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02. Il Diavolo e la Stregoneria

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La Chiesa e il Diavolo

Da quando la Chiesa ha iniziato a reggere le sorti spirituali dei popoli europei, ha sempre indicato l’esistenza del Diavolo come un articolo di fede, forgiando essa stessa preti demonologi ed esorcisti.

Tuttavia, si è sempre riservata di dissertare con molta maggiore insistenza sulla natura divina piuttosto che su quella demoniaca, lasciando quest’ultima in una sorta di indeterminatezza, che non mancava di eccitare gli animi più curiosi e ribelli.

Essendo la cultura teologica riservata solo al clero e la popolazione praticamente analfabeta fino a non molti anni fa, il Diavolo si è trovato a doverci mettere la faccia, mostrando la propria effige nei timpani dei portali delle cattedrali, sulle vetrate delle chiese, nei bassorilievi dei cori, agli angoli delle grondaie e dei tubi pluviali.

Persino la scena del giudizio universale, riprodotta in tutte le chiese di un certo rilievo, aveva l’effetto di produrre sul popolo un certo terrore, fungendo da minaccia psicologica.

Inoltre, Dio e le sue schiere sono sempre stati piuttosto restii a manifestarsi anche ai fedeli più devoti, mentre il Diavolo ha sempre avuto la decenza di ascoltare i suoi fedeli. Di solito, infatti, offriva loro il patteggiamento, pretendendo un certo tornaconto per i suoi servigi.

Solo che il Diavolo, forse ingenuo e magari anche un po’ imbranato, pare si lasciasse spesso ingannare con banali stratagemmi, così che i suoi fedeli potevano anche riuscire ad ingannarlo ottenendo favori gratuitamente.

 

Il Patto col Diavolo

Le storie di uomini che hanno venduto l’anima al diavolo scongiurando per ottenere ricchezze e potere sono moltissime. 

Queste storie rappresentano buona parte della letteratura del medioevo, alla quale conferiscono una nota pittoresca e cupa, in perfetta armonia con le antiche città europee, con le loro case dai frontoni scolpiti, le cattedrali gotiche, le abbazie abbandonate e i castelli in rovina.

Celebri e suggestivi sono i versi di un trovatore del XIII secolo, Rutebeuf, nato nella Champagne e vissuto a Parigi al servizio di Alfonso di Poitiers e di Carlo d’Angiò.

Rutebeuf aveva una discreta cultura e una certa conoscenza del latino ma, deforme nel fisico e disgraziato negli affetti, condusse la misera esistenza del giullare, vivendo penosamente alla giornata e frequentando le taverne dove beveva e giocava a dadi, rivelando l’eloquenza e la forza satirica della sua complessa personalità nelle proprie opere.

“Le Miracle de Théophile”, breve dramma profondamente religioso quando predica la santità della crociata ma che non manca di denunciare la lussuria e l’ipocrisia del clero, narra le vicende del prete-stregone Salatin, che vende l’anima al diavolo ma poi si pente e viene salvato dalla Madonna.

Salatin scongiura il diavolo con parole che non appartengono a nessuna lingua nota.

 

Bagabi laca bachabé

Lamac cahi achababé

Karrelyos

Lamac lamec Bachalyas

Chabahagy sabalyos

Baryollas

Lagoz atha cabyolas

Samahac et famyolas

Harrahya!

 

Un altro trovatore del XIII secolo, Jean Bodel, nativo della Provenza e vissuto ad Arras, scrisse “C’est li Jus de saint”, opera in cui il protagonista, Nicholai Tervagans, rende l’anima al diavolo recitando:

Palas aron ozinomas

Baske bano tudan donas

Geheamel cla orlay

Berec hé pantaras tay

 Ritroviamo questo linguaggio oscuro quattro secoli dopo, nella rappresentazione “Il Dottor Faustus” di Rembrandt, in cui un vecchio saggio è intento in una magia nella quale il cerchio, anziché essere tracciato a terra, appare fiammeggiante sulle vetrate del suo laboratorio.

Le iniziali INRI occupano la parte centrale del cerchio e attorno si leggono le parole: ADAM TE DEGERAN e poi sulla parte esterna AMRTET ALGAR ALGASTNA.

Se è facile pensare che questo linguaggio sia una mera invenzione letteraria, è altrettanto facile incappare in testi cabalistici medievali.

Ecco, allora, che il Patto col Diavolo e il linguaggio criptico non sono più solo una mera invenzione letteraria, bensì una realtà dell’epoca, nonostante la scarsità dei patti col Diavolo pervenuti fino ai giorni nostri e conservati negli archivi e nei musei.

Ma, a prescindere dal fatto che il Diavolo portasse il Patto con sé all’inferno, come una sorta di ricevuta, cosa che già di per sé sarebbe sufficiente a giustificare il fatto che tali documenti non siano pervenuti ai giorni nostri, è altresì ovvio che un tale documento venisse gelosamente custodito.

Infatti, dimenticarlo in qualche tasca o su qualche mobile, considerando i tempi che correvano, non sarebbe stato molto salutare.

Lo dimostra la storia del curato di Loudun, Urbain Grandier, che evidentemente non si prese cura di nascondere abbastanza bene i suoi documenti e finì sul rogo.

Grandier fu accusato di aver stregato il convento delle orsoline, dove la maggior parte della religiose davano segno di essere possedute dal Demonio.

Fu dichiarato “colpevole e convinto del delitto di magia, maleficio e possessione, delitti che per suo mezzo furono trasmessi ad alcune religiose orsoline” e, dunque, condannato nel 1634, durante il processo di stregoneria in cui si trovò invischiato anche Richelieu.

Strano a dirsi, ma anche il cancelliere che si occupò di Grandier ebbe la sua stessa sbadataggine:  dimenticò di portare sul rogo il Patto per bruciarlo insieme al contraente, tant’è che è uno dei pochissimi pervenuto fino ai giorni nostri, custodito nella Biblioteca nazionale di Parigi, nella raccolta riguardante le orsoline di Loudun.

Voto di Urbain Grandier

Urbain Grandier

Signore e Maestro, vi riconosco per mio dio, e vi prometto di servirvi finché vivrò; e fin da questo momento rinuncio a tutti gli altri, a Gesù Cristo, a Maria, a tutti i santi del cielo, alla Chiesa cattolica, Apostolica e romana, e a tutti i suffragi e alle preghiere che potrebbero fare per me; prometto di onorarvi e di rendervi omaggio almeno tre volte al giorno, di fare quanto più male potrò, e di attirare a fare il male quante più persone possibili, e volentieri rinuncio alla cresima, al battesimo,e tutti meriti di Gesù Cristo, e nel caso che mi volessi convertire, vi dono il mio corpo, la mia anima e la mia vita come vostra proprietà, avendola donata per sempre, senza mai più volermi pentire”.

Firmato (col suo sangue): Urbain Grandier

In pratica, la formula del Patto col Diavolo era molto formale: terminava con la firma scritta con il sangue dello scrivente stesso e includeva nel testo l’esplicita rinuncia a Dio, alla Vergine e ai Santi, nonché la vendita della propria anima al Diavolo, che l’avrebbe reclamata post-mortem.

A guardar bene, sembrerebbe che l’unico lato sgradevole di tutta la faccenda fosse, appunto, post-mortem. Di certo ciò non poteva scoraggiare i nostri impavidi occultisti.

Anzi, essi furono così intraprendenti da non arrendersi passivamente neppure di fronte al loro destino controfirmato, ma impiegarono tutto il loro ingegno per sottrarvisi, in modo tale da godere di tutti i benefici concessi dal Maligno durante la vita, per poi lasciare il buon vecchio Satana a bocca asciutta, dopo l’inevitabile dipartita.

A tal proposito, il famoso testo Le Dragon Rouge indica una preghiera da recitare a patto concluso, con la quale ci si riprende la parola data, dopo aver ricevuto dal demonio tutti i benefici richiesti.  

 

Grimori: chi Diavolo Evochiamo?

La differenza principale tra un prete ed un mago è che quest’ultimo conosce l’arte di far apparire il diavolo o i demoni e di chiedergli benefici e vantaggi temporali, mentre la teologia impedisce al prete di tentare Dio per il proprio tornaconto personale.

Secondo la visione cattolica, pare che i demoni fossero delle entità piuttosto bizzarre: terrificanti e malefiche quanto servili e sciocche.

Così, da una parte vi erano maghi e stregoni che dedicavano la loro vita allo studio di rituali e formule che miravano a costringere i demoni ad apparire al fine di imporgli la propria volontà e ottenere i suoi servigi.

Dall’altra abbiamo una serie di personaggi proclamati Santi che non avrebbero voluto aver nulla a che fare con loro, ma che venivano continuamente molestati da demoni di ogni sorta, i quali non avevano neppure la decenza di lasciarli dormire in pace.

Per ciò che riguarda le attività di maghi e stregoni, esse sono descritte in una discreta quantità di libri, non solo conservati nei musei, ma ormai disponibili in tutte le librerie e persino reperibili nel comodo formato digitale.

Dunque, abbiamo svariati elenchi di demoni evocabili. 

C’è quello che tratta i 72 demoni della tradizione ebraica, quello che include demoni o divinità dei più disparati pantheon pagani, altri che prendono in considerazione i demoni del Necronomicon, leggendariamente scritto da Abdul al Azraq e conservato nella Biblioteca del Vaticano, altri ancora che li gettano tutti in un unico calderone mischiati e rimestati in una vera e propria bolgia infernale.

A prescindere dalle varie scuole di pensiero e di magia, sia essa stregonica, pagana o neo-pagana, medievale, cerimoniale, naturale, sessuale, rossa, bianca, nera o verde che sia, questi testi han cominciato a spuntare come funghi nel medioevo e da allora non cessano di moltiplicarsi. 

Tuttavia, mi sento di dire che la matrice originaria di tutto ciò sia la Clavicola di Salomone.

Si narra che la Clavicola fu data da Dio stesso a Mosè, che in seguito la diede ad Aronne, che poi fu ereditata da Davide, e infine da Re Salomone il quale, come narra la Bibbia, cedette alle tentazioni e cadde nel peccato.

Una versione della Clavicola conservata nella Biblioteca dell’Arsenale di Parigi dal titolo “Liber Pentacolorum”, contiene una prefazione molto antica che non si trova in nessun altro testo, probabilmente di origine bizantina.

Questa prefazione narra di come la Chiave dovesse essere sepolta con Salomone nella sua tomba, ma venne invece trasportata a Babilonia e diffusa da un principe del luogo.

Si può presumere che, successivamente, la Clavicola entrò nell’Europa occidentale attraverso gli Gnostici, i Cabalisti e le diverse scuole magico-religiose.

La cosa curiosa è che alcune redazioni siano opera di.. – udite, udite! Rullo di tamburi… – Papa Onorio III, un domenicano (!) che nel 1216 successe a Innocenzo III e che fu sospettato di stregoneria.

Oltre a lui vi furono altri monaci, come ad esempio Ruggero Bacone, morto nel 1294, che dichiararono, seppur velatamente, di essere a conoscenza di libri di demonologia attribuiti a Salomone.

Sembra anche che, nel 1350, Papa Innocenzo VI diede alle fiamme un grande libro intitolato “Libro di Salomone” che pare fosse zeppo di preghiere, invocazioni e rituali atti alle evocazioni demoniache.

Gli scrittori clericali si riferiscono costantemente alla Clavicola come al “Libro del Diavolo” e la Santa Inquisizione nel 1559 la proibì come opera pericolosa. Tuttavia, la prima edizione a stampa, seguita da molte altre, risale al 1629.

Vi è una tradizione secondo cui ogni strega o stregone che si rispetti deve possedere La Clavicola in testo manoscritto, meglio ancora se scritto di proprio pugno, il che garantisce una migliore riuscita delle operazioni.

Fu così che vennero redatti moltissimi rifacimenti della Clavicola, in cui numerose formule e segni si aggiunsero, col passare dei secoli, al presunto testo originale, oltre agli inevitabili rimaneggiamenti arabi, bizantini, latini, mescolate infine a preghiere cattoliche. 

Le Clavicole o Chiavi di Salomone conservate nei musei sono numerose, la maggior parte manoscritte in latino e in francese, e godono quasi tutte di un concreto interesse per le loro varianti. Tuttavia, persistono le controversie sull’autenticità e sull’esistenza di un originale ebraico, pervenuto in Europa clandestinamente, dal quale sarebbero derivate le diverse versioni medievali. 

Il testo più antico è conservato al British Museum di Londra e risale al XII secolo.

Nella Biblioteca dell’Arsenale di Parigi sono conservati molti manoscritti provenienti dalla collezione creata nel XVIII secolo da Antoine-Renè de Voyer d’Argenson, marchese di Paulmy, uomo d’armi appassionato di romanzi e libri d’occultismo.

Fra i migliori vi è il n. 2350 “Le Secret des secrets autrement la Clavicule de Salomone ou le véritable Grimoire”, del XVIII secolo, redatto in bella grafia, con poche illustrazioni ma molte cerimonie che mancano in altri testi.

Lo stesso marchese de Paulmy informa in una nota scritta di suo pugno: “Nessuno ha mai visto un manoscritto ebreo della Clavicola di Salomone…”.

I nostri attuali Grimori sono un compendio mal copiato delle suddette varianti, con ulteriori aggiunte, in cui, ad esempio, troviamo cerimonie di origine ebraica, come lo sgozzamento di un caprone, affiancate da invocazioni antichissime, come ad esempio quella che si trova sulle tavolette a caratteri cuneiformi di Ninive:

“Xilka, Xilka, Besa, Besa”

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