samkhya

Samkhya

Attribuito a Kapila, V o VI secolo a.C.

Samkhya: enumerazione, numero. Calcolo, inteso anche come ragionamento.

E’ la Darshana complementare dello Yoga, di cui, in un certo senso, rappresenta la parte teorica. E’ una dottrina sulla classificazione dei principi cosmici e individuali, gli elementi fondamentali da cui dipende tutto ciò che è manifesto.

Più ampiamente, il sistema Samkhya intende accostarsi alla Realtà Ultima mediante un’enumerazione esatta e onnicomprensiva dei suoi principi costitutivi (tattva). Perciò, è una descrizione completa della creazione e dei suoi meccanismi.

Kapila. La tradizione vuole che i rappresentanti autentici del Samkhya siano i tre saggi figli di Brahma (Sanaka, Sanandana e Sanatana Kumara) e il saggio Kapila (il figlio di Kardama e Devahuti).

Kapila trasmise i suoi insegnamenti ad Asuri, il quale a sua volta lo trasmise a Pancashikha. La settima autorità in materia del Samkhya, è il saggio Vodhu, del quale però non si sa praticamente nulla.

Tra questi, il più celebre è senz’altro Kapila.

Tuttavia, si narra che una filosofia fondata sull’analisi sistematica fu impartita dal Rishi Kapila a sua madre Devahuti. La fonte di tale informazione sono le Scritture stesse: i Purana affermano che Kapila apparve addirittura durante lo Svayambhuva Manvantara.

Molti Purana (come il Brahmanda Purana, il Vayu Purana e il Bhagavata Purana) e grandi autorità in materia, parlano di Kapila come di un avatar, un’incarnazione divina.

L’intera storia della sua nascita, della sua vita e dei suoi insegnamenti, è riportata nel Terzo Canto dello Shrimad-Bhagavatam, posto per iscritto ben cinquemila anni fa. Nello stesso Purana troviamo anche altre storie che riguardano Kapila. Inoltre, la figura del saggio appare sovente anche nel Mahabharata.

Sembra che il Rishi abbia scritto due libri, il Samkhya-pravacana e il Tattvasamasa, ma di essi non c’è menzione nelle Scritture antiche. Tutto ciò viene affermato solo nelle tradizioni che dicono di appartenere alla sua dinastia spirituale.

Nel Terzo Canto della Bhagavata Purana, si narra il dialogo svoltosi fra Kapila e sua madre, Devahuti.

La virtuosa donna fu abbandonata dal marito Kardama, che aveva scelto la strada della rinuncia ed era andato nella foresta per svolgere discipline ascetiche.

Devahuti, addolorata per il fatto di essere rimasta sola, si rivolse al figlio Kapila per una consolazione che potesse dare sollievo alle sue pene.

Rispondendo alle domande di Devahuti, Kapila esordisce dicendo che, il più alto sistema Yoga è quello che insegna la verità riguardo la divinità (Paramatman) e l’anima individuale (jivatman).

Questo insegnamento dà beneficio vero e conclusivo a tutti gli esseri viventi che soffrono, in quanto vittime dell’illusione. Lo Yoga, inoltre, provoca il distacco sia dalle pene che dalle felicità del mondo materiale.

Kapila consiglia a sua madre di ascoltare quell’antichissima saggezza, che non ha inizio nel tempo e che in precedenza era già stata enunciata da grandi saggi, di cui però non specifica l’identità.

A questo punto, Kapila spiega che la vita condizionata è la situazione in cui la coscienza dell’individuo è soggetta ai tre guna della materia. Dunque i condizionamenti vengono prodotti dalla falsa identificazione con il corpo.

La liberazione da questa falsità, consiste nell’attaccamento alla Suprema Personalità di Dio, e si ottiene quando si eliminano le concezioni errate per cui “l’Io è il corpo, e tutto ciò che lo riguarda è il mio”. Allora la mente si purifica.

In tale condizione, si trascende lo stadio delle felicità e sofferenze materiali. L’anima si riconosce come entità trascendentale, mai frammentata e, sebbene molto minuta in grandezza, in nessun momento è soggetta alle tenebre dell’ignoranza.

In questa posizione di realizzazione del Sé, grazie alla pratica del servizio devozionale (che prevede la rinuncia al godimento dei sensi), lo yogi diventa indifferente a ogni illusione. Di conseguenza l’influenza della materia agirà su di lui con incisività sempre minore.

Ogni uomo istruito sa bene che l’attaccamento per le cose materiali è la più grande prigionia dell’anima, ma dovrebbe anche sapere che ciò che deve essere cambiato non è l’attaccamento in sé, ma l’oggetto a cui si rivolge l’attenzione.

Infatti quello stesso attaccamento applicato a un soggetto di natura trascendente apre le porte del mondo spirituale.

Per esempio, si dovrebbe sviluppare amore per gli esseri che hanno già ottenuto la liberazione. I sintomi grazie ai quali possiamo riconoscere questi sadhu (persone sante) sono numerosi, ma i principali sono il distacco dalle cose terrene e l’intenso amore per Dio, che li porta a essere sempre impegnati a servirLo. Per questo servizio, il bhakta (il devoto) rinuncia a ogni altra relazione, anche quella che lo lega alla famiglia o agli amici. In compagnia di tali esseri puri e devoti, le discussioni dei passatempi e di tutte le altre attività della Suprema Personalità di Dio risultano estremamente piacevoli per l’orecchio e per il cuore, e la conoscenza spirituale penetra all’interno del fortunato che gradualmente avanza lungo il sentiero della liberazione.

La pratica del Bhakti-yoga (bhakta significa il devoto), che è un altro nome che designa il Samkhya-yoga, sottolinea l’importanza dell’uso di ogni parte di sé stessi. Assorti in questa coscienza spirituale, i bhakta perdono completamente ogni connessione con l’esterno.

L’inclinazione naturale dei sensi è di agire secondo le direzioni delle ingiunzioni vediche, mentre quella della mente è di servire gli interessi dell’anima, cioè del proprio Sé. Ma si deve stare attenti a non cadere nelle trappole micidiali di Maya: mai si deve desiderare di diventare un tutt’uno con Dio. Non si devono desiderare le gioie dei pianeti celestiali, né i poteri mistici che si ottengono con la pratica dell’Ashtanga Yoga.

Abbandonata ogni altra aspirazione, il devoto si trasferisce nella dimensione che è al di là della nascita e della morte. Solo allora si è protetti da ogni pericolo.

In seguito, Kapila procede col descrivere le differenti categorie della Verità Assoluta, premettendo che già solo conoscendole è possibile liberarsi dalle influenze della natura materiale. La conoscenza perfetta è, in sé, la Perfezione Ultima, in quanto ha il potere di tagliare i nodi dell’attaccamento alle cose del mondo materiale.

Kapila inizia col descrivere le caratteristiche della Suprema Personalità di Dio che manifesta l’energia attraverso i tre Guna. Grazie alla loro potenza la natura materiale è in grado di creare la diversità.

Le anime spirituali che scendono in questa dimensione sono confuse dalla energia illusoria detta maya, la quale ha proprio la funzione di velare il vero stato delle cose. In altre parole, promuove il falso e copre il vero.

La causa prima della vita condizionata è la coscienza materiale, cioè la convinzione che la natura materiale sia il campo delle proprie attività e, di conseguenza, la si considera l’autrice delle proprie azioni.

Dunque, il campo d’azione (il mondo), e il veicolo adatto ad agire al suo interno (il corpo), vengono provveduti dalla natura materiale (prakriti), mentre tutti gli atti che richiedono una presenza soggettiva (come le sensazioni di felicità e sofferenza) non possono che provenire dall’anima spirituale stessa.

A questo punto Devahuti chiede al figlio di chiarirle come è composta la natura materiale, e Kapila riprende a spiegare.

Inizialmente esiste un agglomerato energetico “non manifesto” e indiviso, il quale è eterno. Questo viene chiamato Pradhana ed è la culla degli elementi materiali. Quando si manifesta all’esterno e diventa visibile, è chiamato Prakriti.

Prakriti è composta di 24 elementi (tattva), che sono così suddivisi:

  • cinque elementi grossolani (mahabhuta): terra, acqua, fuoco, aria ed etere
  • cinque elementi sottili (tanmatra): l’olfatto, il gusto, il colore, il tatto e il suono
  • quattro sensi interni (saguna-brahman): mente, intelligenza, ego e coscienza 
  • cinque sensi per ottenere conoscenza (jnana-indriya): udito, tatto, vista, gusto e olfatto
  • cinque organi interni di azione (karma-indriya): l’organo della parola, mani, piedi, gli organi generativi e gli organi di escrezione.

I quattro sensi interni, in realtà non sono quattro elementi distinti, né di entità separate, ma di uno stesso elemento che compie differenti funzioni e che possiede caratteristiche varianti. In altre parole, l’aspetto materiale del Signore Supremo (brahama).

Poi Kapila aggiunge una venticinquesima entità, che è l’elemento mescolatore, cioè il Tempo (Kala). La sua funzione, tra le altre, consiste nel generare la paura della morte in chi sia vittima del falso ego (ahankara). E’ lui, Kala, che agita la natura neutrale non manifesta e fa sì che la creazione possa cominciare. La presenza del Purusha si nota proprio dal fattore Tempo. 

Il Signore Dio Supremo, è presente nel creato in un duplice modo: all’interno del cuore delle entità viventi e degli atomi della materia è Paramatman, mentre all’esterno è il Tempo distruttore. 

Nel momento in cui la Suprema Personalità di Dio, grazie alla Sua potenza interna, impregna la prakriti, la natura materiale da origine alla differenziazione degli elementi materiali, che sono così pronti per l’uso creativo. Dopo essersi variegato nello sfolgorante mahat-tattva, che in sé contiene tutti gli universi, si manifesta.

Il “modo” della pura virtù (vasudeva), è il primo a manifestarsi, proprio perché è la qualità divina necessaria a ogni forma di vita. Al contrario di quella contaminata, la pura coscienza è chiara, dolce e limpida.

La creazione, ineve, è stata concepita per le anime condizionate, che devono perciò necessariamente essere dotate di ego materiale, che scaturisce dall’azione di maya.

Questo “ego falsato” (ahankara), è dotato di un potere attivo che può essere di tre diverse tipologie (guna): virtuoso (sattva), passionale (rajas) e ignorante (tamas). Tutta la varietà della quale siamo testimoni si evolve da questi tre “modi di essere” delle persone e degli oggetti.

Dunque, il falso ego e i tre guna caratterizzano l’intera creazione materiale.

Non appena gli elementi si sono separati nell’Uovo Cosmico (l’universo è a forma ovoidale), la Suprema Personalità di Dio, in una delle sue forme (Garbhodakashayi Vishnu) vi entra dentro e lo divide in sette sistemi planetari.

A quel punto appare anche la divinità che presiede alla coscienza (Paramatman). Ora tutto è veramente pronto. La creazione può avere inizio.

Gli yogi meditano su quel Paramatman, che è presente nel cuore di ogni entità vivente: infatti questo aspetto divino concede il distacco e l’avanzamento nella conoscenza spirituale.

Chi vuole liberarsi deve trascendere le influenze dei tre guna. Non deve sentirsi esuberante di fronte alle cose belle e piacevoli (sattva), né acceso dal fuoco del potere e del senso di poter disporre di cose e persone (rajas), né ammorbato dalla languidezza del buio intellettuale. Non deve subirle, ma trascenderle.

Grazie alla pratica costante di tutte le discipline che compongono il Samkhya-yoga (chiamato anche Bhakti-yoga), immergendosi completamente (samadhi) dentro i passatempi trascendentali del Signore e meditando sui vari punti del Suo corpo trascendentale, si raggiunge la perfezione dell’esistenza: l’eterno rapporto d’amore con il Dio Supremo.

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