a trasformare Callisto in orsa; in un’altra ancora è Artemide, una volta scoperto che Callisto era venuta meno al suo voto).

Callisto, trasformata in orsa, vagò nella foresta alla ricerca del figlio, che trovò alcuni anni dopo, quando Arcade era ormai un uomo adulto. Ella cercò di abbracciare il figlio sollevandosi sulle gambe posteriori, ma Arcade non la riconobbe e pensò che l’orsa stesse per aggredirlo.

Proprio quando Arcade stava per uccidere la propria madre-orsa, Zeus, commosso per ciò che stava per accadere, trasformò Callisto e Arcade in due costellazioni (Orsa Maggiore e Orsa Minore, oppure, secondo altre versioni, Orsa maggiore e Boote/Arcade).

Venuta a conoscenza dell’accaduto, Era, furiosa, chiese a Oceano di non permettere che potessero mai bagnarsi nelle sue acque. In questo modo viene spiegata la declinazione molto settentrionale delle due costellazioni che le rende circumpolari in molte regioni dell’emisfero boreale.

Una curiosità è che, presso i nativi americani nel nord America, si riteneva che l’arco formato dalle stelle del Grande Carro fosse un orso inseguito da primavera fino all’autunno da una fila di cacciatori.

Tali cacciatori sono identificabili con le stelle che formano la stanga del carro e con quelle che costituiscono la parte ovest della costellazione del Boote.

Esse in particolare sono: Pettirosso (Alioth), Passero (Mizar), Corvo (Alkaid), Piccione (Seginus nel Boote), Ghiandaia (Izar), Civetta (Arturo) e Civetta acadica (Mufrid).

Sfinito dal lungo inseguimento, in autunno l’orso viene ferito dalle frecce dei cacciatori, barcolla nei pressi dell’orizzonte nord, dove il suo sangue schizza macchiando di rosso il petto di Pettirosso (Alioth) e cola imporporando la foresta (il fogliame rosso autunnale). Ma ogni anno l’orso scappa (i cacciatori identificati con le stelle del Boote tramontano), va in letargo, le sue ferite si rimarginano durante l’inverno e si risveglia di nuovo in primavera per essere nuovamente inseguito.

Presso i greci e i romani si credeva che il sorgere e il tramontare di Arturo fosse associato a eventi infausti: in questo senso ne parla l’astronomo e poeta greco Arato di Soli, mentre Plinio il Vecchio la chiama terribile e Virgilio nelle Georgiche fa allusione ai suoi influssi negativi sull’agricoltura.

 

 

Il Santo Natale

La festa del Solstizio d’Inverno è diventata, con l’avvento del Cristianesimo, il Natale. Si è mantenuta quindi la celebrazione della nascita del dio solare, identificato nella figura salvifica di Cristo, ma abbiamo perso tutte le connotazioni mitologiche relative alla Madre-Orsa e alla figura del guerriero. 

Alcune tradizioni pagane della festa di Yule sono comunque sopravvissute seppur adeguandosi.

Ad esempio, l’agrifoglio che spesso vediamo raffigurato sui biglietti di auguri natalizi, era considerata dai celti una pianta adatta alla protezione e alla difesa dalle influenze funeste. Per questo motivo era usanza appendere un ramo di agrifoglio alle porte delle case, per tenere fuori gli spiriti maligni.

Secondo le leggende irlandesi, questa pianta è in grado di produrre incantesimi notevoli. Il suo potere contro le forze ostili è così grande che i Celti lo portavano con sé perfino in battaglia e molti carri da guerra erano costruiti con il suo legno. 

che, probabilmente per le sue foglie munite di aculei, rappresenta la protezione e la difesa dalle influenze funeste, e per questo motivo usavano per costruire le porte delle case (o appendervene un ramo) per tenere fuori gli spiriti maligni. 

Oggi si ritiene che questa pianta, i cui rami vengono intrecciati a formare una corona (corona borealis), simboleggi la corona di spine del Cristo, sia per gli aculei delle foglie che per il colore rosso vivo delle bacche, che sarebbero le gocce di sangue. Insomma, mentre gli antichi presagivano la luce nelle tenebre, noi gente moderna, quando questa luce inizia a spuntare, già ne presagiamo la morte. 

Anche il vischio, una pianta semi-parassita e sempreverde che cresce sui rami di alcuni alberi, oggi si raccoglie per le feste natalizie ed è considerata di buon augurio. L’usanza di appenderlo sull’uscio o in casa risale alle popolazioni celtiche, che lo onoravano come pianta sacra giunta dal cielo come dono degli dei.

Secondo le fonti, soltanto i druidi potevano raccoglierlo, con l’ausilio di un falcetto dedicato a questa operazione. Inoltre, siccome la pianta non ha radici e quindi non è a contatto con la terra, non doveva toccare terra nemmeno dopo essere stato raccolto.

Al vischio sono attribuite molte proprietà curative, tanto che nell’antichità era conosciuto come la pianta in grado di guarire da qualunque malattia, e i Druidi lo utilizzavano per ottenere infusi e pozioni medicamentose.

La ricetta magica della tradizione popolare vuole che il vischio venga immerso nell’acqua, che si dinamizza con le sue magiche proprietà e poi si distribuisce a quanti desiderano guarire o preservarsi dalle malattie.

Infine anche l’albero di natale è un’usanza degli antichi popoli del Nord Europa, che erano soliti adornare un albero, di solito un abete per la sua resistenza agli inverni più gelidi, con frutti e statuine votive, a simboleggiare l’arrivo della primavera.  

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