Come la Chiesa Sputò il Rospo

Tra gli animali che circondavano l’uomo del medioevo, il rospo non sembra occupare un posto di primo piano, perlomeno nei limiti della vita quotidiana.

Saltellante e rumoroso, occupava piuttosto gli spazi marginali dei villaggi, in lontane e acquitrinose residenze, imponendo la sua presenza agli uomini solo attraverso i gracidii, che sembrano essere una costante del paesaggio agrario medievale.

Ma ecco che appaiono numerosi episodi delle vite dei Santi che, miracolosamente, imponevano il religioso silenzio ai rumorosi batraci, solo con la forza della loro pia volontà.

In quella sorta di guerra che gli uomini di chiesa medievali sembrava avessero indetto contro gli strepitii e ogni tipo di rumore, quello prodotto dai batraci doveva essere, almeno secondo loro, particolarmente pernicioso, tanto da rappresentare la diffusione delle teorie eretiche.

«Le rane», scriveva Eucherio di Lione in una delle sue formulae del quinto secolo, «sono anche gli eretici che indugiano nella mota di pensieri vivissimi e gracidano senza cessa con inutile loquacità».

Un’idea che ritroviamo già nella celebre Chiave, testo attribuito a Melitone, vescovo di Sardi nel II secolo:

«Rimangono [gli eretici] nel fango delle più vile opinioni e non smettono di rumoreggiare con sciocca garrulità».

Per Sant’Antonio da Padova (1195 – 1231) sono invece i lussuriosi che si scambiano le proprie aberranti opinioni

«come le rane che nell’acqua del piacere carnale si incitano vicendevolmente alla lussuria consegna e richiami».

Ed è proprio con i vizi capitali, tutti, che il rospo venne identificato nella letteratura e nell’iconografia cristiana nel medioevo. Epitome dei peccati, finirà col rappresentare l’avarizia, ma soprattutto la gola e la lussuria.

La gola innanzitutto, che è, se non il più grave dei vizi, perlomeno il primo in senso cronologico, visto che per cadervi non c’è bisogno di null’altro se non del corpo, e di un cambiamento quantitativo di un’attività assolutamente naturale come il nutrirsi.

Calendrier des bergers, 1446

Se il peccato è di gola, ecco che, nell’iconografia medievale dell’inferno, il peccatore viene antiteticamente punito con un alimentazione forzata, a base di pietanze repellenti e disgustose, inducenti ad vomitum.

Come quei dannati puniti a causa della loro “gula”, seduti intorno a un tavolo e costretti da un diavolo a mo’ di cameriere a bacchettare con serpenti e rospi, che vediamo nell’affresco del 1446 del coro della chiesa di San Giorgio a Campochiesa (Savona), oppure nel Calendrier Des bergers (1493) mentre sono rimpinzati a forza di rospi da diavoli diversi.

Un’incisione di Hendrick Goltzius, invece, ci ricorda che il rospo strisciante ai piedi di una donna che stringe avidamente al petto sacchetti d’oro è simbolo di avarizia.

La stessa identificazione la troviamo anche in letteratura con Cesario di Heinsterbach (1180 – 1240) che, in uno degli 800 e passa exempla del suo Dialogus, racconta della tomba di un usuraio che, aperta, mostra la raccapricciante scena di due rospi che gli riempiono la bocca con le monete d’oro con le quali si era fatto seppellire.

Rimanendo in campo letterario, altri exempla e racconti ci mostreranno la lussuria come ambito privilegiato del nostro piccolo animale. In uno di questi, una donna tenta di nascondere al suo confessore un incesto. Sforzo inutile, visto i due rospi, chiari simboli del suo peccato, che le escono improvvisamente dalla bocca, tradendola.

Ancora: nella raccolta delle imprese dei romani  (XIV sec.) si parla del caso di un eremita che sogna la madre, adultera, mentre allatta due rospi al seno.

Gli esempi appena accennati sono solo una minima parte di una visione e di una tradizione del rospo.

 

Rospi al Seno

rospo
Cattedrale di Bourges

Nell’inferno del portale della cattedrale di San Stefano di Bourges, vediamo un rospo che morde i seni di una donna.

Sui portali delle cattedrali di Strasburgo e Basilea, scopriamo un rospo nascosto tra le pieghe posteriori del mantello del Tentatore, che offre una mela alle ingenue vergini.

Insomma, il rospo è al centro di molte storie, o metafore, narrate durante il Medioevo, in cui rappresenta l’idea del peccato. In particolare però, il suo legame con la lussuria è l’espressione di un legame secolare che l’animale ha sempre conservato con la donna, con la sessualità femminile e con la generazione, che con l’avvento del Cristianesimo è degenerato in peccato.

Ne troviamo un pallido esempio, per limitarci al medioevo, nella novella di Giovanni Sercambi, De appetito Canino et non temperato, dove il protagonista, Paulo, salva la principessa dell’isola di Cipro da un insolito male:

«…era malata di una malattia, che un ranocchio in corpo, avendo ella bevuto molta acqua, e quello lì era tanto adosso cresciuto che tutta la sustanza li cavava da dosso et era per perdere persona».

 

Male di Donna

Il male della principessa si ricollega ad una serie di credenze che fanno del batrace la metafora della generazione e dell’organo femminile per eccellenza: l’utero.

I legami dell’animale con l’organo sessuale femminile risale alle antiche divinità egizie come Heket, l’Ecate greca, forse conosciuta anche come “Frynitis” che significa, appunto, rospica, ed è presente anche in alcune tradizioni legate alle streghe.

Forse sulla scia di tali associazioni inconsce, è emersa la teoria di Ippocrate (celebre medico greco vissuto tra il 460 e il 377 a.C.,  che immaginava l’utero come un organo mobile che, proprio a causa del suo moto, era in grado di provocare patologie come la suffucatio – quando migrava verso il cuore o lo stomaco – e la strangulatio – comprendente anche disordini mentali – causate dalla compressione di vari organi da parte di questo utero vagante.

Il rimedio suggerito da Ippocrate in questi casi era semplice: per farlo ritornare al suo posto, bastava compiere delle fumigazioni piacevoli, aromatiche, per via inferiore, e fetide sotto le narici… Come se l’utero fosse un cucciolo da attirare con un buon bocconcino…. Tale rimedio è stato anche riproposto, 13 secoli dopo, da Abu Serafum di Damasco.

Anche Pietro Ispano, divenuto Papa nel 1276 con il nome di Giovanni XXI e morto per il cedimento di un soffitto pochi mesi dopo, lo indicava nel suo Thesaurus Pauperum, una vasta raccolta di ricette più o meno magiche.

Insomma l’utero, come scrive il medico cinquecentesco Giovanni Marinello, è un organo che si sposta nel tubo vuoto del corpo della donna, «a guisa d’alcuna fiera selvatica (…) hor qua hor là ne va vagando».

Del resto, una fiera selvatica non deve necessariamente essere di grosse dimensioni… anche un rospo può bastare.  

 

Il Ballo di San Vito

Nel giorno dedicato a San Vito, il 15 giugno, o in quello seguente, in Alsazia, le donne sterili usavano portare gli ex voto in forma di rospo nella cappella del Santo.

Invero, nella passione di San Vito, si incontrano solo insetti, in particolare mosche, tanto che nell’ultima richiesta che il  Santo porge a Dio chiede che «per dies quatour mei musca non apparebit» cioè che le mosche non gli appaiano per quattro giorni .

Nascoste dietro le mosche, i tafani o insetti simili, potrebbero essere velate le fastidiose punture incalzanti che costringono gli animali a muoversi, a correre continuamente, e non solo gli animali, probabilmente anche i Santi.

In un passo, Plutarco racconta di alcune ragazze che, senza apparente ragione, cominciarono a correre furiosamente in maniera scomposta, come quando si è punti da un tafano.

In pratica già nel mondo greco e magnogreco, le corse scomposte avevano trovato un incanalamento rituale terapeutico, molto simile a quello creatosi intorno alla tarantola in Puglia e, in epoca medievale, al ballo di San Vito.

Così un bel giorno del 1518, a Strasburgo, ben quattrocento persone cominciarono a ballare e a saltare nei mercati, nei vicoli e nelle strade, notte e giorno, molti di loro senza neppure mangiare, finché la piaga fu chiamata ballo di Vito.

Uomini, ma soprattutto donne, correvano e saltellavano come ranocchi per le strade e le campagne, destando preoccupazioni tra magistrati e medici, più che tra i sacerdoti.

Si tentò, allora, di incanalare il fenomeno in chiave terapeutico-religiosa: perlomeno dovette essere l’idea del magistrato di Strasburgo, che fece saltellare le quattrocento persone fino alla cappella di San Vito presso Zabren.

 

Famigli delle Streghe

rospo

Questa danza simbolica che vedeva saltellare donne, uteri, rospi e devoti di San Vito, smarrì quei significati che gli attori le attribuivano o, forse, non furono più riconosciuti, ormai declassati al rango di superstizione, quando non di cose diaboliche.

Fu così che gli inquisitori cominciarono a trovare rospi nei Sabba, sotto le gonne delle streghe, e lo storico legame tra il rospo e la sessualità femminile divenne simbolo di una sessualità sfrenata e lussuriosa.

Fu così che, nel mondo dell’iconografia come in quello onirico del Sabba, i rospi cominciarono a succhiare le parti intime delle donne, a ballare e a copulare con loro, insomma ad essere i loro famigli.

Divennero così diabolicamente presenti che P. de Lancre, sinteticamente, descrisse il Sabba come un luogo dove si poteva sorvegliare, baciare, allattare, ma anche – e perché no – scuoiare e mangiare i rospi.

Cosa ne pensi?